La viralità funzionale di Kasha Zwan

La viralità del video che precede l’uccisione di Kasha Zwan dice tutto sui meccanismi di appetito mediatico che ci caratterizzano.


Sta girando in queste ore il video del comico afghano, Kasha Zwan, preso e ucciso brutalmente dalle milizie talebane. Il video è virale e funziona bene, scusate il termine, perché si vede il comico che sembra continuare a fare battute e scherzare in auto con quelli che saranno probabilmente i suoi futuri assassini.

Molti siti italiani hanno rilanciato il video sulla stessa falsariga, con titoli che giocano sul fatto che sia “morto ridendo in faccia ai suoi assassini“. È una narrazione, dicevo sopra, funzionale e – intendiamoci – è tutto vero. L’uomo è davvero stato ucciso.

Ci sono due cose però che – a livello di narrazione collettiva e di comunicazione del messaggio – mi fanno pensare.

La prima è legata ai meccanismi davvero quasi virali di spostamento dell’attenzione pubblica e di propagazione delle informazioni in sacche e bolle. Il video – dicevo – è virale, e infatti in un solo giorno i siti italiani che ne parlano sono moltissimi. Ma soprattutto quelli italiani. Perché?

Perché questo video non è virale: lo è stato. l’uccisione risale a quasi due mesi fa e il video ha circolato massivamente a fine luglio. Qua da noi, e sarebbe interessante per chi si occupa di comunicazione capire perché, invece solo ieri.

Vista da una certa distanza la cosa dice molto dei meccanismi di focalizzazione e di appetito mediatico: ogni giorno i social hanno bisogno di un tema caldo e ragionevolmente semplice da “masticare” anche a prescindere da una delle variabili importanti del giornalismo, ovvero la tempestività della notizia che ci viene data.

Sui social e sui siti di informazione che dei social ricercano l’attenzione (e le ricadute pubblicitarie in termini di click) il tempo non esiste più. Cose successe stamattina e cose successe due mesi fa o due anni fa, sono tutte sullo stesso piano, se funzionano a livello social.

La seconda cosa che mi colpisce è invece legata alla necessità di “semplificare” le notizie per fare in modo che continuino a funzionare di stomaco, rimuovendo elementi disturbanti che potrebbero ridurre l’impatto emozionale.

Non tutti i siti che riportano la notizia, ad esempio, raccontano che il comico, prima di essere un comico era un poliziotto che ha combattuto contro i talebani. L’altra foto che circola dell’uomo lo vede aggrappato ad un albero con un arma a tracolla. Di più, le motivazioni “ufficiali” per cui l’uomo è stato arrestato, sono legate alla sua attività di poliziotto, non a quella di comico.

Addirittura – la cosa è quasi dark humor – i portavoce talebani hanno detto che gli assassini dell’uomo saranno puniti perché lo hanno ucciso senza processo.

Attenzione, non voglio dire che la versione della milizia talebana sia vera, o giustificare la sua uccisione: è un assassinio brutale, ci mancherebbe altro.

Quello però che mi aveva spinto a cercare più informazioni era proprio la constatazione di come la notizia che circolava venisse – di bocca in bocca, anzi di sito in sito – appiattita sugli elementi più virali, cancellando quelli più conflittuali che sarebbero invece utili per inquadrare politicamente e storicamente un processo e una epurazione in atto.

Fabrizio Venerandi

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