Laboratori urbani, un modello di innovazione in tensione

In un contesto caratterizzato da importanti cambiamenti ecologici, sociali ed economici (cambiamenti climatici, declino dell’apparato produttivo fordista, rivoluzione digitale, consapevolezza ecologica, crescita dell’economia basata sulla conoscenza e collaborativa), le città sembrano essere il nucleo delle transizioni. Pertanto, i processi di pianificazione urbana sono costantemente sostituiti da un urbanismo tattico, effimero e collaborativo.

Lo sviluppo urbano oggi avviene infatti in condizioni molto diverse da quelle che hanno prevalentemente ispirato l’urbanistica dell’espansione, e richiede l’adozione di strategica e approcci differenti. Gli spazi e le aree che si prestano ad ospitare le iniziative di trasformazione, infatti, sono oramai sempre più spesso inserite all’interno di un tessuto preesistente.

Si trovano cioè all’interno di zone già abitate e fruite, di territori animati da processi sociali e dinamiche economiche talvolta tra loro contrastanti. Con le quali è necessario e opportuno misurarsi nella consapevolezza che la considerazione del contesta conduce certamente a identificare dei vincoli aggiuntivi. Rispetto a quelli tecnico-procedurali. Ma può offrire anche sollecitazioni e risorse per il progetto.

Gli architetti e gli ingegneri sembrano sbiadirsi a favore di collettivi, “produttori” e giardini condivisi. Abitanti e utenti si trasformano in “contributori cittadini“, i “soft” si vendicano del “duro”. Gradualmente, il quadro giuridico pubblico / privato è sostituito da interesse comune. Sta emergendo un nuovo modello di innovazione urbana: il modello dei “laboratori urbani”.

Difende un nuovo diritto alla città, attraverso l’affermazione del diritto di co-produrre e sperimentare a grandezza naturale la città. Così abitanti, turisti, imprenditori, “utenti” sono incoraggiati ad agire sulla costruzione della città. A partecipare, testare, valutare e riprodurre le innovazioni, i servizi e i dati urbani. Le esperienze sono molte ora e si diffondono in molte città.




Questi laboratori urbani si differenziano dai principali modelli di planificazione di città creative e città intelligenti. Conservano una concezione collaborativa dell’innovazione urbana. Dove viene meno una questione di progettare distretti dedicati alla creatività, e innovare nel campo delle politiche urbani capaci di accompagnare dinamiche ascendenti. Strumenti collaborativi digitali, metodi di coproduzione e design urbano, bando pubblicato su piattaforme digitali, politiche di utilizzo temporaneo di spazi liberi, ecc.

Gli utenti e gli attori dell’economia collaborativa sono forniti dai laboratori urbani al ruolo dei produttori di innovazioni e del tessuto delle città. Non si arrendono al determinismo tecnologico delle Smart Cities. Che ha riscontrato effetti tecnologici e positivi ecologici e socioeconomici positivi. La loro strategia è di dirottare le tecnologie e incorporarle socialmente.

Dal cambiamento alla tensione

I laboratori urbani inducono molte trasformazioni nel modo in cui creiamo la città. Piuttosto che concentrarsi sull’analisi delle mutazioni, è di conseguenza essenziale mettere in discussione le tensioni esistenti all’interno dei laboratori urbani.

Questi spazi agiscono come aree di attrito, territori per la sperimentazione e l’invenzione di nuovi stili di vita, nuovi metodi urbani, organizzativi e strutturali. Pertanto, sono instabili e inclini a ogni tipo di tensione.

Pensare, progettare e promuovere la rigenerazione urbana richiede, innanzitutto, di saper leggere i luoghi rispetto agli indicatori e ai parametri demografici. Alla dimensione della popolazione e della sua densità e, infine, alla formulazione normativa, laddove presente.

L’approccio della rigenerazione urbana spinge a confrontarsi con questa complessità nel tentativo di comporre sistemi d’intervento articolati e multidimensionali. Capaci di rispondere ad obiettivi molteplici,  strettamente legati al sistema di esigenze e di opportunità che caratterizzano il territorio in questione. E ad intercettare contemporaneamente istanze più generali riferite allo sviluppo urbana.

Da questo punto di vista, dunque, l’efficacia e il successo del progetto sono strettamente legate alla sua capacita di dialogare con il contesto in cui si inserisce. Da una parte facendo propri temi e problemi da esso sollevati e dall’altra rilanciando prospettive di sviluppa d’ordine generale in base alle quali introdurre elementi nuovi e proporre azioni innovative.

Polis contro la città e istituzione vs agilità

Il primo attrito nasce tra la volontà di “fare la città”, di agire localmente, di “urbanizzare” le tecnologie e la tentazione di sviluppare modelli generici di City Labs o Living Labs. Indipendentemente dalle specificità delle città.

Lo steso succede tra l’intenzione di stimolare i processi ascendenti con metodi agili. Negli spazi interstiziali, periferici e non istituzionali. E la tendenza a pianificare processi di innovazione in luoghi specifici.

Codice di pianificazione urbana vs codice sorgente

Un’altra resistenza deriva dalla volontà di sperimentare scala reale e di agire sul codice sorgente della produzione urbana. Ma anche dalla tentazione di normalizzare e regolare questi processi di innovazione, nel quadro di rigidi protocolli di valutazione. Tra cui una serie di criteri e indicatori.

Carta dell’elettore vs carta di pagamento

Una quarta tensione riguarda lo status degli abitanti e degli utenti di questi laboratori urbani. Sono considerati come semplici “beta tester” delle innovazioni, o come contributori completi. Con un’autentica competenza e capacità di agire sull’evoluzione delle sperimentazioni.




Conoscenza vs scienza

Una quinta resistenza riguarda un’antica dicotomia tra scienza e conoscenza. Tra discipline scientifiche e abilità pratiche. Tra scienza pura e conoscenza dell’azione. Parlando di sperimentazione e laboratorio, stiamo anche parlando di scienza. Con ipotesi, indagini sul campo e protocolli di ricerca. Il cui rigore metodologico può variare notevolmente a seconda dei programmi e dei progetti di ricerca.

Società della conoscenza contro economia della conoscenza

La sesta tensione deriva dalla volontà di pensare e agire sui beni comuni urbani. Creando per esempio spazi né privati ​​né pubblici, e un’occasione per catturare e migliorare esternalità, conoscenza e risorse cognitive libere, sviluppate sul modello libero e open source.

Innovazione sociale vs innovazione tecnica

Un altro attrito si manifesta tra gli approcci tecnici e diffusionistici dell’innovazione e un approccio più sociale ed interazionista. Concepibile solo nell’interazione tra le culture tecnologiche, sociali e urbane.

Underground vs Upperground

L’ultimo contrasto sorge tra la logica “di fondo” degli attori e i settori dell’innovazione più formale. Imprese, laboratori di ricerca, università, settori tecnologico e digitale. E’ “underground”, attori informali dell’innovazione. Cittadini, utenti, culturali e artistici attori.

Regolare le tensioni e trasformare l’azione pubblica urbana

Attraverso la lettura di queste tensioni, arriviamo a renderci conto della necessità di creare un’azione urbana pubblica capace di autoregolarsi. L’implementazione di laboratori urbani deve andare oltre le tradizionali dicotomie, aprendo nuovi spazi per esplorare le transizioni urbane.

Ma questi spazi non devono essere né locali, né globali, né specifici né generici, né ascendenti né discendenti, né sperimentali né regolati, né alternativi né istituzionali, né scientifici né empirici, né aperti né chiusi. Emerge l’importanza di mettere a punto dispositivi di innesco di un processo di interazione sociale capace di catalizzare le “capacita di fare” disperse nella società.

E’ proprio questa funzione di mobilitazione che può, allora, costituire un primo e importante terreno specifico di cooperazione tra la figura dell’urbanista (progettista di politiche urbane) e la realtà dell’impresa sociale. In particolare nella cura, rispettivamente, degli aspetti strategici e organizzativi della proposta.




Pertanto, questa è una grande proposta, che può essere affrontata solo implementando una nuova politica urbana, meno interventista ma più facilitante.Una politica urbana che procederà con il metodo del trial and error, e si baserà su terzi attori e terzi posti per regolare le tensioni e superare tutte le opposizioni contraddittorie a priori.

 

Felicia Bruscino

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