La vera sfida si chiama European Green Deal

Le elezioni europee del 2019 hanno dato un nuovo volto al Parlamento Europeo: si è assistito ad un autentico boom dell’ala ecologista, sopratutto in Germania e in Irlanda. I partiti euro-scettici sostengono che i consensi dei “verdi” siano aumentati perché identificati come l´ennesimo riverbero populista. Fortunatamente la sensibilità dei partiti euro-scettici, rispetto alle tematiche ambientali, è molto differente rispetto a quella ecologista. L’opinione pubblica si interroga da decenni rispetto al surriscaldamento globale, gli allarmi della comunità scientifica sono dettagliati e frequenti, l’immobilismo della politica è evidente.

Il presidente del rinnovato Parlamento Europeo è David Sassoli, ex giornalista Italiano proveniente dal gruppo dei Socialisti e Democratici. Il neo presidente manifesta concreta attenzione verso l’ambiente, riportando al centro del dibattito quella sensibilità che mancava, utile a riscrivere un’agenda di lungo periodo. Segue a ruota la nuova presidentessa della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen. Il 19 gennaio 2020 il Parlamento ha approvato un patto strategico che sancisce, sulla carta, l’attenzione della Commissione Europea verso le tematiche ambientali. Il Green Deal è stato presentato come una svolta epocale che apporterà effettivi cambiamenti allo stile di vita di tutti i cittadini europei, diversi focus sono stati presentati rispetto alla necessità di un’economia circolare, inclusiva e sostenibile. Il momento plastic free sembra essere passato, dopo gli applausi della società civile e il broncio delle imprese della grande distribuzione.

Una presa di posizione necessaria, senz’altro, di fronte alle fake news e ai populismi che continuamente snobbano l’emergenza ambientale. Tuttavia dentro alla scatola ci sono “soltanto” risorse comunitarie e nessuno strumento: 7.5 miliardi per il fondo di transizione, strutturato per favorire il passaggio strategico alle energie rinnovabili, specifico per le regioni. Oltre al fondo di transizione sono previsti 100 miliardi in 10 anni, ripartiti per ogni stato membro, in attesa di nuove linee programmatiche per il nuovo settennio 2021-2027.

Secondo le stime il Green Deal non è abbastanza finanziato e non rispetterebbe gli obiettivi principali: decarbonizzazione totale del comparto industriale e redistribuzione della ricchezza generata dal sistema economico, sempre più concentrata nelle mani di pochi. Chiaramente la questione puramente sociale è stata trascurata, stessa sorte per la partita principale: il passaggio ad un sistema energetico alimentato esclusivamente da fonti rinnovabili. Abbattere completamente le emissioni di Co2 impone l´utilizzo esclusivo delle energie rinnovabili, sia per il sistema produttivo, sia per tutti i bisogni della società. Un’operazione faraonica, nei costi e nelle procedure, che vede il vecchio continente in difficoltà. Un cosi radicale cambio di paradigma non può passare solo dai fondi comunitari, considerando che gli aiuti di stato, utili a sostenere, dal basso, la crescita dell´economia verde, sono inesistenti. La strategia della Commissione Europea sembra essere basata soltanto sulle risposte dei mercati, la solita vecchia storia.

 

Antonio Bruno

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