Le Piaghe d’Egitto: a modern plague spreader

John Mallord William Turner, "la quinta piaga d'Egitto", 1800
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Nel libro dell’Esodo si racconta la fuga degli ebrei dall’Egitto, guidati da Mosè salvatore attraverso il deserto. Ma come ci insegna anche la Dreamworks e il suo cartone animato de “Il Principe D’Egitto”, prima di questa fuga Mosè tentò di convincere il faraone a liberare il popolo ebraico… con le buone. Poi insomma, Dio si è arrabbiato e ha deciso ben bene di mandare una pestilenza dopo l’altra fino a piegare l’Egitto. Grazie, Dreamworks.

Le pestilenze sono sempre un brutto affare. Ma l’essere umano, celebre per non andare nel panico ed evitare atteggiamenti bellicosi l’uno contro l’altro, ha sempre affrontato le epoche pestilenziali con la freddezza e la responsabilità degne di un dio che comanda.
Più o meno.

C’è una figura curiosa, all’interno della storia dell’umanità, che è strettamente legata a tutto ciò che è lebbra, peste e carestia: l’untore. La figura resa celebre da Manzoni e già sufficientemente diffusa tra la popolazione italiana del 400, soprattutto a Milano nel periodo della peste, è quanto più si avvicina alla traduzione di demone satanasso di cui avere paura: il ruolo dell’untore altro non era che quello di segnare le mura con una vernice o rossa o gialla per identificare le case in cui soggiornavano lebbrosi o appestati e dalle quali era meglio stare alla larga per evitare un contagio; nel credo popolare, però, l’untore fu identificato come portatore egli stesso di pestilenze e per questo odiato e demonizzato.

E per ogni peste storica c’è un untore a cui dare addosso. Così accadde anche ai tempi delle famigerate piaghe dell’Egitto: scaturite da fenomeni successivamente spiegati nella loro reale chiave scientifica, quando l’infezione nata dalle alghe rosse del Nilo avvelenò le rane e gli altri animali fino a contaminare anche la popolazione, pure in quel caso si aggiravano, incaricati dagli amministratori del faraone, degli untori. Ancora prima dell’amico Manzoni, anche loro venivano additati di essere criminali responsabili delle catastrofi che accadevano loro. Non la poca igiene, non un’infezione nata spontaneamente e in maniera imprevedibile, non dall’incapacità a prevenire ogni sorta di malattia, no: la colpa era dell’untore.

Anche oggi si ripresentano queste piaghe e anche oggi, noi uomini del progresso e ignoranti tanto quanto millenni fa -ciao, progresso- abbiamo trovato un capro espiatorio, un untore a cui addossare tutte le colpe. Eccole, le nostre piaghe d’Egitto:

Prima piaga: tramutazione di acqua in sangue

Quanta acqua si trasforma in sangue? Lo vediamo quasi quotidianamente, nelle coste della Sicilia, in Grecia, nelle frontiere tra una nazione e un’altra: migranti, uomini viaggiatori, speranzosi, disperati, anime in fuga. Ma noi no, noi vediamo il nostro mare che si tinge di rosso e vediamo l’untore contro cui sbraitare: sono immigrati, rubano il lavoro, sono puzzolenti, malati, schifosi. Vengono qui per rubarci la vita stessa, se necessario, e noi pure che gli diamo tutte le nostre risorse! Vergogna, via questo untore!

Dalla seconda all’ottava piaga: invasioni di rane, zanzare, mosche; bestiame da pascolo che muore, ulcere su animali e di conseguenza sugli uomini, invasioni di cavallette e locuste

La natura che si rivolta, si sgretola, si consuma e ci trascina nel disastro; le industrie di cibo e di vestiario che consuma tutto, senza energie rinnovabili, senza rispetto per l’ambiente; animali ridotti a macchinari per la produzione, squartati vivi per delle pellicce e anestetizzati con il piombo per la macellazione. E tutto questo per venderci un prodotto genuino al supermercato, a noi, che la genuinità piace davvero tanto. Il nostro untore da aggredire stavolta sono loro: i giganti del mercato. Poco importa se posso fare la mia parte anche evitando di buttare una cicca per terra, poco importa se evitando di lasciare il rubinetto dell’acqua aperto in continuazione possa comunque prendere coscienza e rendermi conto che il mondo è un posto per tutti e non solo il mio divano su cui poggio il mio culo. Le zanzare prendono sempre più spazio nell’aria che respiro? La colpa non è mia, non posso farci nulla. È dell’untore, la colpa. Lo stesso untore da cui compro i prodotti o consumo un pomeriggio all’insegna del fast food. Ma io no, io non c’entro nulla.

Egitto
Joseph Mallord William Turner, “la quinta piaga d’Egitto”, 1800

Nona piaga: Le Tenebre

C’è un untore che ormai è sempre all’erta: è molto luminoso, spesso rettangolare, capace di tutto, anche di non farci pensare. È riconoscibile per diversi sistemi operativi e ha così tante funzioni che quasi non è più necessario sbattere le ciglia. Attraverso lui, troviamo sempre tantissimi altri untori contro cui inveire senza ritegno, senza cognizione: untori virtuali, dalla consistenza social e asociale. Il buio umano passa attraverso uno schermo luminosissimo che ci sovrasta e non ci fa ragionare. Ma anche in quel caso, la nostra responsabilità è minima se non nulla; sono sempre gli altri untori ad esagerare, a sbagliare, a dirne una di troppo, noi siamo sempre dalla parte della ragione. E così le tenebre calano, allegramente, senza rendercene conto, su tutti noi.

Decima piaga: morte dei primogeniti maschi

Eccola, la società. Una società di unti e untori: uomini-telefonini che manovrano la loro vita attraverso un filtro. L’incapacità a vivere una propria vita, da soli o in comunità, degenera sempre di più. Così accade in famiglia, tra gli amici o tra colleghi. La violenza è a fior di pelle, se si ha fortuna -o discrezione- solo nelle parole, altrimenti si passa ai fatti e si degenera, gravemente. Quante storie di omicidi in famiglia si sentono? Omicidi, suicidi, pentimenti, disastri. Untori alienati di noi stessi. A chi diamo la colpa, a quel punto? Ai vicini di casa, che hanno sentito senza intervenire? Alle forze dell’ordine, che non hanno fatto in tempo? Ai figli che provocano o ai genitori che menano?

Troviamo sempre l’untore contro cui remare, a cui addossare tutte le nostre colpe. Lo facevamo ai tempi dell’antico Egitto, l’abbiamo fatto ai tempi della pestilenza milanese e lo facciamo ancora oggi. L’umanità è sempre una, cambia solo la storia e con una ciclicità tale che, a guardar bene, non cambia nemmeno quella.

Non impariamo mai ad accettare il corso degli eventi, a migliorare il tiro, a prendere in mano le redini delle nostre responsabilità. Dove c’è unto, non puliamo: diamo la colpa a chi l’ha passato, ignorando che avremmo potuto produrlo noi stessi. Come quando ci lamentiamo senza fare il minimo sforzo affinché la situazione cambi. L’untore fa il suo mestiere ma noi gli addossiamo colpe che non lo riguardano per un ruolo che non gli compete. Eppure è così: è più facile fare scarica barile che rendersi conto di dove abbiamo fatto il passo falso.

Dalla Bibbia alla realtà, dalla storia antica a quella contemporanea: le piaghe non sono finite, dall’Egitto sono arrivate fin dentro le nostre ossa e stanno lì. E non basterà un untore ad addossarsi le nostre responsabilità: toccherà a noi liberarci dalle piaghe.
Il primo passo: volerlo davvero fare.

Gea Di Bella 

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