La storia di Greta: bimba rom di 4 anni non può più salire sullo scuolabus

La storia di Greta: una bambina rom di 4 anni, di Torino, che percorre ogni giorno 4 chilometri a piedi per raggiungere la sua scuola materna. Il motivo? È priva di residenza, come il padre.

La storia di Greta: bimba rom di 4 anni che non può più salire sullo scuolabus

Greta è una bambina di appena 4 anni. Una bambina rom, nata a Torino e che da sempre vive nel campo nomadi di Collegno.

Questa bimba non può accedere al servizio di scuolabus del comune. L’unica sua colpa è quella di non avere la residenza, così come suo padre. Sebbene lei a Collegno ci viva da sempre. Perciò, ogni mattina, Greta deve camminare per 50 minuti, su una lunga strada priva di marciapiedi, solo per esercitare un diritto: andare a scuola.

Lo scuolabus le passa accanto, la supera… la ignora. Greta è solo una bambina. E sulle sue spalle, oltre allo zainetto, porta il fardello della disuguaglianza.




La storia di Greta: 4 km a piedi per raggiungere la scuola

Greta percorre 50 minuti di cammino, circa 4 chilometri, partendo dalla baracca costruita da papà Valentino nel campo nomadi di Collegno – uno dei comuni più grandi della provincia di Torino – fino alla scuola dell’infanzia.

Lo scorso anno, prima del lockdown, l’amministrazione comunale aveva garantito alla famiglia la possibilità di utilizzare lo scuolabus, ma da settembre questa bimba rom di 4 anni non può più salire sullo scuolabus assieme agli altri bambini del campo.

Al mattino Greta parte dal campo nomadi alle 8, mano nella mano con il papà. E affrontano un percorso sconnesso. Alcune strade sono prive di marciapiede, altre super trafficate e piene di rifiuti e vetri rotti.

Il motivo? Pur avendo sempre abitato nell’accampamento vicino al campo volo, Greta e la sua famiglia non risultano ufficialmente residenti a Collegno e quindi – almeno secondo il Comune – non possono usufruire del servizio.

Il padre di Greta ha presentato ricorso

Il padre di Greta, Valentino, ha presentato ricorso tramite l’avvocato Federico Depetris.

“Il mio cliente è nato a Torino e vive a Collegno dal 1998. Anche i suoi figli sono nati a Torino, ma l’unico documento di cui dispone è un passaporto croato. Non è cittadino italiano e non riesce a ottenere la residenza, nonostante sia autorizzato a dimorare presso l’accampamento di strada della Berlia, assieme alla moglie e ai due figli minori. Non ha un lavoro e non può dimostrare di essere indipendente dal punto di vista economico, circostanza che gli impedisce di ottenere anche altri servizi essenziali come un medico di famiglia o un pediatra per i suoi bambini.”

Valentino, 34 anni, vorrebbe davvero integrarsi nella comunità di Collegno:

“Purtroppo senza la residenza è impossibile. Come è impossibile trovare un impiego e così mi devo arrangiare con qualche lavoretto saltuario. Svuoto cantine, aiuto qualche amico, ma nulla di continuativo. Io non voglio che i miei bambini facciano la vita che ho fatto io, per questo lo scorso anno ho subito mandato mia figlia all’asilo. Fino al lockdown è andato tutto bene, ma adesso vede i suoi compagni salire sullo scuolabus e lei invece deve andare a piedi”.

Ecco il paradosso: per ottenere la cittadinanza serve un lavoro e per ottenere un lavoro servono la residenza e una certa disponibilità economica. Come si fa?

“Sono cittadino comunitario e per legge dovrei dimostrare di avere un lavoro o una disponibilità di 5 o 6 mila euro in banca. Ma per avere un lavoro devo avere una residenza e un conto corrente non ce l’ho.”




La storia di Greta: le repliche dell’amministrazione

La replica di Maria Grazia De Nicola, assessora alle Politiche sociali, non si è fatta aspettare:

 “Il mancato trasporto è la conseguenza della mancata residenza che formalmente questo nucleo non ha mai richiesto. Si è sempre limitato a recarsi agli uffici con la mediazione di un operatore sociale per avere informazioni relative agli adulti, non ai minori, senza mai esibire la documentazione del possesso dei requisiti previsti. Lo scorso anno, pur in assenza di residenza, il Comune aveva concesso il trasporto per dare un ulteriore segno ai genitori di sostegno affinché la bimba potesse avere una giusta inclusione sociale, ma avvisandoli nel contempo della necessità di regolarizzare la loro situazione al campo”.

Anche il sindaco di Collegno, Francesco Casciano, sostiene che la famiglia di Greta sia stata sollecitata a regolarizzare la posizione già da molti mesi:

“Per noi il diritto allo studio è un bene primario, ma lo scuolabus è un servizio che viene erogato ai residenti. Lo scorso anno abbiamo fatto un’eccezione invitando la famiglia a provvedere a tutte le pratiche necessarie, ma non è stato fatto. E adesso il trasporto degli studenti deve seguire protocolli molto più stringenti per le normative anti-contagio. Che non ci permettono di comportarci diversamente. Garantiamo tre passaggi del nostro pulmino per i piccoli studenti del campo e i bambini disabili vengono portati a scuola in taxi. Ci sono però delle regole che vanno rispettate”.

Quindi Greta, a soli 4 anni, deve andare all’asilo a piedi. Mentre tutti voltano lo sguardo dall’altra parte, nascondendosi dietro parole come “nucleo”, “requisiti”, “documentazione”, “pratiche” e soprattutto: “il rispetto delle regole”.

Le regole, quelle che in Italia esistono solo per essere infrante. Da sempre.

Eppure per questa bimba non si possono fare eccezioni. Non può più salire sull’autobus…

Che Paese strano, il nostro.

Giulia Chiapperini

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