La sublime normalità di Pablito

Di Carlo Nesti


Un anno che parte, un anno che arriva, e, al momento delle porte girevoli dei saluti, 2 campioni del calcio che si congedano definitivamente: Diego Armando Maradona e Paolo Rossi.

Il segreto vincente di Pablito, come ormai veniva chiamato Rossi nell’Italia e nel mondo, è che ci siamo immedesimati tutti in lui, in una dimensione personale, e in una epocale.

In chiave personale, perché aveva un nome banale da italiano-medio, una carnagione pallida, un fisico esile, eppure era diventato il mito del Mundial di Spagna 1982. La sublime normalità del ragazzo della porta accanto, che stupisce ogni volta, realizzando i suoi, e i nostri sogni.

Resta il ricordo di un sorriso irresistibile, e cioè una capacità di guardare la vita con semplicità, intelligenza e allegria. Sono convinto che la sua forza sia stata questa, se no, non sarebbe riuscito a superare autentici cicloni, come i tanti infortuni, e 2 stagioni di inattività per squalifica.

In chiave epocale, perché, proprio in quanto emblema di quel trionfo sportivo, ma non solo sportivo, aveva contribuito a pilotarci fuori da un tunnel buio e terribile: gli anni di piombo. Il volo di farfalla, come la sua corsa, verso una leggerezza finalmente affrancata dalla violenza.

Gli italiani non ebbero più pudore nel festeggiare, rispolverando i tricolori, che la contrapposizione fra destra e sinistra avevano catalogato unicamente in senso reazionario.

Rammento alcune sue frasi:

“Durante il giro di campo, dopo la vittoria in finale contro la Germania, mi fermai, mi buttai sotto un cartellone pubblicitario, e ringraziai Dio per quello che mi stava regalando. Io appartengo ad una generazione, nella quale i valori cristiani contavano… e contavano veramente”.

Ora, di quello squadrone, cominciano a mancare i Bearzot, i Scirea, i Pablito Rossi, ma non mancheranno mai le emozioni che ci assalgono sempre senza limiti di età: i 3 gol che fecero piangere il Brasile, ma con la differenza che stavolta, a piangere, siamo noi.

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