Vittorio Taviani, la morte del regista segna un prima e un dopo del cinema italiano

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La scomparsa del grande regista Vittorio Taviani, 88 anni, avvenuta il 15 aprile, è una perdita incalcolabile per il cinema italiano e mondiale. Basti ricordare che Vittorio, con il fratello Paolo, ha firmato alcuni capolavori della storia del cinema italiano come Padre Padrone, La Notte di San Lorenzo a Caos e Cesare deve morire. A dare la notizia della scomparsa è stata una delle sue figlie, Giovanna. Per volontà della famiglia non vi sono stati funerali né camera ardente, il corpo del regista difatti è stato cremato.

Era nato a San Miniato, in provincia di Pisa, il 20 settembre del 1929. Con suo fratello Paolo, di due anni più giovane, aveva scritto alcune delle pagine più significative del cinema italiano. Due maestri che fin dagli anni Sessanta non hanno mai perso di vista, e hanno raccontato, la realtà, la storia, le contraddizioni del nostro Paese.
Figlio di un avvocato antifascista, Vittorio Taviani frequenta la facoltà di Legge all’Università di Pisa e nel frattempo, insieme al fratello – sono entrambi dei grandi appassionati di cinema – anima il cineclub della città e organizza proiezioni anche a Livorno, con loro c’è l’amico partigiano Valentino Orsini.

Nel 1954 abbandona gli studi e, sempre insieme al fratello e ad Orsini, realizza una serie di documentari a sfondo sociale. Alla base il Neorealismo ed in particolar modo “Paisà” di Rossellini. È di questo periodo San Miniato, luglio ’44, girato con la collaborazione di Zavattini, mentre nel 1960 firmano L’Italia non è un paese povero, tre puntate per la tv dirette da Joris Ivens, documentario dal destino travagliato sulle conseguenze della metanizzazione nel nostro paese.
“Ho perso un amico, una persona generosa, appassionata, affettuosa, colta – ha dichiarato Gavino Ledda dal cui celeberrimo romanzo “Padre Padrone” aveva diretto l’omonimo film – Con Vittorio era un piacere chiacchierare di qualsiasi argomento, dal cinema alla musica, lo ricordo sempre prodigo di consigli e incoraggiamenti. E ricordo che poco tempo dopo l’uscita del film, a Roma, ebbi una volta un malore: mi venne spontaneo chiamarlo. Lui, insieme a Paolo, si precipitò in albergo, portandosi dietro il suo medico e mi rimase vicino fino a quando non ripresi le forze. Ecco, in questo dettaglio apparentemente insignificante, ritrovo tutta l’umanità e l’altruismo di Vittorio”.

I film di Vittorio Taviani sono un’eredità inestimabile perché si tratta di emblemi culturali che mostrano una modernissima attenzione al particolare, alla cura dei dettagli ma soprattutto alla minuziosa descrizione sociologica dei repentini cambiamenti avvenuti negli ultimi 50 anni. L’analisi sociologica è la peculiarità che accomuna i più importanti autori del cinema in Italia. Ma i fratelli Taviani, sono anche altro. Sono tra gli ultimissimi rappresentanti di una maniera “onirica” di intendere il cinema, e sono anche tra gli ultimi rappresentanti di quel cinema che, un tempo, vedeva Cinecittà soprannominata come la “Hollywood sul Tevere” tanto che Roma veniva considerata la capitale del mondo artistico.

                                                                                                                                                           Francesco Demartini

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