Lavoro domestico: in Qatar è sinonimo di violenze e abusi

Lavoro domestico: in Qatar è un vero e proprio campo minato.

A denunciare le inaccettabili condizioni del lavoro domestico in Qatar è un rapporto di Amnesty International.

Orari disumani, giorni di pausa negati, per non parlare delle violenze verbali, fisiche e sessuali. Sono solo alcuni dei soprusi che i lavoratori domestici del Qatar sono costretti a subire.

Nel 2017 il Paese ha introdotto la Legge sul lavoro domestico  per ovviare al problema.





Purtroppo, però, l’applicazione di questa legge è estremamente carente. In base al testo sarebbero previsti limiti alle ore di lavoro, pause giornaliere obbligatorie, un giorno libero settimanale e ferie retribuite. Ma il rapporto sottolinea tutt’altro:

90 delle 105 donne con cui Amnesty si è messa in contatto hanno riferito di lavorare regolarmente più di 14 ore; 89 lavoravano regolarmente sette giorni alla settimana e a 87 il datore di lavoro aveva confiscato il passaporto. […] Alcune hanno anche riferito di non essere pagate regolarmente, mentre 40 donne hanno detto di essere state insultate, schiaffeggiate o aver ricevuto sputi. Una donna ha detto di essere trattata “come un cane”.

In Qatar, infatti, i lavoratori domestici migranti sono circa 173000.

È per questo che spesso il passaporto viene utilizzato come arma. Purtroppo il grande potere dei datori di lavoro e la mancanza di meccanismi di ispezione, uniti ad un’impunità diffusa, contribuiscono fortemente al dilagare di tali violenze.

Di recente introduzione alcune riforme, come ad esempio il salario minimo ed anche l’abolizione dell’obbligo, per i lavoratori, di ottenere il permesso dei propri datori di lavoro per cambiare impiego o lasciare il Paese.

Nel 2018 il Qatar ha creato i Comitati per la risoluzione delle controversie sul lavoro. Questo ha finalmente introdotto un meccanismo di ricorso per i lavoratori domestici, che purtroppo, però, non funziona come dovrebbe.

Mentre vengono esaminate le richieste dei lavoratori, questi rischiano di perdere il proprio status giuridico, il reddito e l’alloggio.

Il rifugio gestito dal governo non è del tutto operativo, quindi ricorrere ai Comitati spesso non costituisce una soluzione valida, poiché in molti si ritrovano senza un luogo sicuro né un reddito che li sostenga durante il procedimento. Come se non bastasse, le donne che lasciano il lavoro possono essere accusate di fuga dai datori di lavoro, o anche di altri reati penali.

Il Qatar è parte di vari trattati internazionali che proibiscono le violazioni dei diritti umani, di conseguenza ha l’obbligo di tutelare tutti i lavoratori. Steve Cockburn, direttore del programma giustizia economica e sociale di Amnesty International, ha concluso il rapporto con queste parole:

Chiediamo alle autorità qatariote di agire concretamente per assicurare la piena applicazione della legge, stabilire dei severi meccanismi di controllo e intraprendere azioni efficaci nei confronti dei datori di lavoro violenti. Nonostante gli sforzi per la riforma delle leggi sul lavoro, il Qatar delude ancora le donne più a rischio del Paese.

Mariarosaria Clemente

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