La piaga del classismo borghese italiano

In Italia siamo di un classismo borghese talmente radicato che come il maschilismo, non viene mai a galla.

È quel classismo borghese paternalista che ci fa pensare agli immigrati come coloro che vengono a fare i lavori più umili cioè a farsi sfruttare di più, e ci fa dimenticare che non c’è alcuna coincidenza fra il prestigio del lavoro e la dignità con cui lo si svolge. Gli immigrati fanno i lavori più umili ma chi li conosce un minimo sa benissimo che sono fra i meno disposti, non fra i più disposti, a farsi sfruttare nei lavori che fanno. Sono arrivati in Italia per lavorare e hanno rinunciato a tanto, agli affetti più cari per poter dare a quegli affetti un futuro. Non sono disposti a pettinare le bambole e la politica di destra e sinistra legata al padronato lo sa molto bene e lo ha capito dall’inizio, dall’assassinio di Jerry Masslo nel 1989, un sindacalista che in Italia si trovava per lottare; per questo si sono inventati i clandestini e la sicurezza, per poter avere armi di controllo e ricatto che ne indebolissero le lotte e la possibilità di organizzarsi per resistere all’avidità e alla crudeltà dei padroni.
La disponibilità a farsi sfruttare oggi la troviamo invece proprio nei lavori più prestigiosi: quelli intellettuali e terziari, quelli creativi, quelli cui accedono i borghesi che hanno con il lavoro un rapporto compromesso dalle proprie aspirazioni individualistiche e di classe e in nome di queste dicono sì a condizioni offensive di sfruttamento.
È dove c’è più apparente prestigio che troviamo oggi minore dignità dei lavoratori. Fra i lavoratori delle attività più umili, con i loro tanti cognomi stranieri, troviamo invece la grande scuola di serietà, di lotta e di conflitto sociale che i borghesi italiani hanno smesso da tempo di frequentare ma che tanti proletari, braccianti e neobraccianti digitali anche autoctoni stanno ricominciando ad apprezzare, dando vita nelle lotte a una solidarietà interetnica di cui abbiamo immenso bisogno.

Federica D’Alessio

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