L’Australia continuerà a bruciare e il suo corallo continuerà a morire

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Negli ultimi decenni, l’arida Australia ha incrementato la sua economia, altrimenti dominata da splendide spiagge sabbiose, vendendo carbone al mondo. Ma il biglietto per salire sul treno dell’ascesa economica dell’Asia orientale ha un caro prezzo da pagare. Il Paese sta letteralmente cadendo a pezzi a causa delle condizioni che i suoi combustibili fossili hanno contribuito a realizzare.

Il primo drammatico settore da analizzare interessa la crisi degli incendi. Solo negli ultimi tre mesi, gli incendi boschivi nel sud-est dell’Australia hanno bruciato milioni di acri, hanno ucciso oltre 480 milioni di animali, avvelenato l’aria di Sydney e Melbourne e costretto oltre 4.000 turisti e residenti di Mallacoota, una piccola città costiera, a radunarsi sulla spiaggia prima di essere evacuati dalla marina militare. Gli incendi di questa stagione hanno incenerito oltre 1.500 case e hanno ucciso decine di persone. Il New York Times rivela che nel 2019 ci sono stati almeno il doppio degli incendi nel Nuovo Galles del Sud rispetto a qualsiasi altro anno di questo secolo.

Il secondo riguarda la meraviglia naturale del paese: la Grande barriera corallina. Dal 2016 al 2018, la metà di tutto il corallo nella barriera corallina è morto, uccisa dalle ondate di calore che hanno affamato e ucciso gli animali simbiotici. Poiché le barriere coralline tropicali impiegano circa un decennio per riprendersi da un tale estinzione, la loro unica speranza per la sopravvivenza è che gli umani arrestino il riscaldamento globale, iniziando a invertire il fenomeno.

Il raggiungimento di tale obiettivo richiederebbe una rivoluzione del sistema energetico globale e, soprattutto, un rapido abbandono della combustione del carbone. Ma c’è un problema. Come preannunciato prima, l‘Australia è il secondo più grande esportatore mondiale di energia a carbone, e gran parte della sua economia si basa proprio sulla vendita del carbone.

l’Australia è uno dei principali Paesi più a rischio a causa dei pericoli del cambiamento climatico. La sua gente è raggruppata lungo le coste, vicino ai mari che minacciano sempre di più le principali città. Sfortunatamente parliamo della stessa gente che ha eletto un leader con priorità diverse rispetto alla gestione della crisi climatica.

Parliamo di un un Paese che, soli pochi mesi fa, ha motivato la sfiducia primo ministro Malcolm Turnbull, col tentativo dello stesso di promuovere una politica rivolta ai gravi problemi derivanti dai cambiamenti climatici. È lo stesso paese che subito dopo ha espresso la sua preferenza per Scott Morrison, uno che qualche anno fa, portò in parlamento un grumo di carbone con l’intenzione di difenderne le industrie che lo lavorano e vendono.

L’Australia continuerà a bruciare e il suo corallo continuerà a morire. Forse, quanto sta succedendo in questi mesi, spingerà i membri pro-carbone del Parlamento ad aderire ad alcune politiche sul clima, come quella proposta dal Comitato dell’Onu per il clima, che chiedeva di eliminare gradualmente tutte le centrali minerarie entro la metà del secolo, e che l’Australia rifiutò di seguire. O forse il Primo Ministro Morrison eliminerà ogni collegamento tra la tragedia di questi gionri e i cambiamenti climatici, come ha fatto il presidente Donald Trump quando ha inspiegabilmente puntato il dito contro l’incapacità di rastrellare i suoli delle foreste mentre le fiamme divoravano la California nel 2018.

 

Andrea Umbrello

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