La scuola dei precari: quando i professori vanno in pensione chi prende il loro posto?

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Circa quarantamila docenti andranno in pensione entro la fine di agosto. Metà di loro grazie a quota 100.

Questa notizia, che potrebbe dare qualche minima speranza al vastissimo serbatoio di precari e supplenti prodotti dal nostro sistema educativo, risulta essere, in realtà, del tutto negativa. Nessun precario, infatti, sarà stabilmente assunto al posto dei neopensionati. La mancata sostituzione è causata da uno dai tanti tagli messi in atto sul versante educativo tra il 2018 e il 2019. Ironico, inoltre, che gran parte dei tagli effettuati nel 2018 siano stati giustificati con la necessità di finanziare il progetto “Quota 100“. Lo stesso progetto che ora, a fronte dei mancati impegni per le nuove assunzioni, rischia di danneggiare drasticamente il sistema educativo, proiettandolo interamente nella cosìdetta “scuola dei precari“.

Risulta evidente come questo governo, purtroppo, non abbia particolarmente a cuore il sistema educativo nazionale. La retorica dei due partiti al governo si configura spesso come resistenza anti-intellettuale, contro i così detti “professoroni“, rei di aver passato gran parte della propria vita tra lo studio e l’analisi del reale, per poi pretendere, addirittura, di essere ascoltati da qualcuno. E’ stato attaccato il valore della laurea e di qualsiasi altro titolo di studio, equiparandolo all’esperienza di vita delle singole persone. Quella stessa esperienza di vita che spinge alcuni a ritenere la terra piatta e l’universo una cupola forellata.

Non proprio il massimo dell’attendibilità.

A fianco degli attacchi mossi contro il mondo accademico, inoltre, dobbiamo registrare anche una dannosa narrazione dei giovani. Se la scuola non è compresa come elemento necessario e fondamentale alla formazione di una cittadinanza virtuosa (citando il buon Machiavelli), è anche perché i primi fruitori del sistema educativo, semplicemente, non sono compresi o ascoltati. Dall’inizio degli anni duemila il giovane è divenuto, a fasi alterne, “bamboccione“, scansafatiche e svogliato. Non ci si aspetta niente dai giovani e quando finalmente i ragazzi si attivano, come per le manifestazioni a favore del clima, come con Greta Thunberg o con Karola Rachete, non si riconosce mai il valore del loro attivismo. Sono ancora una volta degli scansafatiche, drogati dei centri sociali, ragazzine che farebbero meglio ad andare a scuola (Greta) o individui la cui invidiabile carriera deve essere dubitata e attaccata fino al parossismo (Karola)





Ad uscire sconfitto da questo costante scambio tra critica al mondo accademico e critica alle generazioni più giovani è la scuola in generale. Se i giovani sono scansafatiche anche quando fanno qualcosa; se gli intellettuali sono la casta da combattere; chi deve educare e chi deve essere educato? Cosa chiedere a questo sistema educativo? L’attuale governo preferisce non dare risposta alcuna.

La scuola dei precari

Accanto agli ingenti tagli e all’enorme mole di professori che, da questo agosto, andranno in pensione, neanche un euro è stato stanziato per l’assunzione dei precari. Gli insegnanti precari, al momento, sono circa  170 mila, un quinto dell’intero corpo docenti. A seguito dei 40 mila pensionamenti ne compariranno ovviamente molti altri: la scuola dei precari è il futuro, purtroppo. Attualmente pare che il prossimo anno scolastico partirà scontrandosi con questo enorme problema. Si attende un anno costellato di supplenze e professori precari che, sempre più spesso, saranno costretti a “saltellare” tra una scuola e l’altra. Da un capo all’altro d’Italia. Il danno per l’educazione dei ragazzi, mai stata in buone acque, potrebbe essere irreparabile.





La scuola dei precari porta con sé anche un altro dramma indiretto: per molte discipline mancano insegnanti preparati. La logica dietro a questa mancanza è piuttosto semplice. Chi, dopo dieci anni passati sui libri, spendendo soldi e sudore, vorrebbe gettarsi nel mondo del precariato a tempo indeterminato? I laureati in discipline umanistiche continuano a far bella presenza, ovviamente, in quanto l’insegnamento risulta spesso l’unico sbocco calcolabile per determinati studi. I laureati di altri rami, però, hanno la possibilità di scegliere. O meglio. Essi possono imboccare ben altre strade oltre a quella del precariato a vita nell’insegnamento; una tra tante: la fuga all’estero.

Ecco quindi che in questo marasma di supplenti e precari si registra una forte mancanza d’insegnanti per quanto riguarda le materie scientifiche. Una mancanza che non potrà essere colmata se non tramite una pachidermica riforma scolastica che nessuno sembra intenzionato a compiere. Sì, serve una riforma affinché i laureati possano nuovamente trovare appetibile un’occupazione necessaria allo sviluppo delle nuove generazioni che, al momento, risulta solo incerta, immobile e frustrante.

Ancora più grave la situazione relativa al sostegno

Quando si parla degli insegnanti di sostegno sappiamo tutti di accedere ad un terreno composto da sabbie mobili. Se la scuola italiana è un disastro, la questione degli insegnanti di sostegno risulta essere la ciliegina sulla torta. La stragrande maggioranza degli studenti con bisogni particolari, infatti, continua ad essere seguita da personale impreparato. Le liste di attesa, intanto, traboccano di soggetti altamente qualificati che già si guardano intorno, alla ricerca di nuove occupazioni lontane dall’ambito della scuola pubblica.

Se gli insegnanti di sostegno sono impreparati alla gestione delle varia difficoltà o mancanze dei giovani in questione, ovviamente, il danno ricade tutto sui ragazzi. Già la presenza di una certa preparazione di carattere psicologico, infatti, potrebbe aiutare immensamente queste categorie giovanili svantaggiate a colmare il gap che li separa dai compagni. Un insegnante di sostegno dovrebbe infatti saper comprendere e gestire, come minimo, la psiche del ragazzo con problemi. Dovrebbe essere in grado di riconoscere uno scatto d’ira, distinguendolo magari dai sintomi di ansia, di paura, di stanchezza o di disagio.





Troppe volte, invece, la mancata comprensione di questi processi condanna il giovane al silenzio, all’incomprensione e, soprattutto, ad un pressante sentimento d’inadeguatezza che potrebbe seguirlo per tutta la vita, limitandone le possibilità future.

 

Andrea Pezzotta

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