La rivolta dei tacchi: una protesta che riaffiora a battute alterne

Alte o basse, grasse o magre, ma tutte senza tacchi. La cosiddetta rivolta dei tacchi ha ottenuto in queste ore la risonanza che merita? Quali le ragioni sociali di una tale pratica ancora così radicata?

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La protesta è partita sotto l’egida della scrittrice e attrice giapponese Yumi Ishikawa, leader del movimento KuToo, che lotta contro l’obbligo di indossare i tacchi alti a lavoro.

Il movimento KuToo è nato nel febbraio scorso sulla scorta di un Tweet pubblicato dalla scrittrice sopracitata nel quale chiedeva alle aziende di non obbligare le lavoratrici ad indossare i tacchi alti. Al Tweet è seguita una petizione contro il dress code di molte aziende giapponesi che, più o meno tacitamente, impongono alle lavoratrici un certo tipo di vestiario, pena il licenziamento oppure la non assunzione.





Il movimento KuToo cavalca l’onda del famoso MeToo, ma è in realtà sorto quale crasi di due parole giapponesi “kutsu” (scarpe) e “kutsuu” (dolore). In seguito al Tweet della giovane scrittrice giapponese molte donne hanno pubblicato foto dei loro piedi feriti dalle scarpe alte. Più o meno intenzionalmente, Yumi Ishikawa si è ritrovata ad interpretare il ruolo di leader di una battaglia che a più battute riaffiora in varie parti del mondo.

Non è d’altronde la prima volta che le donne si uniscono per protestare contro l’obbligo dei tacchi a lavoro. Recentemente, una petizione simile fu firmata da più di 100 mila persone nel Regno Unito in seguito al licenziamento della receptionist Nicola Thorp, motivato dalla sua scelta di indossare scarpe basse a lavoro. Venne così alla luce che l’obbligo del tacco vigeva anche in lavori nei quali è previsto fare scale, trasportare pesi, camminare per lunghi tragitti. Nello stesso anno, 2017, in Canada, più precisamente nella British Colombia, le aziende si sono finalmente espresse a favore dell’abolizione di questa pratica ritenuta “sessista e discriminatoria”.

La protesta contro il tacco alto: corsi e ricorsi della storia?

Sebbene provochino dolore e problemi fisici, le donne continuano ad indossare i tacchi. La buona notizia è che il mercato si è spostato sul tacco medio o basso. Secondo il gruppo di ricerca NPD, negli Stati Uniti i tacchi con un’altezza compresa tra i 4 e gli 8 centimetri hanno venduto oltre il 3 per cento in più dei tacchi più alti, nel periodo compreso tra l’agosto 2016 e il luglio 2017. Nei due anni precedenti i tacchi alti avevano invece venduto l’8 e il 14 per cento in più dei tacchi bassi. In generale, secondo l’azienda di raccolta dati Edited, i tacchi medi e bassi venduti a prezzo pieno sono aumentati del 71 per cento nel terzo quadrimestre del 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, mentre i tacchi alti venduti a prezzo pieno sono diminuiti del 36 per cento.

Si vedono ancora tante donne camminare dinoccolate per le strade, negli uffici o nei bar. Chissà che recitare la vita sopra i trampoli non sia la pena che la donna si autoinfligge per porsi al livello dell’occhio maschile? In alternativa alla visione femminista, ci sono le ragioni estetiche e le ragioni economiche in virtù delle quali si giunge a compiere le più atroci imprese quotidiane, fino a quella di ferirsi i piedi. Colpirsi con la frusta, d’altronde, sarebbe troppo esplicito e scenografico, meglio una pratica più timida e femminile.

Giulia Galdelli

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