“L’arte di uccidere un uomo”, un’avventura di eroi sopravvissuti alla guerra

L’arte di uccidere un uomo, un thriller pieno di azione che racconta lo stato d’animo dei militari alla fine della guerra


L'arte di uccidere un uomo fandango www.ultimavoce.it Tutti ricordano e celebrano gli “eroi delle armi”, ma nessuno si è mai interrogato sul senso di smarrimento di coloro che tornano a casa dopo che per metà della loro vita sono stati addestrati a macchine da guerra.  È davvero così semplice per loro appendere le armi al chiodo? Giaime Alonge, nel suo “L’arte di uccidere un uomo“, porta il lettore ad interrogarsi sui sentimenti dei soldati che sopravvivono e cercano di andare avanti.

Un’avventura fantastica, ma terribilmente reale




Siamo al tramonto del XX secolo, il pianeta è ancora segnato dai due conflitti mondiali e dalla Guerra Fredda. Un secolo in cui la pace è cosa sconosciuta e i militari vivono ormai nella loro uniforme. Ma improvvisamente (anche fortunatamente) il fuoco cessa e i soldati possono tornare a casa, ma non saranno mai le stesse persone di prima. Alcuni di essi riescono a ricominciare da capo, altri si rendono conto di non essere capaci di lasciare le armi, perché:

Tra tutte le arti, quella di uccidere un uomo è la più semplice

Gli ex militari descritti da Alonge, quindi, finiscono quasi allo sbando come il colonnello Sergej Michailovič Orlov (il protagonista), in un bar a bere vodka interrogandosi sul futuro. È proprio così che inizia l’avventura dell’ex colonnello dei desantniki raccontata da Giaime Alonge. Un viaggio nella storia affascinante, ma a tratti terrificante per la sua cruda realtà.

Il contesto storico

La Guerra Fredda era finita e l’Unione Sovietica l’aveva persa. Anzi, l’Unione Sovietica proprio non c’era più. Ma gli uomini che avevano indossato l’uniforme delle sue armate c’erano ancora. Il colonnello Orlov si ritrova smarrito in una Russia tutta nuova, dove una mezza rivoluzione aveva prodotto una mezza democrazia. Ma cosa ne è stato dei suoi soldati?




La trama

All’alba di un nuovo capitolo di storia, “L’arte di uccidere un uomo” racconta la nascita di certe società di “sicurezza” private. Così si faceva chiamare anche la Hoplon Enterprise del romanzo. Ma in realtà altro non erano che agenzie di sicari pagate profumatamente da capi clan come Rashīd ‘Alī. Di queste società di sicurezza gli ex militari come Orlov ed il suo compagno d’armi Jennings fecero il loro punto di svolta.

Troppo vecchi per inventarsi un altro mestiere, troppo giovani per andare in pensione, i militari di professione smobilitati dopo il disfacimento del blocco socialista erano allo sbando. Per molti di loro la nascita delle società di sicurezza private aveva rappresentato l’unica possibilità di sopravvivenza.

Della Hoplon Enterprise, Sergej Michailovič Orlov divenne il responsabile tattico delle operazioni. Egli, insieme a Jennings, ottiene un contratto pagato a peso d’oro da un capoclan afghano, Rashīd ‘Ali, per “risolvere” una faida che avrebbe dovuto concludersi con l’uccisione del fratello del committente, il quale si sarebbe appropriato del clan. Comincia quindi un intenso addestramento di mercenari, spediti poi in Afghanistan, dove marciano ancora le truppe di Saddam Hussein. Tuttavia, l’operazione ha un esito imprevisto e i mercenari guidati da Orlov e Jennings sono costretti a fuggire verso la strada di ritorno, dovendo affrontare un’avversità dopo l’altra in un territorio a loro ostile.




Perché leggerlo?

L’arte di uccidere un uomo, di Giaime Alonge, edito da Fandango, invita il lettore ad immedesimarsi su un aspetto della vita degli ex soldati di cui nessuno ha mai osato parlare, servendosi dei personaggi frutto della fantasia dell’autore. Fornisce uno spaccato di un’epoca in cui alla modernizzazione post-conflitti si interseca l’esistenza di comunità arretrate che si servivano ancora di cavalieri con lance ed archi per combattere (come quelli incontrati dai protagonisti lungo la via di ritorno). La descrizione di scene cruente rende reale il racconto, la cui lettura non risulta tuttavia pesante, in quanto rievoca lo stile epico della Anabasi di Senofonte, a cui si è ispirato l’autore per la creazione dei personaggi. Il titolo, invece, viene da uno dei racconti dell’Armata a cavallo di Isaak Babel’. La scrittura semplice, descrittiva e piena di azione permette una lettura scorrevole sia per gli amanti della storia moderna, che per coloro che vogliono approfondirla.

Silvia Zingale

 

 

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