La piazza, le sardine e la pandemia

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Di Gregorio Staglianò


Il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri approvato lo scorso 9 marzo, vieta, fra le altre cose, ogni tipo di assembramento di persone in luoghi pubblici o aperti al pubblico, per favorire il contrasto alla pandemia di coronavirus. Con l’impossibilità di aggregarsi fisicamente, sigilli legali sono stati apposti su uno dei luoghi cardine dell’azione politica: la piazza. Tutti le fazioni politiche hanno dovuto “ripensare” il loro modus operandi, reinventandosi e adattandosi, non senza difficoltà, come per esempio chi del contatto fisico e diretto ne ha fatto una bandiera, come chi in piazza ci è nato, come il movimento delle Sardine. Da qual 14 novembre 2019, giorno del battesimo politico di Mattia Santori e delle sue “6000 Sardine” è passato un po’ di tempo e l’emergenza sembra aver soverchiato totalmente il movimento, anche se “ci stiamo ri-organizzando” assicurano i leader. Che fine hanno fatto dunque, le Sardine? Andiamo con ordine.

Il battesimo politico: la piazza

Durante la campagna elettorale per le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna, mentre la Lega lanciava la candidatura della sua candidata Lucia Borgonzoni, quattro trentenni bolognesi organizzavano una manifestazione di piazza per oscurare mediatamente la proposta leghista. La chiamata alle armi è avvenuta tramite il tam tam sui social network e in brevissimo tempo, oltre 15.000 persone si sono radunate in Piazza Maggiore, a Bologna: molte di più delle 6.000 – da qui il nome del movimento – che gli organizzatori si attendevano. La folla radunata in quel 14 novembre, eterogenea ma mossa dal comune sentimento anti-salviniano, ha tentato con successo di replicare nelle settimane successive: prima a Modena, poi Firenze, Milano, Torino Napoli e infine a Palermo.

Esattamente un mese dopo il loro battesimo politico, il 14 dicembre le Sardine hanno tentato il grande passo, una prova di maturità in un luogo molto caro alla politica italiana: un’imponente manifestazione nella Piazza San Giovanni, a Roma, teatro di numerosissime manifestazioni. L’ultima grande manifestazione delle Sardine, in ordine cronologico è stata tenuta in Piazza VIII Agosto a Bologna, lo scorso 19 gennaio, in una sorta di comizio-concerto difronte a 40.000 persone.

Ma torniamo alla manifestazione in Piazza San Giovanni.

La prova di maturità: le proposte

Al di là della querelle sui numeri – Santori diceva d’aver portato in piazza 100.000 persone, la questura 35.000 – ciò che San Giovanni ha rappresentato per il movimento è senz’altro il tentativo di fornire alla base del movimento – anche sotto una certa pressione dei media – un’identità, da forgiare attraverso l’acquisizione e la formulazione di proposte politiche.

Dal palco allestito infatti Mattia Santori ha elencato i primi – e fino ad ora unici – punti programmatici del movimento:

“pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica, invece che fare campagna elettorale permanentemente”; “pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente sui canali istituzionali”; “pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network, sia economica sia comunicativa”; “pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini alla verità e traduca tutto questo sforzo in messaggi fedeli ai fatti”; “pretendiamo che la violenza venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica in ogni sua forma”; “chiediamo di ripensare – per poi correggersi con “abrogare” sostenendo che fosse simile il significato – il decreto sicurezza”.

L’imprevisto: il coronavirus

Le “proposte” di Piazza San Giovanni hanno alimentato fin dal primo istante un’aspra polemica sulla loro effettiva concretezza e sulla loro potenziale vacuità, specialmente da parte di chi si è cominciato a interrogare sull’effettiva utilità sociale di un movimento come quello delle Sardine. Certo è che quando le persone si organizzano e si riversano in piazza è sempre un bel segnale di vita per una democrazia, che si ravviva, discute e si confronta. Nonostante gli endorsement ricevuti da alcune delle forze di sinistra, o dal M5S, Santori e le Sardine hanno fatto sapere di non avere intenzione di trasformarsi in un partito politico per il momento, di non volersi strutturare in tal senso. L’unico tentativo di riorganizzazione fino ad ora conosciuto risale a metà gennaio scorso, qualche giorno prima dell’ultima apparizione pubblica delle Sardine a Bologna, quando Santori e soci hanno deciso di costituire l’associazione “6000 sardine E.T.S” per gestire il denaro raccolto con una campagna di crowdfunding – circa 57.000 euro – sulla piattaforma Ginger, in vista della sopracitata manifestazione bolognese.

Poi, il blackout, non delle Sardine, ma del mondo intero. Con l’avanzata dell’emergenza, i palinsesti e le pagine dei mezzi di informazioni si sono riempite di numeri, dati, allarmi e analisi sul coronavirus, sulle sue cause e le sue conseguenze, relegando tutto il resto in secondo piano. Le piazze fisiche, svuotate hanno lasciato il passo a quelle virtuali, dove la politica ha incrementato la sua presenza, trovando rifugio e cercando di non perdere il contatto con il Paese reale. Tra chi si affanna per mantenere il timone della nave in tempesta e chi – non troppo velatamente – denuncia la deriva e lo smarrimento della rotta, c’è chi ha preferito il silenzio, come le Sardine. Se l’intento è quello di rimanere “un corpo intermedio” fra la politica e l’attivismo civico, è anche vero che viene naturale domandarsi quale sia il reale scopo del movimento che non vuole farsi partito. Data la differenza politologica fra le due entità – il movimento mira per sua natura al raggiungimento di un obiettivo parziale, mentre il partito mira a gestire la res publica – viene naturale domandarsi se la scelta di rimanere un movimento sia deliberata o meno. Parlare di politica, darsi una visione politica, porsi obiettivi politici viene spesso interpretato dalla base dei movimenti come un’attentato allo sforzo iniziale, al progetto originario, come uno sforzo divisivo fra i membri di una base che come spesso accade, non è legata solamente che da un obiettivo comune: nel caso delle Sardine, sembrerebbe l’anti-salvinismo e l’antifascismo. Due posizionamenti che non bastano sicuramente a fornire il carburante necessario per condurre una battaglia politica strutturale. Dall’altra parte è anche vero che la mancanza di una visione di politica interna o internazionale, la mancanza di una visione economica e sociale è tipica dei movimenti che nascono per un fine determinato: non spetta alle Sardine proporre un cambio di rotta, non spetta ad un movimento che per ora vuole rimanere tale avanzare delle proposte politiche, reclama parte dell’opinione pubblica.

È un momento decisivo per tutte le forze politiche. Non sappiamo se l’emergenza accelererà il processo di scollamento fra i partiti e la società civile, se metterà definitivamente in crisi la democrazia di partito o se invece produrrà un effetto in direzione opposta, rafforzando la posizione di chi si dimostrerà abile nel superare il guado. Quello che sappiamo è che l’urgenza del momento fornirà sicuramente a tutte le forze dello spettro politico l’occasione di maturare un cambiamento o un rafforzamento della propria identità. L’interrogativo sulle Sardine e sulla loro identità però, rimane: Santori è arrivato a proporre, lo scorso 3 aprile dalla Gruber a Otto e Mezzo, una “patrimoniale”, un prelievo dai conti correnti degli italiani. Sì, ma non dei ricchi, di tutti, secca all’1%. Chiamarla “tassa patrimoniale” però non ha funzionato in passato e così, secondo Santori, definirla come “prestito di solidarietà” suonerebbe senz’altro meglio, per questa “patrimoniale civica”. Dire chiaramente che bisognerebbe tassare chi ha di più, attenendosi anche a quel criterio tributario di progressività sancito dalla Costituzione, sarebbe stata una presa di posizione netta – e coraggiosa -, che forse avrebbe fatto perdere alle Sardine qualche sostenitore, perché avrebbe catapultato il movimento in un preciso spettro politico. Non sappiamo quanto tempo ancora saremo costretti a fare i conti con la pandemia e il suo pesante lascito economico, ma speriamo che il tempo del dilettantismo politico, finisca presto.

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