La tragedia di Vermicino: il dolore diventa intrattenimento

La ricerca del dolore come fonte di emozione inizia nel diciottesimo secolo, a partire dai romanzi gotici. La tragedia di Vermicino segna, invece, la nascita dello spettacolo della sofferenza, dovuta dalla crescente pervasività dei media nella vita quotidiana. La rappresentazione degli eventi, nel cosiddetto “giornalismo emotivo”, è mediata come forma di apparenza ingannevole. È il tramonto della realtà, è una comunicazione strategica costruita su qualcosa che non c’è, estranea alla dimensione spazio-tempo.

10 giugno 1981. Alfredo Rampi, un bimbo di sei anni, è in vacanza con la sua famiglia a Vermicino, località alle porte di Roma. Alfredino e il padre, Ferdinando Rampi, stanno terminando la loro passeggiata nel tardo pomeriggio, quando il piccolo chiede e ottiene il permesso di tornare a casa da solo passando per i campi. Ferdinando Rampi, non vedendo arrivare il figlio dopo aver atteso oltre mezz’ora, comincia a cercare Alfredino con la moglie Franca. Le forze dell’ordine, allertate dai genitori, si aggiungono alle ricerche con l’aiuto delle unità cinofile. Un agente di polizia, Giorgio Serranti, sente dei flebili lamenti provenire da un pozzo artesiano, la cui apertura è coperta da una lamiera. Il proprietario del terreno, senza immaginare che all’interno del pozzo ci sia un bambino, chiude infatti l’apertura intorno alle ore 21. Alfredino vi precipita alle 19 circa. I tentativi di estrarre il bimbo dal pozzo vengono raccontati in una diretta televisiva non stop di tre giorni.

La tragedia di Vermicino: lo show della sofferenza

Vermicino diventa il palcoscenico del primo show italiano della sofferenza. Uno spettacolo atroce che appassiona trenta milioni di persone. La narrazione mediatica mescola sensazione, intrattenimento e informazione: nel pozzo viene calato un microfono e le urla disperate di Alfredino entrano nelle case degli italiani. La continuità dell’evento è garantita da una sola inquadratura, che cristallizza il tempo e lo spazio. Gli spettatori possono persino intervenire telefonicamente, proponendo soluzioni o idee di come salvare il bimbo. Il 12 giugno entra in scena anche l’ospite d’onore, Sandro Pertini, l’allora Presidente della Repubblica. Tutta Italia si ferma, quasi in una sorte di cerimonia collettiva, gestita dalla narrazione mediatica.

Una vicenda, però, che si chiude senza lieto fine: Alfredo Rampi, dopo tre giorni di agonia, muore all’interno del pozzo artesiano. I telespettatori assistono all’atrocità dello spettacolo della morte di un bambino in diretta.

Lo spettacolo del dolore: dagli infelici al terrore

La ricerca del piacere derivante dalla sofferenza altrui comincia a fine Settecento, con la nascita del romanzo gotico, che unisce elementi romantici all’orrore. È un genere di scrittura che pone l’attenzione a spettacoli orribili e sanguinari, producendo un effetto di assuefazione sul pubblico. Il lettore trova piacere nel cercare deliberatamente gli eccessi della finzione mescolati alle atrocità reali. È da questa tradizione letteraria che derivano la ricca produzione mediale che rende visibile il Male. I racconti gotici, la stampa popolare, le fiction televisive e il cinema hanno opacizzato il confine tra realtà e finzione, inquinando la quotidianità.

I media svolgono anche il compito di fungere da vettore per diffondere  il panico morale. La natura dei fenomeni devianti è presentata in maniera stilizzata e stereotipata dai mass media e la condizione di panico che ne deriva può scomparire, oppure affievolirsi e depositarsi nel folklore e nella memoria collettiva, pronta a riapparire all’improvviso. La devianza è l’azione o l’ideologia che causa il panico morale. È la società che crea la devianza. Sono i gruppi sociali che creano regole, la cui infrazione porta ad etichettare come estranei chi ha commesso il comportamento deviante. La devianza non è una qualità dell’atto che la persona compie, ma piuttosto una conseguenza dell’applicazione da parte di norme sociali a un determinato fatto.

In seguito all’attentato dell’11 settembre 2001 a New York, il sentimento popolare ha stereotipato i musulmani come violenti ed estremisti. La narrazione mediatica ha contribuito a fomentare l’odio occidentale nei confronti dell’intero Medio Oriente: l’attentato è stato paragonato alla lotta tra il bene e il male, dove il bene è raffigurato dagli Stati Uniti e il male dai musulmani in generale. I musulmani sono diventati i folk devils, ovvero i diavoli popolari, la rappresentazione del male.

11 settembre 2001, l’evento assoluto

L’attentato al World Trade Center ha causato la fusione tra lo spettacolo del terrorismo e il terrore dello spettacolo. Le immagini apocalittiche da film hollywoodiano costituiscono il trionfo dell’uso dei media da parte dei terroristi. L’interesse, la paura e il susseguirsi delle notizie sono stati universali e lo schianto in diretta dell’aereo sulla Torre Sud ha realizzato il modello perfetto di spettacolo dell’orrore. La cellula terroristica Al Qaeda ha cercato visibilità, si è imposta nella scena pubblica e ha riempito i palinsesti delle programmazioni televisive.

L’attentato ha fatto crollare quella certezza, ritenuta fino ad allora oggettiva, che ogni Stato garantisca la sicurezza totale ai propri cittadini. Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo polacco, definisce “demone della paura” quel panico dilagato dall’11 settembre 2001 in poi nella società occidentale. Un panico che viene quotidianamente rafforzato dalle narrazioni mediatiche.

È da questi eventi, in particolare dalla tragedia di Vermicino, che nasce il dibattito, ancora oggi attuale, sul limite che il giornalismo deve porsi per evitare di spettacolarizzare il dolore. Un limite valicato dal giornalismo emotivo, un coverage narrativo incentrato sul predominio delle emozioni, nel quale le notizie sono considerate puramente merci da rendere appetibili tramite gli strumenti del mondo dell’intrattenimento.

Andrea Brando

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