La razionalità dei pregiudizi sociali: euristiche e bias

Siamo portati a pensare che i pregiudizi sociali siano il frutto di formule irrazionali, illogiche ed impulsive. Secondo gli studi recenti della psicologia cognitiva, sarebbe un errore pensarlo.

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Durante una lezione di psicologia sociale, la professoressa chiede agli alunni se, secondo loro, i pregiudizi sociali sono razionali o irrazionali. La pletora di giovani studenti si interroga a fondo. Ogni studente dialoga intensamente con il compagno più vicino. E, alla ricerca di una risposta, scruta la docente, che a sua volta osserva interrogativa la classe.

Alla fine, sul coro di mani alzate, si erge una voce: “Sì, prof. I pregiudizi, come il razzismo, si fondano su meccanismi irrazionali. Perché non è giusto giudicare un uomo dall’apparenza”.

Sul viso dell’insegnante scompare istantaneamente il vago sorriso interrogativo, di chi sperava in una risposta brillante di qualche studente. E, piano piano, lo sguardo bruno dell’insegnante, di quelli che ti scavano l’anima, comincia a suonare parole: “No, ragazzi. Non confondete la razionalità con la giustizia sociale. I pregiudizi sociali sono in realtà basati su meccanismi intimamente razionali”.

Ecco, più o meno, così potrebbe cominciare una lezione universitaria sui pregiudizi sociali, basati sulle euristiche.

Ma cosa sono le euristiche?

Le euristiche sono le scorciatoie che la nostra mente utilizza per prendere decisioni in maniera veloce ed efficiente.

Esistono, tuttavia, situazioni in cui le persone sono capaci d’elaborare accuratamente le informazioni prima di prendere una decisione valutativa. Ma sono la minoranza.  Perché la stanchezza, la mancanza di tempo necessario, il sovraccarico cognitivo e l’elevato numero di impegni ci costringono a diminuire l’accuratezza dei nostri giudizi per risparmiare tempo e sforzi.

In questi casi allora, ci aggrappiamo a strategie consolidate dall’esperienza che permettono di risparmiare energia.

Il lato opposto della medaglia è l’elevata possibilità di sbagliare, incorrendo nei bias. Ovvero, tendenze sistematiche che generano errori di valutazione.



I pregiudizi sociali si formano sulla limitatezza cognitiva degli esseri umani.

Cosa voleva intendere la professoressa quando sosteneva che i meccanismi dei pregiudizi sociali sono profondamente razionali?

Dal punto di vista cognitivo, gli stereotipi sociali sono una serie di associazioni tra una categoria e un attributo che si crede condiviso da tutti i membri della suddetta.

Il funzionamento è semplice: viene presa una sola caratteristica e viene elevata come equazione di appartenenza categoriale. Così, vengono a crearsi i più classici degli stereotipi: gli ebrei intelligenti, gli italiani buongustai, i neri pulsionali, gli asiatici nerd e via discorrendo.

Quando le persone sono in condizioni instabili, tendono a fossilizzarsi su una sola caratteristica (per pigrizia mentale) per decidere a quale categoria appartenga una persona. La cosa interessante è che avviene una discriminazione acritica e universalizzata anche in mancanza di prove favorevoli.

Allora è vero. Ha ragione l’insegnante: i pregiudizi sociali si reggono su meccanismi razionali. Qualora per razionale si intenda un complesso di strutture cognitive che funzionano per attribuzioni causali.

Siccome le informazioni in nostro possesso non possono essere che limitate, il nostro cervello preferisce attuare soluzioni rapide basate su un numero limitato di fattori salienti piuttosto che soluzione lente basate su un esame accurato di tutti i fattori. La nostra mente allora utilizza delle scorciatoie, le euristiche appunto, per prendere decisioni risparmiando tempo e sforzi.

Così i pregiudizi sono sì razionali, ma di quella razionalità che Simon chiama razionalità limitata. Perché sulla base di pochi e scarni elementi, si formula un giudizio causale totalizzante sulla persona o su un particolare oggetto, evento.

Pregiudizi sociali
L’ignoranza genera una sordità autoreferenziale, che sfocia nella stigmatizzazione sociale.
Il nemico dell’empatia: l’effetto attore-osservatore

Uno dei bias che influisce sulla creazione e cristallizzazione dei pregiudizi sociali è l’effetto attore-osservatore.

Le persone tendono ad attribuire le cause del proprio comportamento a fattori situazionali, contingenti e circostanziali, mentre le cause del comportamento degli altri a fattori personali, immanenti e caratteriali.

È questo effetto che ci induce ad accampare alibi per i nostri insuccessi. Al contrario, biasimiamo chi sbaglia. Lo rendiamo ridicolo perché crediamo sia tutta colpa sua.

Il motivo sembra dipendere da una distorsione percettiva nell’attenzione.

Mentre l’attore pone il focus sulla propria memoria autobiografica, l’osservatore esterno vede solamente il comportamento esterno. Non conosce perciò nessuna informazione sulle circostanze dell’evento. In mancanza di ciò, può soltanto attribuire le cause di un certo comportamento a caratteristiche intrinseche dell’attore, cioè a chi sta agendo.

È come se l’osservatore veda nel quadro di realtà soltanto la figura dell’attore e, quest’ultimo solamente lo sfondo, divenendo lui a sua volta lo sfondo del quadro.

Contrariamente a quanto facciamo con noi, per giudicare i comportamenti degli altri ne attribuiamo la causa al loro carattere, anziché all’ambiente.

Nel caso, per esempio, vedessimo una persona frugare nei cassonetti dell’immondizia penseremmo subito che sia un accattone. Se l’analisi dovesse rimanere superficiale, non ci interrogheremmo sulle dinamiche che hanno portato quell’uomo ad intraprendere tale comportamento.

I pregiudizi sociali sono soltanto bias.

Il pregiudizio allora non è null’altro che un errore, un bias, derivante da una serie di euristiche. E come ogni altro errore, può essere prevenuto e curato. D’altro canto però, i pregiudizi sono difficilmente evitabili, perché inscritti nel sistema cognitivo dell’uomo.

A noi non resta che prendere atto della limitatezza cognitiva dell’uomo affinché non si cadi nell’errore di credere veri i nostri pregiudizi, diventandone schiavi.

Risulta allora molto importante nei momenti in cui siamo osservatori sbirciare impudentemente dentro le altre vite. Per impedire di mascherare dietro una coperta di indifferenza la storia, il dolore e la gioia delle persone. Con l’ovvio intento di porre in rilievo le condizioni circostanziali.

Servirebbe come un vento di scirocco, caldo e afoso, che sbuffasse via ogni giorno l’apparenza abusata delle cose e ci spingesse un po’ più in là, oltre lo specchio del viso, per osservare i labirinti oscuri dei nostri comportamenti. Della nostra mente.

Axel Sintoni

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