Polemiche per la foto di H&M: “È razzista”

La catena di abbigliamento svedese viene messa sotto accusa: dopo la valanga di critiche, si scusa e rimuove l'immagine incriminata.

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Negli ultimi giorni la catena di abbigliamento svedese H&M si è trovata protagonista di una grande polemica. Causa scatenante è stata un’immagine contenuta nel catalogo online dell’azienda. Essa ritraeva un bambino nero che posava indossando una felpa in cui era stampata una frase: “The coolest monkey in the jungle“, che tradotto significa “La scimmia più cool della giungla“. Quest’articolo ha sottoposto il marchio ad un vero e proprio processo, con l’accusa di razzismo.

Ecco l’immagine in questione.
Fonte: www.darlin.it
La bufera sui social

In molti sono insorti e hanno twittato parole dure nei confronti di H&M. Questa pubblicità è stata giudicata fuori luogo, vergognosa e discriminatoria. Tra questi, un giornalista del New York Times, Charles M. Blow, che chiede sorpreso alla catena di abbigliamento: “Avete perso la dannata testa?”. Poi ha rincarato la dose. Ha infatti condiviso un’immagine in cui confronta la felpa prima descritta con un’altra, stavolta indossata da un bambino bianco. In quest’ultima, sul petto si legge: “Mangrove jungle: Survival expert”. 

https://twitter.com/alwayspaisley/status/950216536219836416

Da un lato un nero che nella giungla è il più “figo” ma non come uomo, bensì come scimmia; dall’altro un bianco che nella giungla è un uomo, forte ed esperto di sopravvivenza. Il pubblico non ha gradito questa scelta, considerandola razzista. L’azienda, rendendosi conto di essere in una pessima posizione, ha chiesto scusa per aver offeso delle persone con tale immagine, rimuovendola dal catalogo.

Presa di posizione razzista o mera gaffe?

H&M, dopo essersi scusata, ha poi dichiarato alla rivista di moda Quartz di credere nella diversità e nell’inclusione. Ha aggiunto, inoltre, che avrebbe rivisto le proprie politiche interne in modo da evitare problemi futuri. Le scuse, la pronta volontà di rimediare rimuovendo l’immagine, hanno messo una toppa sulla frase incriminata.

Tuttavia, non tutti sono soddisfatti, neanche dopo il mea culpa, ritenuto insufficiente. Questo probabilmente accade non tanto per un capriccio, ma per una ragione storica. Negli Usa, i neri hanno vissuto in regime di segregazione razziale fino agli anni ’60. Questo tipo di reazioni sono perciò inevitabili in un Paese ancora molto sensibile al tema. Inoltre, razzismo e discriminazioni purtroppo esistono ancora oggi in tutto il mondo e sono ben lungi dall’essere un ricordo. 

Ma non mancano anche le posizioni di chi crede nella buona fede dei creatori dell’immagine. Nel sito dell’azienda è possibile notare che gli indossatori dei capi d’abbigliamento sono persone ognuna diversa dall’altra, alcune dalla pelle chiara e altre dalla pelle scura. Far indossare ad un bambino nero una felpa in cui lo si identifica con una scimmia, potrebbe anche essere stata solo una sconveniente gaffe. Forse H&M è stata semplicemente sprovveduta, agendo senza pensare che ci sarebbero state queste conseguenze.

Perché “scimmia” ha una valenza razzista?

Se sulla felpa ci fosse stato scritto “La TIGRE più cool della giungla” probabilmente non sarebbe stata mossa nessuna accusa di razzismo. Stessa cosa se la felpa della “scimmia” fosse stata indossata da un bianco. Perché quella parola assume un connotato razzista proprio e solo nel momento in cui viene rivolta ad un nero?

Alcuni diranno che chi ha considerato quella felpa razzista verso il bambino che la indossava, è il primo ad alimentare il razzismo. Ma probabilmente la questione è più complessa.

Le parole sono uno strumento potentissimo. Possono avere più d’un significato e a seconda del contesto e dell’interlocutore ne assumono altri ancora. Quante volte diamo dello “stupido” a qualcuno dei nostri amici? È chiaro che il significato della parola non è dei più positivi, ma indirizzata ad un amico risulta un appellativo scherzoso e addirittura benevolo. 

Nella nostra società è capitato tantissime volte che una persona di colore fosse accostata ad un ominide. È successo a Cecile Kyenge, definita “Orango” da Calderoli quando la donna era Ministro nel governo Letta; succede a calciatori che vengono derisi dagli spalti da tifosi che imitano il verso della scimmia.

Di esempi ce ne sono tanti, ma bastano questi per dimostrare come un epiteto, per alcuni innocuo, possa invece essere molto grave se indirizzato a qualcun altro. L’accostamento delle persone nere alle scimmie è un becero modo di prendere in giro un uomo perché il suo colore della pelle sarebbe più riconducibile a quello di un animale che a quello di un essere umano. Come se il vero “uomo” fosse solo quello bianco. È un abbinamento che ha l’obiettivo di disprezzare e discriminare una determinata categoria.

In conclusione, non possiamo condannare H&M con l’accusa di razzismo al di là di ogni ragionevole dubbio, poiché le sue scuse lasciano ancora spazio alla buona fede. Ma si devono considerare pure le ragioni di chi si è sentito offeso di fronte ad una parola che accende la spia del razzismo, proprio perché spesso è stata utilizzata in chiave discriminatoria.

Rossella Micaletto

 

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