L’artista, colui che non lavora

Dalla parte di chi lotta per essere riconosciuto, dell'essere umano e dei suoi diritti.
Contribuisci a preservare la libera informazione.

DONA

Di Emanuele Cerquiglini


–Il tuo non è un lavoro-.

Molti artisti, come alcuni operatori della cultura, soprattutto agli inizi della loro carriera, si sono sentiti dire diverse volte questa frase o ne hanno intuito l’intenzione, quando il loro interlocutore cercava una via più diplomatica e meno feroce per dire quello che realmente pensava.

Eh sì, perché nel Paese Europeo dove si leggono meno libri, dove per decenni sono stati premiati dagli spettatori film di comicità demenziale e volgare, dove la televisione ha prodotto e mostrato fiction prevalentemente indirizzate ad un pubblico addormentato e in buona parte avviato alle cure geriatriche, dove i teatri hanno aperto le porte ai cabarettisti chiudendole alla sperimentazione, è normale che la percezione dell’artista, ancora di più se un attore, sia quella di una persona che non faccia nulla, che non voglia fare nulla, che sia forse uno stupido, che campi di rendita o che sia figlio di papà. Soprattutto si arriva a pensare che sia un mestieree facile, alla portata di tutti.




Questa illusione collettiva, che ha portato a svilire la figura degli artisti e degli operatori della cultura, si è diffusa al punto da favorire lo sfruttamento di queste figure. Qualcuno ha iniziato a pagare meno, poi a non pagare più, altri ad affittare gli spazi della cultura come fossero luoghi per feste post cerimonie, altri ancora ad aprire scuole su scuole, -spesso inutili, talvolta dannose-, per avviare giovani alla disoccupazione, taluni più spietati e magari con una posizione di piccolo potere personale, hanno cominciato a spingere i meno giovani a partecipare a stage, corsi, workshop, altrettanto inutili, con la promessa che investire su sé stessi sia determinate per ottenere un contratto domani. In realtà tutto è solo finalizzato allo sfruttamento fisico, economico e morale degli artisti. Alla loro totale privazione della dignità. Non voglio certo fare di tutta l’erba un fascio, perché ci sono persone di valore e professionisti seri, che propongono iniziative interessanti a altamente formative, ma che si perdono nel vasto oceano del nulla proposto da quelle concorrenti, ideate dalla mente di chi pensa solo al profitto, anche attraverso lo sfruttamento.

Ovviamente la politica ci ha messo del suo e non sono mancate frasi infelici come: -con la cultura non si mangia– e infatti sarà per questo che per alcuni Paesi più virtuosi del nostro, l’industria del cinema sia tra le prime tre per importanza o che si investa per la cultura molto più che da noi.

La crisi in Italia non è solo economica, ma principalmente culturale e morale. Tutti conosciamo la gavetta, ma è mostruoso e aberrante pensare che essa possa spingersi anche per più di due decenni. Talvolta finisce solo perché si cambia mestiere. Quando alla fine degli anni ’90 cominciai a lavorare in teatro, le prove venivano pagate e ovviamente anche le repliche, certo non sempre si riusciva ad andare oltre il minimo sindacale, ma il lavoro veniva retribuito. A quell’epoca sentivo già le lamentele di molti colleghi più anziani di me. Mi dicevano che era cambiato tutto, che le condizioni di lavoro stavano diventando inaccettabili, ma credo non potessero imaginare quello che oggi devono affrontare e subire i giovani che cominciano e molti professionisti di mezza età.

Siamo ad un livello scandaloso e vergognoso. La cultura dello sfruttamento inganna, proietta verso il basso, illude, distrugge le

vite delle persone e umilia quella dei professionistiLavorare gratis è cannibalismo culturale, è prostituzione intellettuale nella maggior parte dei casi. Quante volte gli artisti si sono sentiti offrire il ricatto della visibilità (spesso finta), per accettare di lavorare gratis? Quante volte quel loro ingenuo sì, ha abbassato il valore di mercato di chi ha sempre detto no. È questo il punto: in un Paese dove non c’è industria, dove l’arte e la sperimentazione non sono considerate, dove la cultura è considerata un peso, non c’è nessuna volontà di crescita. Le cose si fanno ad un livello basso e quel livello mediocre non si supererà mai. Un “cane”, così, può prendere il posto di un bravo attore, uno scribacchino può diventare un critico o un giornalista, un cantante da fiera di paese, può trovarsi in televisione, un figlio di papà annoiato può diventare regista.

Oggi chi investe nella cultura e nell’arte o guadagna subito (ecco l’esercito dei finti produttori ladruncoli), o non deve rimetterci nulla. Soprattutto chi investe, nella maggior parte dei casi, non investe soldi propri (non che sia scandaloso, oggi il produttore è creativo, ma è oggettivo che non c’è alcuna volontà di rischiare personalmente, si fa quello che conviene, si fa ciò dove è più semplice reperire denaro).

In questo universo di dolore, ci finiscono anche i promotori di opere di valore, sperimentali, politiche, di denuncia, che con piccoli mezzi personali cercando di sventolare la bandiera della loro libertà, la loro voglia di urlare, di raccontare e di far pensare. Questi personaggi, spesso autori (registi-filmmaker), annaspano, cercano di coinvolgere nei loro progetti artisti di valore, offrono tutto quello che hanno per onorare il proprio e l’altrui lavoro e nella maggior arte dei casi vengono anche criticati. Sono dei Don Chisciotte, che andrebbero premiati con una medaglia dallo Stato.

Oltre questo accalcato “mondo di sotto”, c’è un “mondo di sopra”, nel quale girano tutte le risorse, dove però generalmente il livello è di una mediocrità disarmante, dove prostitute, marchettari e lacchè la fanno da padrone, protetti dai potenti e dove quando si affaccia (quasi per caso o per errore) uno bravo, gli viene detto di aggiustare il tiro per adeguarsi alla situazione.

La cosa più drammatica è che poi alla fine, tutti, rendendosi conto sulla pelle di cosa significhi andare contro corrente, vorrebbero essere chiamati dalla merda ricca per poter almeno vivere dignitosamente. Non li biasimo, perché tutti i sacrifici fatti negli anni, non è giusto vadano sprecati. Si vive una volta e siamo qui, ora (senza mai esserci ribellati). Poi c’è il Paradiso. Un luogo per pochissimi eletti, dove le eccellenze italiane lavorano con uno sparuto numero di persone di indubbio valore artistico e professionale (beato chi possa avvicinarsi a stringere quelle mani).

Il resto è imbarazzante per quanto poco professionale, sciatto, volgare, inconcludente. Basta vedere cosa ci propinano generalmente su tutte le piattaforme: dalla televisione al cinema e negli ultimi decenni lo hanno fatto così scientemente, al punto che il web nostrano, oggi, ci dice chi siamo attraverso quello che propone compulsivamente per eredità intellettuale: la fiera della parodia , anche essa divisa in livelli (quasi tutti mediocri), perché anche i giovani hanno capito che il popolino ha bisogno solo di stupidità per non pensare. Una marea di video simili, che si imitano e si accavallano uno sull’altro, mostrando la miseria quotidiana dei bisogni e degli istinti primordiali dell’essere umano (soprattutto dell’italiano) e di altri che scimmiottano in maniera sgraziata i prodotti americani.

E’ difficilissimo per un italiano raccontare storie universali e uscire dai confini, senza restare incastrato dalle sirene della facile simpatia provinciale e campanilista del nostro Paese. Tutto questo viene ovviamente realizzato quasi sempre gratuitamente ( e visto il livello meglio così, magari smetteranno prima).

Recentemente un programma televisivo ha divulgato i dati allarmanti del mondo dell’arte: decine di migliaia di persone che non raggiungono 5.000 euro all’anno. Vi sembra normale? Pensate forse che un’artista debba per forza fare altri due o tre lavori contemporaneamente per campare?

A chi la pensa così gli farei fare un giretto in qualche paese Nord europeo, giusto per fargli vedere come vengono tutelati gli artisti. Hanno capito, in quei Paesi, che certi mestieri sono fonte di ricchezza e importanti per la società. Soprattutto spingono a ricercare e sperimentare. Un nostro prodotto medio, lo prenderebbero solo per trattati commerciali e lo proietterebbero in orari proibitivi, quando lo share non ha più nessuna importanza e soprattutto quando nessuno avrebbe voglia di scrivergli per criticarli e protestare circa quanto proposto.

Sempre a questi signori vorrei domandare, essendo anch’essi italiani, se si rendano conto di cosa dovrebbero rappresentare Arte e Cultura in un Paese come il nostro. Non mi aspetto risposta e vorrei si evitassero le frasi fatte relative alla crisi economica: la cultura sarebbe uno dei motori necessari a superare la crisi.

Il problema è culturale, prima che finanziario.

Chi sostituirà mai Pasolini? Quando ci sarà un nuovo Volonté? Chi eravamo e cosa siamo diventati? Silenzio. Restiamo almeno un minuto in silenzio. Non c’è più rispetto per gli artisti e gli operatori della cultura e tutto questo è iniziato tanti anni fa. Ancora prima del confronto televisivo tra Berlusconi e Fellini sul volgare inserimento della pubblicità nei film trasmessi in televisione. La cultura ha sempre fatto paura al potere.

La cultura è libertà, la cultura indaga, la cultura testimonia e racconta, la cultura anticipa, perché ha una visione concreta del passato e sa guardare più avanti. La voce della cultura, è affidata agli artisti, agli intellettuali e agli insegnanti. Tutte figure calpestate in questo Paese del mangia, bevi e non pensare.

Per questo disprezzo gli artisti mediocri, senza coscienza, che pensano solo ad apparire, che non prendono mai posizione, che non hanno memoria storica, che sono privi di sensibilità (se non quella egoriferita), che sono la cosa più vicina alla prostituzione, sia fisica che intellettuale. Per questo disprezzo chi si alza una mattina e pensa di essere un maestro solo perché la società gli ha permesso di comprare una reflex, o chi entra in teatro per infangarne la storia dopo aver calcato precedentemente solo le tavole di un villaggio o di un set televisivo, proponendo volgarità e scoreggie.

Per questo disprezzo tutti quelli che pensano sia facile scrivere un libro, sia facile fare gli attori, sia semplice dirigere un film, sia giusto che i talenti vengano scoperti attraverso dei banali talent show, che non fanno altro che generare, nella maggior parte dei casi, mostri dell’ego e presuntuose meteore illuse e sfruttate.

Noi viviamo nel nulla e dobbiamo rendercene conto. Ci hanno privato dell’attenzione, della pazienza, dell’ascolto. Ci hanno ingannato e ci hanno divorato la vita, impedendoci di crescere. L’attenzione è crollata. Chi resiste oggi a tre ore di proiezione al cinema o a tre ore di una messa in scena teatrale? Non vi fa pensare che siamo uno dei pochi Paesi Europei ancora incapaci di vedere un film in lingua originale?

Silenzio. Restiamo ancora in silenzio e meditiamo. Siamo nella società tecnologia del tutto e subito. Siamo talmente pieni di consumo, che non sappiamo più cosa consumare, ma ce lo dicono altri, ce lo impongono, affogando le nostri menti. Dobbiamo restare sempre ad un livello, senza mai superarlo.

Una vita passata ad aspettare di essere imboccati di cibi tossici, senza nessuna capacità critica, consolati dalla perenne dose quotidiana di vuoto intrattenimento. Le nostre menti sono solo cestini della spazzatura, neanche riciclata. Pensiamo quello che ci dicono di pensare e neanche ce ne rendiamo conto. Siamo gli occidentali italiani. Quando si viaggia, ci si rende ancora più conto della nostra ignoranza. Non è colpa nostra, ci hanno reso così. La nostra colpa è quella di non essere stati capaci di ribellarci, ma di esserci accontentati, di aver pensato sempre e solo ai cavoli nostri (il problema culturale), di non essere mai stato un popolo capace di mostrarsi al mondo come un esempio.

Abbiamo sempre e solo vissuto di eccellenze: singoli individui capaci di illuminare un intero popolo. Un popolo gretto e ignorante e oggi non siamo neanche più in grado di rispettare quelle figure, di ricordarle, di fare tesoro del loro esempio o di individuarne nuove.

Bisognerebbe ripartire da un riforma della scuola, non “la buona scuola”, una vera riforma capace di ridare entusiasmo agli insegnanti, di evidenziare i veri migliori insegnanti e di renderli esempio per tutti. Una scuola capace di indirizzare i giovani spingendoli a scoprire e mostrare le loro migliori attitudini, una scuola capace di dare una base culturale solida, che permetta a tutti di avere un pensiero critico e che possa abbinare alla teoria la pratica; perché è solo così che i settori dell’arte e della cultura troveranno i professionisti e gli spettatori di domani.

È solo così che non si confonderà più la spazzatura con il teatro, il cinema, la musica e la letteratura. È solo così che non si potrà subire nessun inganno da un politica disgraziata e bulimica di risorse e potere. È solo così che non vedremo più andare via le giovani menti all’estero, perché quello che vale per i settori dell’arte e della cultura, vale anche per la ricerca e la scienza.

Stampa questo articolo

2 Thoughts

  1. questo è un manifesto che dovrebbero leggere e condividere tutti gli artisti e gli intellettuali italiani!

  2. Come non essere amaramente d’accordo. “Si ho capito, sui una attrice. Ma di lavoro cosa fai?” Quante volte mia moglie diplomata alla Civica Scuola del Piccolo Teatro si è sentita rivolgere questa domanda. Va un po’ meglio a me. “Ah, fai lo scenografo! Bello!”. Sottoscrivo amaramente ogni parola di Emanuele Cerquiglini. La domanda successiva è: Che fare? Cosa dovremmo cambiare noi per primi per iniziare a modificare questo scenario?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.