Le discriminazioni sul lavoro nei confronti delle persone LGBT+

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Sui social ogni giorno si discute sui temi riguardanti l’inclusività e le discriminazioni verso le persone LGBT+. Giornali e influencer attaccano a spada tratta politici come Giorgia Meloni o Simone Pillon che più volte si accaniscono contro questa comunità. Eppure, quando si deve parlare in modo serio di questi temi, sono pochi i “paladini della giustizia sociale” che hanno il coraggio di affrontare una discussione articolata e argomentata. Forse, semplicemente, non è il coraggio a mancare, bensì un  interesse accorato, sostenuto da una corretta informazione. D’altronde, attira molto di più una critica sterile di un approfondimento mirato.

È il caso di un’indagine condotta da ISTAT e UNAR sulle discriminazioni sul lavoro nei confronti delle persone LGBT+. Lo studio, pubblicato già nel marzo 2022, è passato in sordina e non è stato riportato da nessuno dei maggiori giornali; nonostante sia un argomento che tutti i canali di informazione dovrebbero evidenziare e commentare.

L’indagine sulle discriminazioni sul lavoro nei confronti delle persone LGBT+

L’indagine , condotta nel 2020-2021, si è occupata di evidenziare le discriminazioni sul lavoro nei confronti delle persone LGBT+ che sono in unioni civili o che si sono unite civilmente in passato. Sono state prese in considerazione il 95,2% delle persone, omosessuali o bisessualità, che rientrano in questa categoria. Il restante 4,8% (tra asessuali, chi ha un altro orientamento o chi ha preferito non rispondere) non è parte dell’inchiesta . I risultati emersi dallo studio non vanno trascurati.

Essere omosessuale o bisessuale rappresenta uno svantaggio nel mondo del lavoro

Secondo la ricerca:

Tra quanti dichiarano un orientamento omosessuale o bisessuale e sono occupate o ex-occupate, il 26% dichiara che il proprio orientamento ha rappresentato uno svantaggio nel corso della propria vita lavorativa.

Questo è un dato spaventosamente alto, quasi un omosessuale/bisessuale su tre è, oppure è stato, svantaggiato sul lavoro per via del proprio orientamento sessuale. Ciò è avvenuto  in almeno uno degli ambiti considerati: carriera e crescita professionale, riconoscimento e apprezzamento, reddito e retribuzione.

Eppure secondo il nostro ordinamento, nello specifico secondo il decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216 :

ll presente decreto reca le disposizioni relative all’attuazione della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla religione, dalle convinzioni personali, dagli handicap, dall’eta’ e dall’orientamento sessuale, per quanto concerne l’occupazione e le condizioni di lavoro.

In Italia se sei omosessuale o bisessuale è meglio non dirlo…

O almeno così è emerso dall’indagine , infatti :

Il 40,3% degli omosessuali e bisessuali riferisce, in relazione all’attuale (per gli occupati) o ultimo lavoro svolto (per gli ex-occupati), di aver evitato di parlare della vita privata per tenere nascosto il proprio orientamento sessuale (41,5% tra le donne, 39,7% tra gli uomini).

E non è tutto qua, una persona su cinque afferma di aver evitato di frequentare persone dell’ambiente lavorativo nel tempo libero per non rischiare di rivelare il proprio orientamento sessuale.

Eh, ma se non lo dicono è perché si vergognano!

Non è proprio così, essere omosessuale o bisessuale in Italia, purtroppo, ha molte volte delle conseguenze negative:

Circa sei persone su dieci hanno sperimentato almeno una micro-aggressione, tra quelle rilevate, nell’attuale (per gli occupati) o ultimo lavoro svolto (per gli ex-occupati).

E ancora :

Una persona su tre, tra le persone omosessuali e bisessuali in unione civile o già in unione che vivono in Italia, dichiara di aver subito almeno un evento di discriminazione mentre cercava lavoro.

Tutto ciò ovviamente non si ferma solo all’ambiente lavorativo. Quasi una persona omosessuale o bisessuale su due dichiara di aver subito almeno un evento di discriminazione a scuola/università. Inoltre il 38,2% delle persone dichiara di aver subito, per motivi legati al proprio orientamento sessuale, almeno un episodio di discriminazione in altri contesti di vita (ricerca casa, rapporti di vicinato, fruizione servizi socio-sanitari, uffici pubblici uffici pubblici, mezzi di trasporto negozi o altri locali).

Ma hanno già l’unione civile, possono fare quello che vogliono

Questa è stata una recente dichiarazione che ha fatto la (forse?) futura presidentessa del consiglio Giorgia Meloni quando un attivista della comunità LGBT+ è salito sul palco durante un  comizio di Fratelli d’Italia a Cagliari.

Tralasciando tutto lo scandalo che ne è conseguito, bisogna evidenziare  che no, non possono fare quello che vogliono. Infatti dalla stessa indagine in esame è emerso che tra gli intervistati:

Oltre il 68,2% ha dichiarato che è capitato di evitare di tenere per mano in pubblico un partner dello stesso sesso per paura di essere aggredito, minacciato o molestato. Il 52,7% di esprimere il proprio orientamento sessuale per paura di essere aggredito, minacciato o molestato.

Questa ricerca che, va ripetuto, è stata ignorata, ha rivelato le discriminazioni e le paure delle persone LGBT+ che non possono più essere trascurate. Negli anni, come società abbiamo fatto passi avanti sotto questo punto di vista, soprattutto tra i giovani che, culturalmente, diventano sempre aperti. Ma la strada da fare è ancora lunga.

Secondo uno dei Principi fondamentali della costituzione, ovvero l’Articolo 3:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

Edoardo Pedrocchi

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