Le misure di sostegno tagliano fuori le famiglie arcobaleno

Di Leoluca Armigero


Sapete perché servono i pride? Capite perché non possiamo accontentarci della legge sulle unioni civili? Lo vedete perché non possiamo farci bastare l’iniziativa coraggiosa di disobbedienza civile di quei pochi sindaci che vogliano oppure no, a propria discrezione, riconoscere le famiglie arcobaleno? E decisamente non basta l’avanguardia della giurisprudenza, almeno a questo riguardo.

Partiamo da un dato incontrovertibile: le famiglie arcobaleno esistono. E proprio come cantava quella celebre hitmaker bionda, la nuova stella del pop italiano, comprendono “genitore 1 e genitore 2”. Ma quando si tratta di accedere agli ammortizzatori sociali, quando in un momento come questo – per far fronte all’emergenza Coronavirus – la Ministra Bonetti si riempie la bocca un giorno sì e l’altro pure col “sostegno alle famiglie”, immancabilmente taglia fuori qualcuno.

Agli strumenti di sostegno al reddito (come il congedo parentale, ad esempio) potrà accedere solo il genitore biologico, che poi è l’unico esistente per legge. È vero, anche nelle “famiglie tradizionali” alcune di queste misure spettano alternativamente solo ad uno dei due genitori, ma nelle famiglie arcobaleno non c’è possibilità di scelta in base al tipo di lavoro, agli orari o alla remunerazione. In quei rari casi in cui entrambi i genitori dello stesso sesso siano stati riconosciuti invece, come accade con l’adozione speciale, il sito internet dell’INPS si blocca di fronte ai codici fiscali di due donne o di due uomini.

E cosa scrivere sull’autocertificazione? Il Governo ha precisato che, in caso di genitori separati, gli spostamenti per raggiungere i figli minorenni presso l’altro genitore sono consentiti – anche da un Comune all’altro. Ma qualora una famiglia omogenitoriale viva in due case diverse, per andare a trovare il proprio figlio, bisogna rischiare una multa. Bisogna fare carte false. O il genitore sociale può attendere la fine della quarantena, fosse anche nel 2043.

Capite bene dunque che certe rivendicazioni, che da troppo tempo facciamo a vuoto, non rappresentano solo l’esito positivo di un braccio di ferro, come per i nostri avversari politici. E tanto per tornare un istante sulla giovane marmotta di Italia Viva: non è mai stata una paladina dei diritti lgbt. Non basta firmare una “Carta del coraggio” scritta da qualcun altro. Tant’è vero che, nei giorni in cui si gioiva per il tramonto di Lorenzo Fontana, Elena Bonetti albeggiava timidamente ma si affrettava a prendere le distanze da un documento «scritto in realtà non da me, ma da giovani all’interno di un percorso formativo di cui io sono stata una dei responsabili come educatrice scout». Centrista a.C. dunque (ante Calenda)

Bisognava arrivare a tanto per capire che non possono esistere “nuovi diritti”? Che i diritti sono quelli vecchi estesi a tutti, oppure costituiranno la legittimazione ad ogni odiosa disparità di trattamento?

Che il Coronavirus, foriero di innumerevoli tragedie, possa essere anche un pettine a cui vengono i nodi indistricabili della discriminazione.

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