La musica della contestazione: dal ’68 alle proteste per il clima

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La musica è un linguaggio universale, un’arte che si forgia di un’immediatezza emotiva che non ha eguali nel panorama dell’espressione artistica.

La velocità con la quale scivola gradualmente nella mente e nei cuori di milioni di persone è una realtà costante. Un dato di fatto che non viene intaccato dallo scorrere del tempo.

Queste caratteristiche proprie della musica hanno fatto in modo che diventasse  un linguaggio facilmente accessibile e come tale politico, uno strumento funzionale alla diffusione di messaggi, contestazioni e critiche sociali.

Quando si parla di contestazione giovanile si pensa subito agli anni Sessanta.

Si trattò di un periodo nel quale i giovani vennero identificati per la prima volta come tali e presero le redini di un rivolgimento sociale che cambiò, almeno in parte, l’Italia e molti altri paesi del mondo.

I giovani scesero in piazza per inneggiare al cambiamento e alla libertà. Si fecero sentire ribellandosi ad un sistema che gli andava ormai stretto, talvolta urlando ma, soprattutto, cantando.

Fu la musica infatti il grande collante della contestazione. Niente internet, smartphone e social network. Le canzoni e i concerti svolsero una funzione aggregativa e di rafforzamento di determinati ideali per i quali si richiamava l’attenzione dei potenti e della società.

Woodstock, Stati Uniti d’America, nel 1969. Isola di Wight, dal 1968 al 1970, Gran Bretagna. Concerti che segnarono un’epoca e diedero prova della potenza emotiva e ideologica della musica. In Italia il raduno più noto e in linea con i precedenti è stato il cosiddetto “Re nudo” al parco Lambro di Milano. Si parla però già degli anni Settanta e di un concerto dalle dimensioni molto ridotte rispetto agli altri.

Se il fenomeno dei grandi concerti non caratterizzò particolarmente l’Italia, questo non squalificò affatto il nostro Paese da un punto di vista musicale, soprattutto per quanto riguarda la musica della contestazione.

Con “Dio è morto” di Francesco Guccini, in Italia comincia l’era della canzone di protesta. Nel nostro paese, come nel resto del mondo, si erano diffuse le prime rivolte studentesche e soprattutto si stavano facendo largo nuovi ideali. Tutto era pronto per accogliere una cultura nuova, quella precedente era, appunto, morta.

Le note della canzone di Guccini accolgono proprio questo sentimento di disillusione e delusione nei confronti di un sistema pieno di contraddizioni. Il “dio” della canzone sono i moralismi, gli ideali di una vecchia borghesia nei quali i giovani non credevano più, dal momento che  li avevano smascherati della loro ipocrisia.

La musica era dunque una grande cassa di risonanza, un eco e al contempo il modulatore dei sentimenti che si stavano facendo largo tra i giovani di allora.

Gli anni Sessanta però non furono solo il teatro del cambiamento, della contestazione studentesca, della libertà.

Ciò che coinvolse particolarmente gli animi dei giovani e la musica della contestazione fu lantimilitarismo.

Il pacifismo fu la risposta alle guerre che divamparono in quegli anni, prima su tutte: la guerra del Vietnam. La musica anche in questo caso giocò un ruolo chiave.

La cantante americana Joan Baez si distinse in particolar modo per questo. Prestò infatti la sua voce e la sua musica ad un impegno politico che non abbandonò mai. Musica e attivismo furono un connubio inscindibile della sua carriera. Si dedicò particolarmente alla difesa dei diritti civili e schierò le sue canzoni e i suoi concerti contro la guerra del Vietnam.

Il suo impegno e i suoi ideali la portarono a lanciarsi in prima persona in una viaggio ad Hanoi. Questa decisione le costò quasi la vita, ritrovandosi nel bel mezzo di un bombardamento. Tale esperienza portò Joan Baez a scrivere un paio di brani che riflettono quello che aveva vissuto in prima persona. I brani sono presenti nell’album “Where are you now, my son?“, uscito nel 1973.

L’impatto emotivo e tragicamente reale con la guerra erano garantiti nella musica di Baez.

Questo anche grazie all’inserimento, nel brano che dà il titolo all’album, del suono dei bombardamenti prontamente registrati da Joan.

Un altro autore che ha fatto della musica una potenza espressiva politica e pacifista è stato Bob Dylan, celebre la sua “Blowing in the wind“(1963). La canzone è un forte messaggio pacifista in quanto riflessione sull‘incapacità dell’uomo di sottrarsi alla guerra e al conflitto.

Per questo il brano di Dylan divenne l’emblema dei movimenti a favore dei diritti civili e della delusione americana nei confronti della politica.

Non volendo e non potendo nemmeno avere la pretesa esaustiva di elencare ogni caso in cui la musica si rivelò partecipe e indiscussa protagonista di un cambiamento, farei a questo punto non uno, ma ben due salti temporali in avanti.

Il primo: 1979, Pink Floyd, “Another brick in the Wall“. Questa è una delle musiche più iconiche degli anni Ottanta, densa di significato. Il ritmo che sale, la rabbia, il coro di ragazzi: non è una canzone che lascia spazio all’indifferenza, ma alla presa di coscienza in prima persona.

Il muro che il protagonista si ritrova a fronteggiare dapprima è un muro psicologico, che si è costruito a seguito della morte in guerra del padre. Poi questo muro da abbattere diventa, nella seconda parte della canzone, un muro ideologico di un sistema alienante e uniformante. Un muro di Berlino che i bambini, il coro di studenti che intervalla la composizione di Roger Waters, sono chiamati a buttare giù.

Il secondo salto temporale, il più impegnativo, è quello che ci riporta ad un presente in cui la musica della contestazione è affidata per lo più al rap, Tale genere però rischia sempre di più di uniformarsi ad un intrattenimento di massa che esclude molto presto il messaggio.

Le manifestazioni di protesta attuali con più risonanza e partecipazione sono sicuramente quelle relative ai cambiamenti climatici.

Il rinnovato impegno giovanile, a cinquant’anni dal ’68 è a favore dell’ambiente, è rivolto al tentativo di salvare il pianeta e sottrarlo agli sprechi e alle logiche delle lobby dei potenti.

Quale ruolo ricopre la musica in questa protesta della contemporaneità?

La colonna sonora delle grandi manifestazioni organizzate e simboleggiate dall’attivismo di Greta Thunberg, come #FridaysForFuture, è stata sicuramente “Singing for the Climate“.



Si tratta di una riedizione della canzone della Resistenza, “Bella Ciao“, con un testo nuovo, che inneggia a una nuova consapevolezza e impegno eco-sostenibile.

Anche nel panorama italiano si distingue in questo senso la figura del cantautore Piero Pelù. Lo scorso 13 ottobre è uscito il suo nuovo album, che si distingue per la presenza di “Picnic all’inferno“, brano nel quale Pelù ha remixato parte del discorso di Greta, pronunciato a Katowice nel 2018.

La musica e il messaggio politico ancora una volta si fondono in un connubio perfetto che spetta solo di essere maggiormente diffuso.

La critica di una donna che era giovane tra gli anni Sessanta e Settanta, con la quale ho avuto modo di discutere dell’argomento, è stata proprio questa. La musica in quegli anni non era solo un mezzo, ma la contestazione stessa, la sua voce.

Oggi più che altro la contestazione è social e facilmente manipolabile dai media. Vive di una nuova linfa, ma non ha ancora un bagaglio musicale strutturato, in grado di far risuonare “nelle cuffiette” di tutti, giovani e non, i messaggi che le manifestazioni per il clima stanno portando avanti.

Ma le piazze sono piene e non resta che attendere un nuovo ritmo che pian piano, come la musica ha sempre fatto nei decenni, germoglierà.

Claudia Volonterio

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