L’arte del trasformare la politica in un’appendice delle pagine di Cronaca Nera

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C’è sempre il capopopolo che prova a trasformare la politica in un’appendice delle pagine di Cronaca Nera. Che sa, come tutti sanno, che la paura è il doping della politica, è la scorciatoia del successo elettorale, è la chiave sempre vincente che solletica come nessun’altra la sfera emotiva di ogni essere umano, l’istinto, ottenebrando la ragione.


Crea l’insicurezza, alimenta la paura, fai vedere mostri e nemici ovunque, descrivili, fai crede a un popolo di essere costantemente minacciato da quei mostri, di essere invaso, messo in pericolo, e quel popolo penderà dalle tue labbra. Perché se il popolo si convince che ciò che ha di più caro, e cioè la sua stessa vita, è in pericolo, allora tutto passerà in secondo piano. E la priorità sarà la sicurezza.

Ed è facile da fare. Prendi le pagine di cronaca nera: fonte inesauribile di paura. Scarta ogni notizia che veda nei panni del carnefice un membro del tuo corpo elettorale, ed evidenzia solo la notizia che ha come carnefice l’estraneo. Oscura le prime, e gonfia la seconda. Ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno.

I reati commessi dal popolo eletto non devono mai vedersi, quelli commessi dal nemico estraneo sempre. Anche i più banali, purché si vedano, così da convincere tutti che a commetterli siano solo i mostri designati. La percezione, basta giocare sulla percezione.

E’ un gioco, è un trucco. E’ un inganno vecchio. E quando quel capopopolo ci prova, il popolo lo cancella, lo emargina, lo deride.

Ogni tanto però qualcuno ci riesce. Di solito è un buon comunicatore spregiudicato, che associa alla paura un linguaggio semplice, elementare, infantile, che mostra tutto il disprezzo e la scarsa considerazione che lui ha per il suo popolo, trattato come un bambino.

Ma il popolo non se ne accorge. E anzi lo esalta. Quel popolo smette di affrontare i problemi, di parlare di evasione fiscale, di mafia, di disoccupazione, di precariato, di sanità, di corruzione, di lavoro, di legalità, di ambiente. Smette di guardare al futuro, di progettare, di sognare. Vive alla giornata. Alla giornata. Senza più una visione. Solo in attesa del prossimo TG.

Fino a che, le conseguenze della trascuratezza dei problemi reali, non cresceranno talmente tanto da non poter più essere ignorate. Svelando l’illusione. Ma, a quel punto, ancora una volta, sarà troppo tardi

 

Emilio Mola

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