La criminalità organizzata barese è plasmata da nuove strategie e da una generazione di giovani mafiosi che non si accontentano più di gestire il potere ereditato dai loro padri. La necessità di espansione non è solo un’opzione, ma anche una condizione di sopravvivenza. I clan storici si rigenerano, le vecchie alleanze si consolidano e il controllo si sta estendendo oltre i confini di Bari, penetrando nella provincia con una determinazione che non lascia scampo.
Dalla città alla provincia: l’espansione strategica dei clan
Prima il potere dei gruppi mafiosi si esauriva all’interno delle maglie urbane, adesso Bari non è più sufficiente. La provincia, con le sue realtà meno controllate e le opportunità offerte dall’edilizia popolare, dal commercio e dal traffico di stupefacenti, è il nuovo orizzonte. Da Monopoli ai centri storici di Trani e Bisceglie, fino alle periferie di Bitonto e ai piccoli comuni dell’entroterra, la mappa della mafia barese si è ridisegnata con una precisione chirurgica.
Le nuove generazioni della criminalità organizzata barese si stanno spostando per imporre il proprio controllo. La colonizzazione avviene attraverso un doppio canale: da un lato, lo spostamento fisico di interi nuclei familiari legati ai clan, che si stabiliscono nei nuovi territori come cellule dormienti pronte ad attivarsi; dall’altro, la penetrazione economica, con attività commerciali fittizie, investimenti e una rete di connivenze che consentono loro di sorvegliare sulle dinamiche locali.
Secondo l’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia, il panorama criminale barese si è consolidato attorno a tre clan egemoni: i Capriati, gli Strisciuglio e i Parisi-Palermiti. Queste tre famiglie non solo dettano legge in città, ma estendono la loro influenza ben oltre, grazie a una rete di affiliati e sottogruppi che eseguono gli ordini senza margine di disobbedienza. I figli e i nipoti dei boss storici portano avanti la tradizione con metodi più diretti e spregiudicati, disposti a sacrificare qualsiasi cosa per guadagnarsi il proprio spazio.
Tutto il resto ruota intorno a loro. Alcuni clan si sono dissolti, altri si sono ridimensionati, ma il ricambio generazionale garantisce una certa continuità. I gruppi minori, come i Misceo, i Montani, gli Anemolo e i Lorusso, pur mantenendo una relativa autonomia operativa, restano ingranaggi di un meccanismo più grande, soggetti alle direttive dei clan dominanti. La loro funzione è abbastanza chiara: eseguire i compiti più sporchi, gestire il racket e assicurare il flusso di denaro ai vertici, senza mettere in discussione l’ordine imposto.
Meno omertà, più visibilità
La vecchia regola del silenzio sta lasciando spazio a una criminalità organizzata che si fa vanto del proprio potere. I giovani boss non temono più di mostrarsi, anzi, ostentano la loro ricchezza e il loro dominio sui social, esibendo auto di lusso, abiti griffati e serate nei locali più esclusivi.
Non si fermano nemmeno durante gli arresti domiciliari, nemmeno poco prima di presentarsi davanti al giudice. Christian Capriati, ad esempio, figlio del boss assassinato in uno dei tanti agguati mafiosi, nelle ore precedenti alla sua dichiarazione in tribunale pubblica un video su TikTok: si riprende dal basso per mostrare il tatuaggio ritraente un kalashnikov, segno manifesto di appartenenza. In sottofondo è possibile ascoltare un audio: «Ma tu lo sai che i lupi se le mangiano le pecore».
La paura, strumento sottile e invisibile, ora si manifesta apertamente, in sparatorie nei locali, minacce pubbliche e sfide alle forze dell’ordine. L’essenziale, per questi sodalizi criminali, è che il messaggio giunga a destinazione con la massima efficacia. A conferma di ciò, a Bari i giovani e i giovanissimi, privi di occupazione, privi di scrupoli e fortemente radicati nell’universo digitale, hanno trovato proprio in TikTok una ribalta ideale per veicolare intimidazioni.
La piattaforma è l’arena privilegiata per la propaganda criminale, un luogo in cui il terrore si espande attraverso contenuti virali, mirati a consolidare l’egemonia dei clan e a lanciare avvertimenti ai collaboratori di giustizia.
Anche Eugenio Palermiti, prima braccio destro del boss del rione Japigia e oggi noto pentito, è stato oggetto di fotomontaggi denigratori. Il livello di sfrontatezza raggiunto su un profilo appositamente creato da questi soggetti è impressionante: gli insulti sono rivolti non solo ai pentiti, ma anche ai loro familiari, costretti a vivere in località protette. Tra i numerosi video si può notare l’ammonimento «Pentitevi davanti a Dio, non davanti ai magistrati».
Dunque, la mafia barese ha imparato a evolversi, adattandosi agli scenari sociali. Il cambio di strategia non è casuale, ma risponde alla nuova logica di potere in cui il rispetto è ottenuto con visibilità e terrore. Un mix tra il crimine tradizionale e l’esibizionismo digitale.
La fascinazione per la criminalità è veleno che si diffonde tra i più giovani. Cresciuti in un contesto di assenza di alternative, sono attratti dall’illusione della ricchezza facile e dell’impunità e vedono nei boss un modello di successo.
Dal racket agli appalti pubblici: un meccanismo inceppato
La criminalità organizzata barese si adegua anche ai nuovi scenari economici con una capacità di infiltrazione sempre più sofisticata. Non si accontenta più di gestire le piazze di spaccio o imporre il pizzo ai commercianti, ma punta al controllo sulle assegnazioni delle case popolari.
Interi nuclei familiari legati ai clan vengono trasferiti dalle periferie degradate della città ai comuni limitrofi. Dunque, le abitazioni destinate alle fasce più deboli della popolazione sono, nelle mani dei più forti, il mezzo ideale con cui consolidare la presenza criminale nei quartieri emergenti.
Ma il vero salto di qualità si registra nel mondo degli affari: le società di comodo create dai clan operano in settori strategici, dalla ristorazione all’edilizia, nascondendo sotto una facciata legale un’attività di riciclaggio e di controllo del mercato che asfissia la concorrenza onesta.
Ciò che ne consegue è una ristrutturazione dell’apparato criminale barese che la giustizia fatica a demolire. Se da un lato le forze dell’ordine conducono ininterrottamente operazioni contro i vertici della criminalità organizzata barese, dall’altro la rapidità con cui questi riescono a ricomporsi rende l’azione repressiva inefficace nel lungo periodo.
Ogni arresto di un boss viene compensato dall’ascesa immediata di un nuovo leader, ancora più giovane e spregiudicato del precedente.















