La quarantena non è un privilegio ma la sua idealizzazione sì

L’italia è alla terza settimana di quarantena, eppure la consapevolezza di questo momento storico è piuttosto bassa.

Durante i primi giorni di entrata in vigore delle misure che hanno drammaticamente ristretto le libertà costituzionalmente garantite ad ogni cittadino, si sono registrate alcune infrazioni. Nulla che fosse particolarmente allarmante ai fini del contenimento dei contagi.

La reazione contro i trasgressori è invece diventata sempre più allarmante con il passare del tempo. Social e balconi – gli unici due spazi rimasti aperti per gli italiani – sono diventati il palco perfetto per l’arroganza da far passare per senso civico. Il messaggio di sensibilizzazione della popolazione è diventato sempre più violento, registrando un’incredibile eco mediatica, ed ha finito per svilire la drammaticità della questione quarantena.

Cercando di evidenziare che ogni singola azione è importante per contenere il virus, si è finito per sottovalutare in generale la costrizione in casa. Mentre venivano criminalizzati i runner al parco e i proprietari di barboncini incontinenti, si è ossessivamente detto “in fondo vi viene chiesto solo di stare sul divano”. Questa frase non è stata rivolta solo ai trasgressori ma a tutti, agevolata dallo stereotipato egoismo italiano.

La presunta facilità dello stare a casa è stata così posta al centro di un discorso pubblico che forse non è mai stato tanto inquinato da bugie e retorica copri-bugie. Addirittura celebri media stranieri, dal New York Times al The Guardian, hanno diffuso i video di personaggi del calibro di De Luca, elogiandone la comunicazione. Ci siamo cioè ritrovati a registrare ammirazione diffusa per quella stessa comunicazione politica contro cui ci si era stretti in piazza come sardine, consistente in violenza, insulti, gogna social, aggressività e strategia del capro espiatorio.



L’insulto al furbetto era basato sullo svilimento della quarantena. “Ti hanno chiesto solo di stare a casa, perchè devi andare a correre?” come a dire: sei stupido se non riesci a dare esecuzione ad un comando così semplice.

Il comando “restate a casa” diventa semplice sulla base di una serie di confronti privi di senso logico ed espressione del delirio politico del paese. Il primo tra questi paragoni è stato quello con la guerra. Uno slogan, rilanciato su tutti i social nei primi giorni di quarantena, può essere preso come eblema di questo confronto: “ai nostri nonni venne chiesto di sacrificare le loro vite in battaglia, a noi solo di stare sul divano“. Il messaggio poteva subire ovviamente delle variazioni, ma il concetto rimaneva lo stesso.

Un secondo paragone è quello con medici e forze dell’ordine, gli eroi della battaglia. Dagli influencer e da conduttori e conduttrici della tv si è sentito decine di volte al giorno che possiamo salvare il mondo con un gesto semplicissimo come quello di stare a casa, allegando foto di infermieri segnati dalla mascherina. L’importanza del lavoro di chi è più a diretto contatto con la malattia ci avrebbe dovuto far sentire ancora più stupidi se chiusi in casa ci sentivamo persi, disperati, depressi o spaventati.

L’intento di questo tipo di comunicazione è quello di far impallidire i sacrifici di oggi comparandoli con quelli del passato o con quelli di altri. Il sacrificio di un lavoro, di uno stipendio, di una casa, di un rapporto personale, di un benessere mentale, non è riconosciuto come tale. E se non ci stiamo sacrificando, se quello che stiamo facendo non ci costa nulla, non abbiamo il diritto di chiedere.

Il discorso politico di queste settimane mira a coprire il dissenso, che come in ogni situazione – ancora di più nell’emergenza – sarebbe scomodo. Per questo è stata creata l’idealizzazione della quarantena.  Se la quarantena è un privilegio, allora non ci dobbiamo lamentare, denunciare gli abusi di potere o chiedere insistentemente di darci previsioni sul futuro. Siamo noi, gli italiani, ad aver provocato questa situazione con i nostri comportamenti scellerati, e ad aggravarla ogni giorno per la nostra incapacità di obbedire. Noi avremmo dovuto sapere che non era un’influenza, anche se erano proprio le istituzioni a dirci il contrario. Ed ora noi dobbiamo rimediare a questa situazione, e ci è stato anche dato il privilegio di farlo in modo semplice.

Quindi guai a criticare una lista di attività essenziali ben più lunga dell’essenziale, a proporre una riflessione su un decennio di tagli alla sanità, a chiedere ad un Presidente del consiglio di essere onesto e di collaborare alla corretta informazione di un paese democratico, o al capo della Protezione civile di spiegare le anomalie dei numeri di cui è responsabile. Dissentire non ci è consentito perché siamo colpevoli e privilegiati.

Non si tratta però di riconoscerci come privilegiati in quanto bianchi occidentali. In quel caso riconosceremmo un privilegio oggettivo, preesistente alla situazione di emergenza sanitaria ma reso ancora più evidente da essa. Si tratta di svilire piuttosto un sacrificio che ha comunque le sue ragionevoli dimensioni e le sue importanti implicazioni sul lungo termine. Proprio nell’idealizzazione della quarantena come “piccola rinuncia” o addirittura come “dono da spendere preziosamente”, si vede il distacco dalla realtà del dibattito pubblico.

Il poeta Franco Arminio solo pochi giorni fa evidenziava come, secondo l’indentificazione tipica dell’arte con l’astratto, il governatore campano De Luca – tutto teso a punire chi organizza improbabili feste di laurea  – sia più artista che politico. La comunicazione politica insomma sta dimostrando sempre di più il suo distacco dalla realtà, insistendo su situazioni che spesso non esistono, o distorcendo fortemente quelle esistenti. I dati sui controlli delle forze dell’ordine ci dicono che gli italiani escono poco, e quelli sugli ascolti televisivi sono la testimonianza di un popolo spaventato alla disperata ricerca di informazioni attendibili.

A stare sul divano tranquilla è Chiara Ferragni, che ai suoi 19 milioni di follower ha detto con rabbia: “dovete solo stare in casa sul divano, è piuttosto facile”. Sicuramente è facile per lei, un po’ meno invece è per famiglie che vivono in appartamenti che sono un decimo della sua cabina armadio. Sicuramente non è semplice per chi lavorava in nero – quasi 4 milioni di italiani secondo i dati Istat più recenti – e per tutti quei lavoratori dipendenti che al massimo possono sperare in uno stipendio dimezzato.

La quarantena non è un privilegio per chi deve uscire di casa per lavorare in fabbriche ancora oggi ritenute “essenziali”. Sono gli stessi che stanno schiacciati in metro perché il numero di corse è stato ridotto all’osso. Quelli che sono stati messi alla gogna sui social come incoscienti.

Politici e personaggi pubblici però continuano a parlare della quarantena in termini romantici: alla fine ora avete un sacco di tempo libero da investire in passioni, potete fare il pane in casa e stare con i vostri figli. Ma nelle case degli italiani non è così.

Nelle realtà si è nervosi, preoccupati e spaventati. Nel mondo reale sono calate le denunce per violenza domestica, e milioni di persone si sono trovate dall’oggi al domani senza il supporto psicologico di cui godevano. La verità è che si vive in quattro in 40 metri quadri, e che il tempo libero non diventa quello delle passioni ma quello delle telefonate alla banche e ai padroni di casa. Il celebre italiano medio esce poco, spende poco e sta incollato a tv e social per cercare di capire quando razionalmente questa situazione potrà finire. Ma la tv, i social, la politica, evitano qualsiasi discorso razionale. Si preferisce dare suggerimenti su cosa fare per distrarsi – come se il problema principale fosse la noia – criminalizzare le singole infrazioni ed elogiare la gestione italiana dell’epidemia a ruota libera.

La quarantena non è un privilegio ma il nido di una crisi economica e sociale che ha pochi precedenti. Raccontarla come la vacanza spensierata invece è un privilegio riservato a chi vive fuori dalla realtà.  Stare sul divano non è facile, e il pensiero del domani – parola completamente fuoriuso nel dibattitto pubblico – è diventato ossessione.

 

Marika Moreschi.

 

 

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