La vittimizzazione secondaria: una condanna all’italiana

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Di Isabella Rosa Pivot


Il 27 maggio di quest’anno, una sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia a risarcire una donna vittima di stupro, a seguito dell’assoluzione dei suoi aggressori dalla Corte di Appello di Firenze. Secondo quest’ultima sarebbe stata la vittima a provocare lo stupro.
Sì, avete letto bene: “quest’anno” e “la vittima a provocare”.

Se infatti la Corte Europea “stigmatizza la delegittimazione delle vittime di stupro, ritenute corresponsabili delle violenze subite in base a valutazioni legate alla loro vita privata che continuano a essere usate per motivare sentenze condiscendenti verso gli autori delle violenze, nonostante ciò sia vietato da norme interne e internazionali, a cominciare dalla Direttiva dell’Unione europea sulla protezione delle vittime di reato, dalla CEDAW e dalla Convenzione di Istanbul”, l’Italia non è dello stesso avviso.

Fattore ancora più emblematico del caso citato (tra tanti) è che la procura di Firenze, dopo la sentenza di Appello, non ha fatto ricorso in Cassazione: quest’azione avrebbe potuto ribaltato la sentenza. Ed è questo il motivo per il quale si è arrivati alla sentenza della Corte europea dei diritti umani.

Questo fenomeno avvilente prende il nome di “vittimizzazione secondaria” (o “post-crime victimization”), facendo proprio riferimento a quelle vittime costrette a subire una seconda “vittimizzazione” e dunque aggressione da parte delle istituzioni.

Questa seconda violenza può essere operata sia dalle cosiddette “agenzie di controllo” (cioè medici e sanitari, polizia, avvocati e magistratura) che possono non credere alla versione della vittima e accusarla di avere provocato l’aggressione, ma anche dai mass media, quando ad esempio scelgono di pubblicare la foto e il nome della vittima, esponendola così all’opinione pubblica senza nessuna etica.

Secondo Mills, se le agenzie di controllo (polizia, medici, giudici) rifiutano di riconoscere l’aggressione che la vittima ha subito, potremmo persino parlare di una “vittimizzazione quadrupla”, perché al reato si aggiunge la negazione.

A questo proposito l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, nel 1985, ha formulato la “dichiarazione dei principi basilari della giustizia per le vittime di reato e abuso di potere” (UN,1986; risoluzione annuale 40/34). Inoltre, con la decisione quadro 2001/220/GAI (sostituita nel 2012 dalla Direttiva 2012/29/UE), relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, l’Unione Europee richiede che ciascuno Stato membro preveda nel proprio sistema giudiziario penale un ruolo effettivo e appropriato delle vittime.
Come è facilmente immaginabile, l’Italia non ha mai attuato questa decisione.
Si tratta di un problema di consistente rilievo, figlio della “Cultura dello stupro” (LINK ARTICOLO) che caratterizza il nostro paese, ma non solo.

Dai tempi di Erodoto, nei quali si sosteneva che il matrimonio forzato per rapimento fosse in realtà desiderato dalle donne, parrebbe essere cambiato ben poco: il sistema patriarcale è ben lungi dall’arrendersi, persino nei contesti più ovvi ed urgenti.

In questo preciso quadro, la colpevolizzazione della vittima e dunque della donna, avviene attraverso una sorta di neutralizzazione del senso di colpa. Si attua mediante l’inversione della responsabilità del gesto: l’onere della colpa viene scaricato sulla vittima, accusata di aver messo in atto comportamenti provocatori e quindi, indirettamente, criminogeni. Se la vittima non conosceva il suo “aguzzino” viene giudicata i quanto irresponsabile, mentre se lo stupratore si rivela essere un conoscente, questa viene spesso indicata come la vera colpevole della devianza dell’uomo. Quest’ultimo risulterà esser stato indotto all’approccio sessuale dalla condotta ammiccante della vittima, dal suo particolare abbigliamento, o da eventuali atteggiamenti sensuali e/o provocanti.

Il concetto di “colpevolizzazione della vittima”, coniato da William Ryan nel 1971, assume molteplici connotazioni nei giorni nostri, ma si riassume sempre e comunque con estrema sofferenza.
Dopo il dolore della violenza, alla vittima si aggiunge il peso del conseguente isolamento, giudizio e /o condanna nell’agire seguente.

Esempio lampante è il caso di violenza sessuale avventa nel 2019 in Calabria, dove una ragazzina di 13 anni è stata ripetutamente stuprata da cinque uomini e si è ritrovata costretta a fuggire al Nord dopo che suo padre decise di denunciare i suoi aguzzini. Tutto il paese, infatti, si era messo contro di loro, poiché la ragazza “si stava così facendo un brutta reputazione in paese”: quasi a dire che una bambina di 13 anni si fosse meritata quella violenza sessuale. Alcuni compaesani l’hanno addirittura accusata di aver spinto i suoi aggressori a violentarla.

Ma come si fa ad arginare un simile fenomeno, se radicato a tal punto nella società?

Appare dapprima essenziale una maggiore sensibilizzazione nelle scuole, ma anche un forte cambiamento culturale e legislativo nelle Istituzioni: a cominciare dall’attuazione della Direttiva 2012/29/UE, così che la vittima possa essere realmente tutelata. Inoltre, l’assenza di aggravanti specifiche andrebbe urgentemente colmata.

Assurdo doverlo specificare, ma sarebbe anche necessaria più che mai, la previsione di annullamento automatico della sentenza, senza la necessità di un ricorso in Cassazione, qualora siano presenti elementi di vittimizzazione secondaria nei giudizi espressi. Fino a quando si permetterà alle Istituzioni di colpevolizzare le vittime di stupro (o di altri abusi), la nostra società rimarrà ancorata a quel sistema patriarcale e tanto arcaico che lede tutti indistintamente.

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One thought

  1. Cara Isabella Rosa Pivot,
    condivido le preoccupazioni e i temi da te affrontati sul tuo articolo, tranne per una cosa: la parola Patriarcato è stata usata senza cognizione di causa e gli hai attribuito un significato sbagliato.
    Ti riporto il significato della parola patriarcato così come è indicato sul vocabolario:
    “”Tipo di organizzazione famigliare (contrapposto a matriarcato ) in cui i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, da cui prendono il nome e i diritti che essi a loro volta trasmettono ai discendenti diretti o prossimi nella linea maschile””.

    In poche parole non è più possibile trasferire tutte le proprietà del Padre al primo genito di sesso maschile.
    Per concludere, il patriarcato non esiste più da oltre un secolo.
    Bisogna fare attenzione ad usare le parole.
    Le parole sono importanti come diceva in un film Nanni Moretti!!!

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