La situazione in Afghanistan vista da Teheran

La notizia della presa di Kabul da parte dei talebani e il conseguente scenario che si sta delineando in questi giorni non potevano lasciare indifferente il vicino Iran. Il presidente Ebrahim Raisi, appena insediato, si trova a fare i conti con un ulteriore tassello di instabilità nel già precario equilibrio della Repubblica islamica. Il ritiro degli Stati Uniti non può che rallegrare Teheran, a maggior ragione nelle condizioni repentine e a dir poco scomposte in cui si è verificato. Molti, Israele in testa, sostengono che la Repubblica islamica aumenterà la sua influenza nell’area. Ma è pur vero che le incognite sul futuro dell’Afghanistan sono tante e non è detto che l’Iran possa trarne beneficio.




La sconfitta militare e il ritiro degli USA dall’Afghanistan deve diventare un’opportunità per rilanciare la vita, la sicurezza e una pace duratura nel paese.

Questo il primo commento del presidente Raisi, che ha anche parlato del diritto alla stabilità e al benessere del popolo afghano. L’Iran, come paese vicino e fratello, si impegnerà nel garantire la stabilità e monitorare la situazione in Afghanistan. Incarico affidato al ministro degli esteri uscente Mohammad Javad Zarif, che si è occupato di questo paese per circa vent’anni ricoprendo diversi ruoli. Non ultimo quello di organizzatore del dialogo inter-afghano tenutosi a luglio a Teheran.

Le complicate relazioni tra Teheran e i talebani

La cautela nelle dichiarazioni rispecchia la delicatezza della posizione iraniana di fronte all’evoluzione dello scenario afghano e l’ambiguità verso i talebani, con cui i rapporti restano complessi. L’Iran, come altri paesi, ha supportato il governo afghano, ma allo stesso tempo ha anche armato e aiutato i talebani. Nonostante questa doppiezza, quello che è certo è che i talebani non sarebbero certo visti di buon occhio come padroni incontrastati del paese.

Il punto più alto di scontro risale al 1998, quando l’Iran mosse le sue truppe al confine afghano in seguito all’uccisione di otto diplomatici e un giornalista a Mazar-e Sharif da parte dei talebani. In quell’occasione il presidente uscente Hassan Rouhani si spese per dissuadere la Guida suprema Ali Khamenei da progetti di rappresaglia.

Arginato il rischio di un’invasione iraniana, nel corso del tempo le relazioni tra Teheran e i talebani mutarono in favore di un più proficuo pragmatismo. Nonostante le differenze religiose, l’Iran è dovuto scendere a patti con il movimento per cercare di tutelare gli hazara. Questi ultimi sono una minoranza sciita e persianofona dell’Afghanistan (circa 20% della popolazione) che subisce persecuzioni da decenni.

In quanto maggiore paese di confessione sciita, la Repubblica islamica vuole dimostrare di essere in grado di proteggere i fedeli sciiti anche al di fuori dei propri confini.

In queste ore si temono violenze e vendette dei talebani che potrebbero colpire anche la componente sciita. Secondo Amnesty International i talebani avrebbero ucciso nove uomini hazara nel villaggio di Mundarakht già lo scorso luglio. Ora che hanno raggiunto il potere la repressione potrebbe continuare, creando tensioni con Teheran. L’Iran potrebbe intervenire in quel caso attraverso l’unità di combattenti afghani sciiti e filoiraniani Fatemiyoun.

L’Iran teme un’ ondata di rifugiati dall’Afghanistan

D’altra parte la Repubblica islamica sa che non può permettersi di accogliere tutte le persone che cercheranno asilo nel paese. Negli ultimi quarant’anni sono circa 3.5 milioni i profughi afghani che sono arrivati in Iran, dove costituiscono ormai il 4% della popolazione. Percentuale che rischia di aumentare rapidamente a causa di diversi fattori. Iraniani e afghani non condividono solo 921 km di confine, alcuni di loro parlano anche la stessa lingua (farsi e dari) e appartengono alla stessa confessione religiosa. Inoltre la Turchia sta costruendo un muro al confine con l’Iran (che dovrebbe raggiungere 243 km) proprio per evitare il riversarsi dei rifugiati afghani nei propri confini.

Abdolmohammad Taheri, diplomatico incaricato dell’Afghanistan, ha affermato che potrebbe essere l’Iran ad affrontare le peggiori conseguenze dell’instabilità afghana. Sia in termini umanitari che di sicurezza, l’Iran (insieme al Pakistan) potrebbe essere messo a dura prova dalla situazione nel paese vicino. Sempre secondo Taheri, tra i rischi c’è anche da considerare l’eventuale infiltrazione di membri dell’ISIS o di Al Qaeda nel flusso di rifugiati che ci si attende.

Nonostante la prudenza dialogare con i talebani sarà inevitabile

Un ulteriore timore è che non siano solo persone disperate ad attraversare il confine, ma anche traffici illeciti di oppio e di eroina. Durante la prima conferenza stampa il portavoce dei talebani Zabiullah Mujahid ha chiesto aiuto alla comunità internazionale per trovare alternative a questo commercio. Ma non sembra un’opzione credibile rinunciare agli introiti più che ingenti che è in grado di garantire. Nel 2020 il traffico di oppio rappresentava il 26,7% del bilancio annuale dei talebani, secondo una stima del Center for Afghanistan Studies.

Qualche segnale di distensione è nel frattempo arrivato dai talebani. Il loro portavoce Ofogh ha dichiarato sul canale tv iraniano Etemad online che «non abbiamo problemi con l’Iran. È il nostro vicino e vorremmo avere un buon rapporto». Così come alcuni spiragli di apertura sono stati espressi dai vertici iraniani, anche in un’ottica di collaborazione con Cina e Russia. Secondo il Teheran Times, in questo momento i talebani sono interessati a mostrarsi cooperativi (soprattutto con i paesi vicini) e capaci di governare da soli l’Afghanistan. Per tutti questo sembra essere il tempo della prudenza. È il momento di ripulire la propria immagine e moderare il linguaggio, mentre al riparo dai riflettori si può negoziare e stringere accordi.

 

Giulia Della Michelina

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