La mafia e le persone per bene: il problema siamo (anche) noi?

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Ci piace pensare che la mafia e le persone per bene non abbiano nulla a che spartire. E se crediamo che la nostra sia una famiglia a modo, difficilmente ammetteremmo un contatto, una connivenza. Ma siamo sicuri che sia proprio così?

Che rapporto esiste tra la mafia e le persone per bene? Fino a qualche tempo fa, per me la risposta era semplice e immediata: nessuno. Per puro caso, però, trovandomi a guardare le cose un po’ più in profondità, ho dovuto rendermi conto che la questione è molto più complicata.




«Questa casa l’ha costruita Roberto C., che all’epoca era un grosso mafioso vigevanese». Non ricordo più come, mentre a tavola si discuteva dell’arresto di Matteo Messina Denaro, mia madre se n’è uscita con questa frase. Che mi ha raggelata. Ma come, le ho chiesto, e voi sapevate chi fosse quel costruttore? E mio padre mi ha risposto che certo, lo sapevano: in città era cosa ben nota. Perché avevano scelto proprio la sua impresa edile? Perché, mi hanno spiegato, il preventivo era buono, aveva fama di lavorare bene e con loro era sempre stato una persona corretta. Non solo, ha aggiunto mia zia. Per poco questo Roberto C. non era stato testimone di nozze di mia madre, anche se lei assolutamente non lo voleva. Mio zio, infatti, aveva commesso l’imprudenza di parlare con lui, con il quale era in rapporti cordiali, del matrimonio alle porte. C’era voluto del bello e del buono, poi, per fare retromarcia senza rischiare di offenderlo.

La mia famiglia e la mafia

Ora, anche se probabilmente sono molte le cose che non so della mia famiglia, di una sono certa. Si tratta di persone per bene. Né i miei genitori né gli altri miei familiari hanno mai commesso illeciti, né preso scorciatoie legali o amministrative di qualche tipo. Nella comunità sono persone attive e stimate. Ma allora perché diavolo accettare di avere a che fare con un mafioso? La mafia e le persone per bene che c’azzeccano l’una con le altre?

Quello di Roberto C., del resto, non è stato un caso isolato. In Sicilia, durante vacanze estive a Portopalo di Capo Passero di prima che nascessi e poi di quando ero bambina, frequentavano un mafioso locale. Questo aveva una pizzeria dove la mia famiglia si recava spessissimo, tanto da fare amicizia con la moglie e i figli che lavoravano lì. Di lui, Alfredo R., non ricordo nulla anche se l’ho conosciuto. Me lo raccontano come un uomo gentile, che accendeva apposta il forno per me bambina se, qualsiasi ora fosse, gli chiedevo di farmi una pizza. E altrettanto gentile era sua moglie, Carmen, della quale con grande sforzo riesco a ripescare dalla memoria una risata profonda e contagiosa. A quanto pare, a gestire tutti i traffici illeciti del marito e a tenere in riga chi concretamente li rendeva possibili era lei – e con il pugno di ferro.

Oltre che mangiare al loro ristorante, i miei familiari mi hanno raccontato di aver ricevuto da queste persone delle piccole cortesie. Qualche cassetta di pescato pregiato ricevuta di straforo al mercato del pesce la mattina presto. Un trattamento di favore nelle operazioni d’imbarco sul traghetto dopo un viaggio infernale in auto durato quasi due giorni. Piccole cose, gesti di simpatia. Perché non accettare?

Un’atroce cosa normale

Innamorati dell’Italia, soprattutto i miei zii hanno viaggiato molto nel Meridione. E anche in altre regioni è capitato che le loro strade incrociassero quelle della malavita locale. Per esempio, mia zia racconta spesso che lei e lo zio una sera furono invitati a cena da un boss locale. Questo aveva riservato un intero ristorante per loro e i suoi familiari, con tanto di uomini armati a presidiare l’ingresso. «Qualche mese dopo, leggendo il giornale, scoprimmo che di quella tavolata non molte persone erano ancora vive o in libertà.», conclude stringendosi nelle spalle. E di nuovo ritorna la stessa domanda: perché accettare? Perché prestarsi? Perché stare lì mentre si potrebbe benissimo stare altrove?

Potrei tirare in ballo quel brivido un po’ borghese di sentirsi vagamente in pericolo e trasgressivi da una distanza di sicurezza. Il sapersi diversi, moralmente superiori abbastanza da stare a contatto con la feccia senza sporcarsi. Credo che questo, almeno per alcuni membri della mia famiglia, potrebbe aver giocato un ruolo.
Ci sono poi le qualità umane. Empatici, generosi, allegri, i miei genitori e i miei zii non hanno difficoltà a fare amicizia nemmeno con i sassi. Se una persona è simpatica e cortese, non importa chi sia o cosa faccia nella vita perché ci si possa sedere a tavola in buona compagnia con lui o con lei.
Infine, c’è poi l’elemento che forse sintetizza tutta la banalità e l’atroce problema del rapporto tra la mafia e le persone per bene. Cioè che per loro avere rapporti con personaggi simili è una cosa normale. E come lo è per loro, lo è per la maggior parte dei loro coetanei di questa zona e di tutt’Italia.

La mafia e le persone per bene: una connivenza da spezzare

Sull’essere persone corrette dei miei familiari, sul loro essere brave persone, non ho dubbi. Così come non ne ho sull’esserlo di chi leggendo questo articolo eventualmente ci si identificherà. Al tempo stesso, però, ho anche la sensazione che oggi più che mai sia il momento di prendere le distanze rispetto a una certa mentalità.

È vero, ci sono cose molto peggiori che essere in rapporti civili con esponenti della mafia, farci amicizia, essere gentili. Solo che la mafia non è qualcosa rispetto alla quale si può essere indifferenti, neutrali.
Si è contrari, e lo si dimostra nella pratica, oppure si è automaticamente complici, anche se è una complicità fatta di gesti da niente. Perché probabilmente se nel nostro Paese per la legalità è tanto difficile prevalere è anche a causa del rapporto tra la mafia e le persone per bene. È la scelta sistematica di dire “Ma sì, che male c’è?” quando l’unica risposta dovrebbe essere “No, grazie“. Una scelta che contribuisce a creare un clima morale di connivenza che è ora di cambiare.

Valeria Meazza

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