La lotta per i diritti delle sex worker

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Il dibattito sulla prostituzione e il sex work coinvolge da decenni la politica, il mondo accademico, l’attivismo e l’opinione pubblica. Quasi sempre, tuttavia, sono le protagoniste stesse ad esserne escluse. È giunto il momento di ascoltare le rivendicazioni delle sex worker, riconoscendo loro i bisogni concreti e i diritti sul lavoro.

Il termine “sex work” è stato coniato dall’attivista e sex worker Carol Leigh. Con “sex worker” ci si riferisce a chiunque offra servizi sessuali in cambio di risorse materiali.  È di per sé un termine intriso di un forte connotato politico, poiché implica il riconoscimento della vendita di sesso commerciale come un lavoro. Questo riconoscimento, tuttavia, se non direttamente negato, passa troppo spesso in secondo piano. Le sex worker sono oggetto di discussione e di grande curiosità all’interno della cultura popolare, del giornalismo e della politica, ma il dibattito tende a vertere sul simbolismo rappresentato dal sesso, piuttosto che affrontare la questione sotto il profilo dei diritti del lavoro.

Come scrivono le attiviste e sex worker Molly Smith e Juno Mac

L’idea della prostituzione funge da calamita per dibattiti sulla mascolinità, sulle classi sociali, sul corpo, ma anche su questioni di malvagità archetipica e punizione (…). Il lavoro sessuale è la cassaforte in cui la società ripone alcune delle proprie ansie e paure più profonde.

Prostitute in rivolta (2022)




Il femminismo-carcerario e la corrente “sex positive”

Il discorso sulla prostituzione continua a sollevare numerose questioni morali  e simboliche (dal pericoloso risvolto politico e giuridico), tra le quali, forse, la più complessa riguarda il significato di essere donna in una società patriarcale. Tra gli attori coinvolti nel dibattito sul sex work vi sono i movimenti femministi, che, a partire dalle cosiddette “guerre del sesso” (Phips Alison) degli anni ’80 e ’90, cominciarono a scontrarsi sulle questioni di pornografia e prostituzione.

Le femministe, tuttavia, trent’anni fa come adesso, sembravano preoccuparsi solamente del sesso come simbolo. La società si interessava all’effetto che il sesso commerciale poteva esercitare sul ruolo delle donne, riproducendo e fomentando la violenza patriarcale. La prostituta finisce per rappresentare tutti i traumi inflitti alla donna dal patriarcato. Per quanto si possa essere solidali con questa prospettiva, si rischia di commettere una grave omissione. Non ci si interroga su quali siano le esigenze concrete delle sex worker e quali possano essere i veri fattori strutturali alla base della loro vulnerabilità.

Da un lato, dunque, troviamo il cosiddetto “femminismo-carcerario”, che vede nella criminalizzazione e nella collaborazione con le forze di polizia la sola strada per estirpare il sesso commerciale (soluzione che, come vedremo più avanti, sortisce il solo effetto di rendere più vulnerabili le lavoratrici).  La loro preoccupazione riguarda la rappresentazione della donna nel sex work: la prostituzione è vista come

un’istituzione che perpetua la disumanizzazione delle donne, che frantuma il nostro spirito allo scopo  di renderci più facili da scopare, da usare e da uccidere.

Sarah Ditum  (2015)

Si esalta in questo modo la presunta degradazione corporea e morale connessa al sesso commerciale, senza interrogarsi sui diritti del lavoro e sulle condizioni lavorative odierne delle sex worker.

La corrente sex-positive

In opposizione, si è largamente diffuso l’atteggiamento sex-positive, che propone l’immagine della “professionista erotica” come guidata da una sorta di “vocazione”, minimizzando la coercizione economica. Si accostano al sex work le rivendicazioni femministe di emancipazione e libertà sessuale, attuando un’insidiosa sovrapposizione tra lavoro e piacere. Un discorso simile è sicuramente preferibile alla stigmatizzazione, ma, ancora una volta, non affronta i bisogni materiali delle lavoratrici sul posto di lavoro.

Il dibattito viene così ridotto ad una semplice opposizione binaria. Da un lato la “puttana felice”, amante del lavoro sessuale e a favore della depenalizzazione. Dall’altro, la “donna uscita (o salvata!) dalla prostituzione”, che ha subito le violenze di un’industria del sesso capitalista e maschilista, e che si schiera pertanto a favore della criminalizzazione.

Il sex work è lavoro

Entrambe queste politiche escludono e delegittimano, tuttavia, tutte coloro che continuano ad esercitare il lavoro sessuale, nonostante costituisca per loro un’esperienza avvilente, segnata da violenza e sfruttamento. Non considerano che, per molte, il sex work rappresenti l’unico modo possibile per sopravvivere, spinte da impellenti necessità economiche.  Il lavoro sessuale potrà anche essere sesso, ma è principalmente lavoro, in un mondo che non lascia alternative. La moralità, l’etica, il piacere, devono passare in secondo piano rispetto ai diritti sul lavoro e ai bisogni fondamentali delle persone.

Che diritto abbiamo di decidere cosa sia meglio per gli altri? Le disuguaglianze, le violenze, le discriminazioni (etniche e di genere) e lo sfruttamento sono una realtà preoccupante nel sex work, così come in molte altre mansioni. Per sradicarle, sono necessari interventi statali strutturali e multi-settoriali. Nel mentre, è impellente garantire i diritti a tutti i lavoratori e lavoratrici che scelgono il sex work come strategia di sopravvivenza.

Il lavoro risponde ad una necessità economica: le crescenti disuguaglianze create dal sistema capitalista non concedono a molti la possibilità di accostare il “piacere” al lavoro. In questo ristretto campo di possibilità, ciascuna dovrebbe avere il diritto di esercitare in totale sicurezza il lavoro che risponde meglio alle proprie necessità, in un mondo che a volte “fa un po’ schifo”. Il sex work permette orari flessibili, non richiede una formazione specifica ed è più remunerativo di  altre mansioni sottopagate. A tal proposito, emblematiche sono le parole della sex worker Nickie Roberts, che già negli anni ’80 rivolgeva alla società:

Il lavoro più degradante che abbia mai fatto, dove mi sono sentita più sfruttata, è stato in fabbrica: luoghi, fatiscenti, salario pietoso (…). L’unica cosa che mi viene in mente è fatica ingrata, marcia e senza speranza. Non è vita, è immorale. Perchè mai dovrei stare a sentire una femminista benestante quando mi chiede “perchè non ho provato a fare qualsiasi altra cosa, andare a pulire i bagni, ad esempio” anziché diventare una spogliarellista? Cosa c’è di così liberatorio nel pulire la merda degli altri?

The Front Line: Women in the Sex Industry Speak,  Roberts Nickie (1986)

La criminalizzazione contro i diritti delle sex worker

Abbandonare la percezione della prostituzione come simbolo, riportando il discorso sul piano dei diritti del lavoro, significa mettere le persone di fronte alle conseguenze materiali della criminalizzazione. Una criminalizzazione totale o parziale (ossia quando viene reso illegale solo l’acquisto dei servizi sessuali) del sex work, non fa che acuire la vulnerabilità delle lavoratrici. L’utilizzo del diritto penale non porta alla scomparsa del sesso commerciale. Paesi come gli Stati Uniti, in cui vige una criminalizzazione totale, non hanno di certo registrato una diminuzione del giro d’affari legato al sex work.

Ad esserne danneggiate sono le lavoratrici. Per nascondersi dalla polizia saranno costrette a lavorare in luoghi più appartati e nascosti, con il maggior rischio di subire violenze. Per sventare una denuncia per “esercizio di bordello” (che può semplicemente riferirsi all’esercitare l’attività al chiuso assieme ad un’amica) preferiranno lavorare da sole, aumentando nuovamente la possibilità di subire soprusi da parte dei clienti. Nei paesi dove la vendita o l’acquisto di sesso è vietato, diviene quasi impossibile alle lavoratrici denunciare una violenza subita, per paura di venire accusate a loro volta.

La criminalizzazione conferisce, inoltre, alla polizia potere sulle sex worker, legalizzando incursioni e soprusi. Criminalizzare un lavoro implica l’impossibilità di appellarsi ad un tribunale in caso di sfruttamento o violenze. Non ci sono uffici delle risorse umane a cui rivolgersi, non esistono contratti legali o ispezioni sanitarie. In caso di cattive condizione lavorative le sex worker possono fare ben poco.

Il modello “nordico”

Anche nel caso di criminalizzazione asimmetrica promossa dal modello “nordico” (o “svedese”), a risentirne non è tanto il commercio del sesso, ma le lavoratrici stesse. Questo modello giuridico criminalizza l’acquisto di prestazioni sessuali e le terze parti: il bersaglio sono i clienti e i presunti “papponi”, auspicando in questo modo di porre fine alla domanda. Ancora una volta, non si tiene conto di un fattore fondamentale: chi vende sesso ha molta più necessità di chi l’acquista.  Davanti alla scarsità di clienti, pertanto, una sex worker sarà maggiormente pressata dalle circostanze ad accettare un cliente che prima avrebbe rifiutato. Lavorerà più a lungo da sola e sarà più esposta agli abusi.

In un rapporto del Ministero per la Giustizia norvegese viene infatti ammesso che, in seguito all’introduzione della nuova legge sulla prostituzione

Le prostitute di strada stanno incontrando molte più difficoltà. Sono esposte più di frequente a clienti pericolosi, mentre [gli altri] clienti hanno paura di essere arrestati. Hanno meno tempo per valutare il cliente, gli accordi vengono presi in fretta a causa dei timori di quest’ultimo.

Ancora una volta, un approccio criminalizzante non considera i bisogni e le necessità delle sex worker. Ad essere messa a repentaglio è la loro incolumità sul luogo di lavoro.

Regolamentazione e depenalizzazione

Anche i modelli giuridici che promuovono la legalizzazione e la depenalizzazione (concetti ben distinti!), presentano dei rischi per le sex worker.  Il primo, diffuso in Germania, Olanda  e Nevada, disciplina il settore della prostituzione, legalizzando un certo tipo di lavoro sessuale.  Continua, però, a criminalizzare le sex worker che non rispettano determinati standard e non adempiono alle complesse procedure burocratiche. Ad esserne colpite sono le lavoratrici più vulnerabili (san-papiers, tossicodipendenti, persone sotto la soglia di povertà…). Si viene a creare in questo modo una “sottoclasse” vulnerabile e criminalizzata.

Anche nei paesi in cui la prostituzione è depenalizzata, ossia in cui la vendita e l’acquisto di sesso non costituisce reato, le sex worker non vedono sempre riconosciuti i propri diritti. Ci sono paesi come l’Italia in cui, nonostante il commercio di sesso sia legale, la prostituzione non è un diritto tutelato.  Sebbene sia considerata un’attività lecita, non significa che l’ordinamento giuridico generale la tuteli al pari delle altre attività lavorative. Si limita, infatti, solo a “tollerarla”. In caso, ad esempio, di un mancato pagamento o di abusi sul luogo di lavoro, una prostituta in Italia non possiede alcuno strumento giuridico per ottenere giudizialmente un risarcimento.

Il caso della Nuova Zelanda

Diverso è il modello giuridico vigente in Nuova Zelanda. Non solo ha depenalizzato il sex work (Prostitution Reform Act, 2003), ma lo regola attraverso il diritto del lavoro. Furono le stesse prostitute a dare forma alla legge, introducendo delle regolamentazioni pensate per il benessere e la sicurezza delle sex worker. La PRA ha esteso la tutela dei diritti sul luogo di lavoro, garantendo a chi vende sesso uno strumento giuridico per difendersi dalle molestie sessuali e dallo sfruttamento lavorativo. Inoltre, ha garantito l’accesso ai sussidi di disoccupazione al lavoratore o alla lavoratrice sessuale che decide di licenziarsi.

La depenalizzazione così concepita dà priorità alla sicurezza materiale e immediata delle persone che vendono sesso. Il modello neozelandese, tuttavia, non risolve ogni problema. Ad esempio, non protegge le persone migranti prive di un permesso regolare. Costoro sono tutt’ora costrette alla clandestinità, rimanendo passibili di violenza e sfruttamento.

La necessità di un intervento multi-settoriale

Questo punto ci porta ad un’ ultima, fondamentale, riflessione.  Non si può affrontare il tema del sex work solamente sotto un profilo normativo. Bisogna prendere coscienza dei numerosi fattori strutturali (frontiere, razzismo, discriminazioni, disuguaglianze socio-economiche…) e delle disfunzioni sistemiche che acuiscono la vulnerabilità delle sex worker, e che contribuiscono a perpetrare forme di sfruttamento e disuguaglianze. La depenalizzazione non “risolve” le problematiche che spingono le persone ad entrare nel sex work.  Criminalizzare la migrazione, ad esempio, riduce drasticamente la possibilità per migliaia di persone di trovare un impiego e aumenta la possibilità di cadere vittime della tratta.

Sono, pertanto, necessarie strategie politiche intese a porre rimedio alla precarietà delle sex worker marginalizzate (migranti, persone Lgbtq+, disabili ecc.). Inoltre, per rendere il lavoro sessuale superfluo occorre comprendere la coesistenza simbiotica di diversi meccanismi e intervenire alla loro radice.

Ottenere il diritto universale alla libertà di movimento (e quindi la possibilità di lavorare senza la costante minaccia dell’espulsione), più diritti sul lavoro, l’accesso ai servizi di assistenza, una migliore previdenza sociale, alloggi a costo più basso, servizi di supporto per madri single, e così via.

Prostitute in rivolta (2022)

La depenalizzazione contribuisce sicuramente a rendere il lavoro sessuale più sicuro, ma, se si intervenisse sulle disfunzioni sistemiche sopra elencate, il sex work potrebbe effettivamente non rappresentare più una scelta per molte, se non per la minoranza a cui piace davvero.  A tal fine, le politiche sulla prostituzione dovrebbero coinvolgere tutte le donne (sex work e non) in uno sforzo collaborativo, e non risolversi in una faida moralistica.  Le sex worker, così come tutte le lavoratrici, chiedono di essere tutelate, ascoltate e pagate. Nelle parole di Black Women for Wages for Housework:

Quando vincono le prostitute, vincono tutte le donne.

Money for Prostitutes is Money for Black Women (1977)

Eva Moriconi

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