La maledizione delle risorse: le materie prime non bastano allo sviluppo

Quando il possesso non è sufficiente a garantire il benessere

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“L’Africa, potenzialmente, potrebbe diventare l’area più ricca del mondo in virtù delle sue sconfinate riserve di materie prime”.

Questa frase l’abbiamo sentita tutti. Spesso siamo stati noi stessi a pronunciarla. Tuttavia, quando osserviamo la realtà un po’ più da vicino, ci accorgiamo che sono proprio i paesi ricchi di materie prime a faticare, più di tutti, nella corsa allo sviluppo. La teoria della maledizione delle risorse cerca proprio di spiegare questo fenomeno. Ricordandoci come, per una Nazione poco sviluppata, la ricchezza di materie prime possa rappresentare non solo uno slancio allo sviluppo, ma anche una vera e propria condanna, quasi irreversibile, capace di mantenere tale Nazione nella povertà e nell’instabilità politica.





Prima di analizzare la teoria, però, è bene spendere alcune righe di testo al fine di fare un po’ di chiarezza. Quando infatti affermiamo che aree geografiche come l’Africa, in virtù delle loro materie prime, potrebbero intraprendere, grazie ad esse, un rapido percorso di crescita e sviluppo, dimentichiamo una questione fondamentale. Le risorse, infatti, non comportano alcun tipo di ricchezza fino a quando non si dispone dei mezzi utili a sfruttarle nel modo migliore.

Una risorsa che non può essere utilizzata, a causa di deficit tecnologici, fattori politici o culturali, infatti, è solo un materiale. E un materiale può diventare “risorsa” solo nel momento in cui si capisce come utilizzarlo. Questa piccola distinzione è già sufficiente a descrivere l’enorme problema che attanaglia gran parte dei paesi sottosviluppati e rappresenta, né più né meno, una premessa fondamentale alla teoria della maledizione delle risorse.

La teoria della maledizione delle risorse.

Fino all’avvento della seconda rivoluzione industriale, a metà del XIX secolo, il rapporto tra risorse, ricchezza e sviluppo poteva esser compreso e spiegato con grande semplicità. Le Nazioni che potevano vantare il controllo di terreni fertili e ricchi bacini minerari riuscivano, il più delle volte, a raggiungere elevati livelli di ricchezza, che comportavano timidi ma costanti incrementi per quanto riguarda il benessere della popolazione.





Con la rivoluzione tecnologico-industriale, però, il possesso cessò di essere un fattore sufficiente. Per poter trasformare la materia in risorsa e la risorsa in ricchezza divenne necessaria la tecnologia giusta e il know-how adeguato. Ma non solo. Serviva anche un’attitudine culturale in grado di spingere verso uno sfruttamento che andasse a beneficio dell’intera Nazione e non solo di alcune categorie di privilegiati. A cambiare, inoltre, furono le stesse materie prime ritenute fondamentali. Non più legname, carbone e terra; ma petrolio, ferro, rame e, giungendo ai nostri tempi, uranio, coltan e bauxite.

L’idea circa l’esistenza di una maledizione delle risorse cominciò a formarsi negli anni cinquanta del novecento, ma solo negli ultimi anni è stata comunemente accettata. Essa prende piede da una semplice osservazione fattuale della realtà. Mentre alcune Nazioni ricche di materie prime riescono a crescere e svilupparsi, molte altre restano ancorate al sottosviluppo. Problema fondamentale, dunque, è quello di comprendere i motivi che impediscono a tali Nazioni uno sfruttamento efficace del proprio patrimonio materiale.

Le dinamiche di importazione ed esportazione.

Quando una Nazione, ricca di materie prime, comincia ad operare sul mercato internazionale, solitamente, si pone due obiettivi fondamentali. Il primo è quello di arricchire lo stato tramite il commercio. Il secondo è quello di ottenere, dall’estero, tutti quei prodotti che non è in grado di produrre da sola. Questa volontà, il più delle volte, spinge la Nazione in questione a specializzarsi nell’estrazione di materie prime, che saranno spedite all’estero in cambio di prodotti finiti.

La stessa estrazione di materie prime, però, necessita d’ingenti quantità di capitali che, se non sono presenti sul suolo nazionale, dovranno giungere dall’estero. Nella peggiore delle ipotesi, quindi, saranno delle aziende straniere a beneficiare dei proventi derivanti dall’estrazione delle materie prime. La popolazione , di conseguenza, non vedrà aumentare i propri livelli di ricchezza, con il risultato che non sarà in grado di godere dei prodotti finiti provenienti dall’estero. Contemporaneamente, lo Stato in questione, che ha in ogni caso bisogno dei proventi derivanti dall’estrazione di materie prime, sarà portato a focalizzarsi interamente su di esse. Impedendo quindi lo sviluppo di capacità industriali autonome e indipendenti. Questa è, come si può facilmente dedurre, la situazione in cui si trova gran parte del continente africano.

Il fattore temporale.

E’ bene dire che, in ogni caso, la Nazione che comincia lo sfruttamento di determinate materie prime può beneficiare, inizialmente, di un aumento notevole dei livelli di crescita. Senza lo sviluppo di una capacità industriale autonoma e separata dal mercato delle materie prime, però, tale ricchezza sarà condannata a calare nuovamente. E’ sufficiente una netta variazione nel prezzo della materia o prima in questione, così come l’esaurimento delle riserve, infatti, a generare violentissime crisi. Crisi che rischiano di respingere la Nazione tra le fauci della povertà. Per comprenderlo è sufficiente immaginare la drammatica situazione in cui si troverebbe il medio-oriente se, da domani, finissero tutte le riserve petrolifere.

I due fattori esaminati fino ad ora, tempo e mercato, finiscono per indicarci il terzo e forse più importante fattore: la politica.

Per salvare un paese dalla maledizione delle risorse, infatti, è assolutamente necessaria una classe politica in grado di compiere scelte adeguate, mirate a raggiungere uno sviluppo di lungo periodo e non un’immediata ricchezza concentrata nelle mani delle élite. La ricchezza derivante dallo sfruttamento della materie prime, per aprire la strada allo sviluppo, deve infatti ricadere sull’intera popolazione e, soprattutto, dev’essere investita al fine di sviluppare nuove branche industriali.





Un atteggiamento politico di questo tipo, però, solo raramente si manifesta. Il più delle volte, infatti, è lo Stato stesso a prendere in mano l’industria delle materie prime. Ciò avviene perché all’interno della Nazione mancano le capacità e gli strumenti per gestire in autonomia il nuovo mercato. Il risultato è che Stato e Aziende estere si trovano spesso a monopolizzare le industrie estrattive, tagliando la strada a qualsiasi iniziativa “civile“.

Questo elemento, inoltre, finisce spesso per condannare la Nazione all’instabilità politica. Gli apparati dello Stato diventano, infatti, potentissime macchine atte a far soldi tramite lo sfruttamento delle risorse. Controllare lo Stato, così come accedere alla burocrazia, diventa quindi il modo più semplice per gonfiare le proprie tasche. Di conseguenza, chi può impadronirsi del potere cerca di farlo con ogni mezzo, mentre la classe politica lavora, instancabilmente, al fine di rendersi inamovibile, incancellabile e, in poche parole, intoccabile. Ecco che abbiamo, dunque, scenari come quelli facilmente riconoscibili in America Latina, con colpi di stato che si susseguono a ritmi vertiginosi, ed élite corrotte e facilmente manipolabili, in virtù della dipendenza della Nazione dalle importazioni straniere.

 

Andrea Pezzotta

 

 

 

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