La natura morta vive in Chardin

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Jean Siméon Chardin (1699-1779) è l’anima di quel Settecento intimista che si cela nel silenzio di un interno borghese.

D’indole anticonformista non accoglie i dettami accademici diffusi e non svolge il consueto Gran Tour in Italia, prassi degli artisti del tempo. Il suo stilema esula da un ritorno del classicismo e decorativismo di stampo mitologico; non considera il repertorio storico e ritrattista ufficiale in voga all’epoca.

Il suo impulso proviene dell’empatia che instaura con il suo apparato introspettivo. Costui ascolta la sua voce interna, interiorizza i suoi sentimenti e li trasmoda sulla tela in originali sovrastrutture raffiguranti delle nature morte.

Nel 1728 viene notato dall’Accademia reale di pittura e scultura che dona il suo placet alla sua candidatura nel settore specifico della rappresentazione di animali e frutta.

L’opera di Chardin contempla, oltre questa categoria, considerata minore, anche un figurativismo di genere e profonde una serie di ritratti che stigmatizza il ceto medio nel quotidiano.

Le sue nature morte sono delle costruzioni intellettuali, complesse nell’impianto competitivo che fanno intravedere un ponte verso le composizioni moderne. Un pulviscolo immerge le sue opere in un’atmosfera densa, di attesa ineluttabile. Un’assenza di tempo che iconizza queste intelaiature del pensiero.

Un particularismo, morboso negli accenti, di impronta fiamminga, che crea un senso irreale, come di un mondo parallelo. Pesci, utensili di impiego quotidiano e frutta vengono assemblati in un modo seriale, compulsivo, dove sembra essere assente la forza di gravità. La monocromia o le tinte pallide raggelano l’assetto emotivo.

Borghesi francesi raffigurati in posture tipiche della “pittura di genere”, immerse in un silenzio che illividisce i volti.

Attimi eterni che isolano quegli interni dallo scorrere della vita comune, come un mondo parallelo dai suoni sordi e le tinte opache.

Ci si serve dei colori, ma si dipinge con il sentimento

 

 

Costanza Marana

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