La scomparsa di Yohan riapre il dibattito sul fenomeno del K-pop, tra soldi, fama e morti sospette

Giorni fa mi sono imbattuta in un trafiletto che dava notizia della morte di Yohan. Forse Yohan in Italia lo conoscono in pochi, ma nel mondo giovanile del pop era una star. Kim Jeong-hwan, questo il nome all’anagrafe, 28 anni nascosti dietro a un viso da quindicenne, era il front leader della band coreana TST.

Dagli anni ’90 in poi, grazie anche ai social media, il fenomeno musicale del K-pop (acronimo di Korean pop) è esploso travalicando il confine e spopolando anche tra i giovanissimi europei e americani. Una realtà che lancia boy band per teenagers sulla falsariga di quelle degli anni ’80, dove tutto viene studiato a tavolino: si fa un’audizione, si selezionano i volti più fotogenici e si mandano a scuola di canto e ballo. Si mette insieme una band di 5 o 6 elementi e si lancia il progetto con una costosa operazione di marketing.

Ma torniamo a Yohan. Nel comunicato che accompagna la notizia non vengono specificate le cause della morte del cantante e l’etichetta della band si trincera dietro un freddo no-comment. Ne scrivo perché la scomparsa prematura quanto “misteriosa” del giovane e promettente artista si aggiunge ad una lista di morti anomale tutte avvenute in quell’ambiente musicale.

La prima fu la 22enne Ahn So-jin, il cui corpo nel 2015 venne ritrovato in un giardino dopo una caduta dal decimo piano di un condominio. Si è parlato di una forte depressione, dunque il suicidio sembrò l’ipotesi più plausibile.

Ahn So-jin

Nel 2017 è stata la volta de Kim Jong-hyun, componente di una band famosissima, gli Shinee. Kim viene trovato senza vita in un hotel di Seul. Anche nel suo caso si parlò di suicidio: si sarebbe avvelenato con monossido di carbonio. Aveva 27 anni.

Il 2019 è stato un anno nefasto con ben tre morti. Le prime due erano amiche, tutte e due musiciste, si chiamavano Goo Ha-ra e Sulli, 28 e 25 anni. Trovate senza vita nelle rispettive case a sei settimane di distanza l’una dall’altra. Spuntano delle denunce di cyberbullismo, poi di molestie sessuali, anche stavolta si parla di suicidio e poi nulla viene piu’ confermato.

La terza vittima Cha In Ha, aveva 27 anni ed è stato trovato anche lui senza vita nell’appartamento dove viveva da solo, l’ansa dice “per cause mai specificate”.

Kim Jong-hyun

E’ incredibile come questa scia di morti giovani e promettenti, dall’aria infantile e i capelli color pastello, pare non destare eccessiva preoccupazione tra produttori e discografici, che continuano a “sfornare” una band dietro l’altra, limitandosi a rimpiazzare chi non c’è più liquidando la questione con comunicati tutti uguali dopo ogni tragedia: “siamo devastati nel comunicare una notizia così straziante e dolorosa”. E poi il silenzio.

Certamente quello del K-Pop, come del resto anche altre realtà giovanili, deve essere un ambiente altamente competitivo. La giovane età, mista all’inesperienza e alla forte pressione mediatica può creare un certo scompenso psicologico, come ha confermato, in una recente intervista, il giornalista Lee Hark-joon. “Fin da piccoli vivono una vita meccanica, passando attraverso un regime di allenamento molto duro. La loro caduta può essere così improvvisa quanto drammatica al pari della ascesa verso la fama. È una professione vulnerabile soprattutto a livello psicologico, sono esaminati minuto per minuto sui social e le fake news sulla loro vita personale esplodono istantaneamente”.

Il cantante Dongwan attacca il sistema mettendoci la faccia:

Ci sono sempre più cose che ci costringono a fare. Le persone si aspettano che gli idoli siano sorridenti e sani. Che siano sexy, ma senza fare sesso. Che dimostrino carattere, senza combattere contro nulla. Quanto a lungo si può sopportare tutto questo? I soldi e la fama sono sufficienti?

Dongwan ha ragione, e sarebbe il caso di interrogarsi su una questione spinosa che accomuna tanti giovani, non solo coreani, pressati sui social e spremuti dalle case discografiche per fare incassi milionari, stritolati da un sistema più grande di loro.

Agatha Orrico

One thought

  1. questa riflessione sulla K Pop ma in generale sul mondo giovanile e veramente fantastica ! vera e profonda !
    mi ha fatto venire in mente una mia vecchia riflessione
    “se non possiedi nulla non puoi perdere nulla
    non cercare disperatamente di essere tutto perché così non ti perderei nel nulla
    non cercare disperatamente di apparire perchè così non sparirai mai
    cerca di vivere con la libertà di essere e non cadrai nel non essere !

    grazie per il bel articolo ! GfF

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