La pensione non deve essere il sogno di una vita

La pensione può nascondere in realtà un sentimento di inutilità che, se protratto per lungo tempo, può sfociare in danni fisici e psichici. Oltre ad attaccare la meritata serenità della terza età.

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Periodicamente, si sente rimbalzare tra i bicchieri vuoti del bar una qualche frase pronunciata da un lavoratore ormai stanco, che allude al desiderio illusorio di poter essere veramente sereni soltanto una volta raggiunta la pensione.

Ma questo sogno non è null’altro che un’utopia. Un tentativo di ritirarsi da un mondo che più non si riconosce come il proprio.

La pensione è una foresta in cui è facile perdersi dietro allo specchio opaco delle proprie fragilità.





Con le dovute eccezioni – ad esempio, chi è malato, chi ha svolto un lavoro usurante, chi lavora da una vita – la pensione non crea una felicità duratura, ma anzi al contrario genera fragilità e stati psico-fisici instabili in grado di aggravare la salute.

In una struttura sociale come la nostra, caratterizzata da dinamiche frenetiche, la pensione viene percepita da un numeroso gruppo di lavoratori come una pausa dal ritmo che la vita gli ha imposto, uno spazio temporale in cui potersi riposare serenamente prima di lasciare questo mondo.

Senza ombra di dubbio, questo è sicuramente legittimo e comprensibile qualora avvenga nei giusti tempi biologici e sociali. Perché, se è vero che ogni uomo ha il diritto di riposarsi alla fine della propria vita, è anche vero che se questo riposo dovesse giungere troppo precocemente i problemi sollevati sarebbero maggiori dei vantaggi.

Andare in pensione prima del previsto, come prevede Quota 100, quando insomma si è ancora in salute, nuoce gravemente alla propria autostima, nonché alla società.

Per la maggior parte dei lavoratori, la pensione coincide con la prevalenza interiore di sentimenti di inutilità, che alimentano il giro vizioso della depressione senile.

Uscire dal mondo lavorativo per entrare in quello della pensione rende più facile la proliferazione mentale di percepirsi come un elemento marginale in un mondo che continua a scorrere sui binari del progresso, nonostante tutto.

Man mano che il nostro si costruisce attraverso le reti intersoggettive che andiamo a tessere, si va formando in parallelo anche una serie di compiti vitali. Compiti nei quali le persone si impegnano perché li sentono particolarmente cruciali per la propria esperienza di vita. È anche tramite questi compiti vitali, esistenziali, che noi andiamo a costruire la nostra autostima e serenità.

Le scienze sociali evidenziano come non sia possibile considerare ogni essere umano come una monade. Perché l’individuo e il processo di individuazione sono in massima parte dipendenti dall’altro, dalla realtà in cui è inserita la persona singola.

Non esiste uomo senza altro uomo.

Il processo con cui le persone vanno a formare il proprio sentimento di Sé è fortemente basato su meccanismi di differenziazione. Impariamo a capire cosa siamo, osservando gli altri e inferendo prima di tutto cosa non siamo. Non a caso, molti studi hanno dimostrato come sia molto più facile descriversi per negazioni piuttosto che per affermazioni.

L’essere umano è talmente una specie sociale che ha finito per creare le più complesse strutture sociali presenti in natura. E in ogni struttura che si rispetti esistono gradi e ruoli.

Nel momento in cui allora una persona oltrepassa la soglia della pensione, perde il ruolo precedentemente svolto e, se non adeguatamente preparata, finisce per sentirsi un ingranaggio obsoleto, ormai inutile e da buttare.

Non è solo la psicologia ad avvertire dei nefasti effetti della pensione sulla salute. Ma a farlo è anche la medicina. Entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano i disturbi cardiovascolari, i rischi di depressione e il ricorso a medici e specialisti. Secondo quanto emerso dal 64esimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria a Roma, l’incremento registrato oscilla tra il 2 e il 2,5%.

La cultura con i suoi strumenti può ridurre gli effetti negativi del pensionamento.

Come detto prima, il periodo post-pensione coincide con fragilità e tensioni che i medici toccano con mano attraverso una sintomatologia fisica e cognitiva ben precisa.

Dagli studi emerge comunque una leggera differenza sugli effetti tra ricchi e poveri, tra persone istruite e pensionati con minori risorse culturali. Chi ha meno strumenti e scarse entrate, registra anche maggiori problemi di salute.

Con il raggiungimento della pensione, inoltre, si abbassa anche il proprio potere d’acquisto. Soprattutto nei casi in cui, per anticipare la pensione, si rinunci ad una parte considerevole del proprio stipendio. Il risultato può essere un pensionato 70enne con 40 anni di lavoro che rischia di diventare povero e non potersi permettere le cure di cui ha bisogno.

Finché allora la società industriale non smetterà di considerare gli anziani come dei bambini invecchiati, consumatori senza essere produttori, bisognosi incessantemente di cure e attenzioni, il pensionato resterà ingabbiato in un sistema che lo considera come un fanciullo senza però la prospettiva del futuro che appartiene all’universo infantile.

È compito allora necessario, per l’ecosistema sociale – e in misura minore anche per il singolo pensionatocreare nuovi ruoli e nuovi spazi relazionali in età geriatrica affinché anche gli anziani si sentano capaci di spalancare un loro contributo al mondo.

Perché ogni anziano è stato prima un bambino, poi un adulto. Ed è una goccia di vita e di storia nell’oceano del tempo che scorre, ancora in grado di intonare la melodia dell’esistenza.

Axel Sintoni

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