La Piana del Drago: San Giorgio, archeologia e fantascienza

san giorgio carlo crivelli 1472
Carlo Crivelli, “San Giorgio” (1472).

Abbiamo incontrato Marco Di Giaimo e Giuseppe Bono per via di una loro rivisitazione del “vampiro di Venezia”. Stavolta, li ritroviamo fuori dalla loro beneamata Bassa Bresciana, per un breve romanzo di fantascienza: La Piana del Drago (2016, Angolazioni). L’ambientazione prescelta è la Grecia, luogo ricco di storia e scavi archeologici.

Perché di uno scavo andremo a parlare: quello che, nella finzione, riporta alla luce i resti di San Giorgio e del drago che avrebbe sconfitto. Ricordato il 23 aprile nel calendario cattolico, il santo ha un nome greco, che significa contadino; ma sarebbe originario della Cappadocia e vissuto nel sec. III.

 

“La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano (detta basilica era già meta di pellegrini prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere).
La notizia viene confermata anche da Antonino da Piacenza (570 ca.) e da Adamnano (670 ca) e da un’epigrafe greca, rinvenuta ad Eraclea di Betania datata al 368, che parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”.
(Dal sito Santiebeati.it)

 

L’iconografia lo rappresenta intento a uccidere un drago, per liberare una fanciulla. L’accostamento del grande serpente all’immagine femminile non è infrequente. Se n’è occupata, per esempio, Riane Eisler, nel suo arcinoto Il Calice e la Spada (1987).

 

A ogni modo, San Giorgio, più che figura storica, è figura archetipica: quella del martire cristiano che, a proprio rischio, combatte contro i culti precedenti (il drago) in favore di una nuova religiosità (la fanciulla “liberata”).




 

La sfida di Bono e Di Giaimo è immaginare un’équipe di archeologi alle prese col reale ritrovamento di due scheletri: un soldato romano e un gigantesco volatile preistorico. Non avrebbero mai dovuto trovarsi insieme, in quel luogo e (soprattutto) nella stessa epoca. Qualcosa di straordinario dev’essere successo.

 

Quel “qualcosa” è ciò che ha dato il nome alla Piana del Drago, in un paesello greco, e l’ha resa inadatta all’agricoltura. Il Dott. Dragan Rissas, archeologo e antropologo, è determinato a scoprire di che si tratti. La sua passione è sostenuta dai giovani studiosi che lo accompagnano. Soprattutto dalla giovane assistente, Lucia Fermi, per la quale il non più ventenne professore comincia a provare sentimenti rispettosi, ma poco professionali. Alla vicenda, si mescola così una sottotrama amorosa: Rissas è sempre più diviso fra Lucia e il ricordo della defunta moglie…

 

Ma non c’è tempo per piangere sui cuori infranti. Il prezioso ritrovamento è minacciato dalle trame del sindaco Mikis Zagaris: un padreterno cafone, interessato solo alla discarica che dovrebbe venir allestita nella Piana del Drago e che comporterebbe una succosa circolazione di denaro.

 

A ciò si aggiunga il tempo: solo un’anomalia temporale può spiegare la compresenza del soldato e della creatura preistorica. L’archeologia s’incontrerà così con la fisica, per un progetto che avrà del miracoloso… Il tutto con un suggerimento di fondo: forse, il vero San Giorgio non è quello scheletro. È ogni uomo che combatte contro l’arroganza per affermare il bisogno disinteressato di conoscenza.

 

Come per Il segreto del vecchio cimitero, l’idea di giocare coi segreti della storia è giunta agli autori da un articolo: pubblicato nel 2007 su Focus.it, riportava la notizia del ritrovamento di scheletri di mammuth con “proiettili” di ferro incastrati nelle ossa. L’esperimento in cui sfocerà il racconto è tratto da uno reale, descritto sul sito LeScienze.it nel 2012. Per il resto, ogni riferimento (alla politica corrotta, al dio denaro che cerca di affossare il desiderio di conoscenza) è puramente casuale. O no?

 

Erica Gazzoldi

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