Le proteste infiammano il mondo contro corruzione e disuguaglianze

Dal Cile all'Ecuador, passando per Beirut e Baghdad, il mondo è attraversato da un'ondata di proteste. Le cause principali: corruzione e disuguaglianze sociali.

0

Dal Cile al Libano, dall’Ecuador all’Iraq, le proteste infiammano il mondo contro i governi di molti paesi. I manifestanti gridano “basta” alla corruzione dilagante, alla povertà e alle disuguaglianze sociali, e chiedono più diritti, giustizia, libertà.

Da un lato c’è il Sud America dall’altro il Medio Oriente. Da un lato ci sono paesi dove le politiche di privatizzazione neo-liberiste hanno portato solo disuguaglianze ed esclusione. Dall’altro c’è il fallimento di politiche basate sul settarismo, che hanno creato divisioni ancora più profonde.

Centinaia di persone sono morte negli scontri in Iraq, decine i morti in Cile ed Ecuador. Migliaia sono i feriti e le persone incarcerate dalle forze di sicurezza. I governi si dimostrano deboli ed incapaci di ascoltare le richieste dei loro popoli. Ciò che accomuna queste popolazioni è la loro esasperazione quanto la loro forza, sono principalmente giovani che usano i social media per organizzarsi e radunarsi con una velocità impressionante. Ecco perché chi governa teme i mezzi di comunicazione, e nonostante la censura dei media, la rapidità con cui queste nuove masse si organizzano può creare effetti inaspettati.

Il rincaro dei mezzi pubblici scatena l’inferno: Cile.

Il rincaro dei biglietti della metropolitana di Santiago ha semplicemente aperto il vaso di Pandora, mostrando tutti i limiti dell’economia cilena. Eppure il Cile è sempre stato considerato dai latino americani come un esempio di modello economico, “un’oasi”, come l’ha definita il suo presidente Piñera, in mezzo a paesi con gravi problemi economici.

Il modello neoliberista cileno parte dalla dittatura del generale Pinochet del 1973, che soppiantò il modello socialista di  Salvador Allende attuando una lunga serie di privatizzazioni e aprendo le porte agli investitori stranieri. Da quel momento i servizi di prima necessità come la fornitura di energia e l’acqua passarono in mano ai privati. Allo stesso modo anche la sanità e l’istruzione vennero parzialmente privatizzate.

Anche con la fine della dittatura nel 1990, il modello neo-liberale cileno ha proseguito il suo corso.
Nonostante gli indicatori macroeconomici abbiano mostrato negli anni un paese in crescita maggiore rispetto agli altri stati sudamericani, questa ricchezza non è mai stata equamente distribuita. Il paese vive principalmente delle sue attività estrattive di minerali (soprattutto di rame), disboscamento e settore ittico.

Lo stipendio medio è di circa 600 dollari al mese, che non bastano a coprire la maggior parte delle spese. Infatti la salute pubblica non è garanzia di qualità e copre solo parzialmente le cure offerte alla popolazione. La disuguaglianza sociale si riflette anche nell’educazione: circa il 40% dei cileni sceglie la scuola privata, perché garantisce un ingresso agevolato all’università. Un altro tema scottante per cui la gente protesta è il sistema pensionistico. La pensione media è di soli 286 dollari al mese, metà dello stipendio medio di un lavoratore cileno.

Per questi motivi, dal 14 ottobre i manifestanti hanno invaso le strade di Santiago e delle principali città. Il governo cileno ha dichiarato lo stato di emergenza, misura che non veniva applicata dai tempi della dittatura, ed imposto il coprifuoco. Nonostante il presidente abbia annullato l’aumento del biglietto della metro e promette una vasta serie di riforme le proteste continuano. Sono già morte decide di persone e le Nazioni Unite hanno organizzato una commissione di inchiesta per indagare sugli abusi delle forze di sicurezza cilene.

Ecuador: le proteste mettono fine alle misure di austerity

Dopo aver preso il potere nel 2016, Lenin Moreno prometteva dialogo, consenso, rapporto con i cittadini ed un cambio di opinione. Eppure la sua manovra economica ha scatenato due settimane di proteste a Quito e nelle più grandi città del paese causando la morte di 8 persone, e il ferimento di un altro migliaio. Il decreto 883 prevedeva la privatizzazione di imprese pubbliche, riduzione dei salari e licenziamenti nel settore pubblico, oltre al taglio dei sussidi per la benzina.

L’aumento del costo del carburante colpisce soprattutto le classi più deboli, fra cui ci sono i gruppi indigeni che costituiscono il 20% della popolazione. Mentre circa il 25% degli ecuadoregni vive sotto la soglia di povertà, il salario minimo è di circa 400 dollari al mese, e la media salariale a Quito è di 600 dollari al mese.

L’Ecuador è un paese che sta vivendo da qualche anno un duro scontro politico fra il suo presidente, Lenin Moreno, ed il suo predecessore Rafael Correa, quest’ultimo in esilio in Belgio. Le riforme attuali vorrebbero portare l’Ecuador ad abbracciare una politica di stampo neoliberista, attirando capitali esteri e aumentando delle estrazioni petrolifere.

Nonostante la popolazione indigena sia una minoranza nel paese e spesso risulti divisa al suo interno, la loro partecipazione alle proteste è sempre stata di enorme impatto. Già dalla presidenza di Correa gli indigeni si erano mobilitati per limitare l’aumento delle attività estrattive.

Il 14 ottobre il governo ha deciso di riattivare i sussidi per la benzina, ma non ha fatto marcia indietro sulle altre riforme. Resta quindi aperta la possibilità di nuove proteste.

Bolivia: Evo Morales vince ancora, ma le elezioni sono state trasparenti?

Durante il conteggio delle schede elettorali del 20 ottobre, sembrava che Evo Morales fosse in leggero vantaggio sul suo principale rivale Carlos Mesa. Tuttavia dopo una sospensione del conteggio durata 24 ore e decisa dalla Corte Suprema Elettorale, i risultati davano Morales di poco sopra al 47%, e Mesa al 36%. Questo distacco di più di dieci punti percentuali ha evitato il ballottaggio tra i due contendenti e dato immediatamente la vittoria a Morales per un quarto mandato consecutivo.

I sostenitori di Mesa sono scesi immediatamente in piazza chiedendo l’annullamento delle elezioni e accusando il governo di aver falsato i risultati. A differenza degli altri due paesi, la Bolivia è un paese molto diviso fra chi sostiene Morale e chi invece lo ritiene troppo estremo per le sue politiche. Evo Morales governa il paese dal lontano 2005, ed è diventato famoso per la campagna di legalizzazione della pianta di coca. Una volta al potere ha emanato una nuova costituzione, che riconosceva la Bolivia come uno stato plurinazionale e secolare.

Durante il suoi governi il tasso di povertà è diminuito sensibilmente, ma i suoi oppositori lo accusano di non aver fatto nulla per ridurre la corruzione. Inoltre le sue politiche di sfruttamento delle risorse, come la concessione agli agricoltori di bruciare i terreni amazzonici per facilitare le piantagioni di soia, o la costruzione di una autostrada nell’Amazzonia, hanno fatto calare il consenso popolare.

Sudan: il coraggio di un popolo oppresso

Omar Al-Bashir, dittatore sudanese al potere da 30 anni e condannato dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, viene deposto l’undici Aprile del 2019 dal suo esercito, a seguito delle immense proteste che avevano invaso il paese.

Nonostante la sua deposizione le proteste sono andate avanti e l’opposizione politica aveva inizialmente raggiunto un accordo con l’esercito per formare un governo temporaneo. Ad un certo punto gli accordi sono saltati e i manifestanti sono scesi nuovamente per le strade, ma hanno subito la repressione armata e brutale dell’esercito e delle RSF (Rapid Support Forces) che ha portato all’uccisione di centinaia di persone.

La violenza e la brutalità non hanno fermato i manifestanti che hanno continuato a protestare pacificamente. Ad agosto l’esercito e l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento hanno finalmente raggiunto un accordo. Si è formato un consiglio di governo composto sia da militari che da membri dell’opposizione che guiderà il paese fino alle elezioni del 2022.

Tuttavia paesi come l’Arabia Saudita e l’Egitto, premono affinché l’esercito non faccia troppe concessioni che possano creare agitazioni e proteste anche in altri paesi della regione.

Iraq: il governo promette riforme dopo aver ucciso centinaia di persone

Dal primo di ottobre l’Iraq è in fermento. Centinaia di migliaia di iracheni si sono riuniti soprattutto a Baghdad, Basra, Najar e altre città del sud del paese, per chiedere le dimissioni dell’attuale governo.

I manifestanti chiedono delle riforme per migliorare i servizi pubblici, quali l’istruzione e la sanità, e per ridurre la disoccupazione. Vogliono la fine di un sistema politico corrotto che non riesce a tutelare i diritti dei suoi cittadini, e che usa l’esercito per reprimere con brutalità le proteste.

Già nell’estate del 2018 c’erano stati scontri violenti fra i manifestanti e le forze di sicurezza, soprattutto nella città di Basra. L’esecutivo aveva deciso la formazione di un governo di tecnocrati, che però non è stato in grado di eliminare il malcontento popolare.

Dalla fine della guerra del 2003, l’Iraq è un paese dove il vige un sistema di suddivisione dei ruoli e dei seggi in parlamento basato sulle quote settarie, noto anche con il nome di Mahasasa. Questo sistema viene criticato perché permetterebbe ai politici di accaparrarsi i fondi pubblici e utilizzarli a vantaggio del proprio gruppo politico-religioso di appartenenza, aumentando così la corruzione e le divisioni interne. E’ un sistema che sia gli Stati Uniti che l’Iran hanno favorito, ma che anziché dare maggiore stabilità al paese lo ha reso più fragile e diviso.

Il 29 ottobre il parlamento ha approvato la formazione di un nuovo governo temporaneo che traghetterà il paese per i prossimi 6 mesi prima di nuove elezioni. La corte suprema ha inoltre dichiarato l’incostituzionalità del sistema della Mahasasa, poiché non garantisce un’assegnazione dei ruoli politici basata sul merito.

Le proteste proseguono e fino ad oggi centinaia di iracheni sono stati uccisi dalle forze di sicurezza, mentre migliaia sono i feriti, gli incarcerati o coloro di cui si sono perse le tracce.

Libano: dalla tassa su Whatsup alla rivoluzione.

Nonostante l’imposta di circa 6 euro al mese su WhatsUp sia stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, le cause delle proteste del popolo libanese partono da molto più lontano. Le strade della capitale Beirut sono invase da migliaia di giovani che scandiscono gli slogan tipici delle primavere arabe, sono una generazione con un alto livello di istruzione ma che ha come unica via di uscita dalla disoccupazione emigrare.

Il Libano è una paese dalle profonde disuguaglianze dove un quarto della ricchezza nazionale è in mano a meno dell’1% della popolazione. Inoltre ha un debito estero che ammonta al 152% del suo PILIl presidente Saad Hariri ha finalmente rassegnato le dimissioni il 29 ottobre, provocando reazioni di gioia e di soddisfazione nei manifestanti.  Proprio Hariri aveva destato scandalo, perché dopo aver tagliato i fondi e i posti di lavoro di un giornale locale, ha donato 16 milioni di dollari alla sua amante Sud Africana.

Il Libano è un paese diviso fra molti gruppi religiosi, di cui quelli maggiormente presenti sono i musulmani sciiti, i musulmani sunniti e i cristiani maroniti.  Dopo la guerra civile (1975-1990), il sistema politico si è fondato proprio sulle divisioni settarie, e ciò ha creato ulteriori spaccature sociali e ha aumentato il fenomeno della corruzione.

Tuttavia, durante le proteste di questo mese, il popolo ha messo da parte le sue divisioni politico-religiose e ha chiesto con forza e unità la fine di questo governo corrotto e la fine di un sistema basato sul settarismo.

Nonostante non ci sia stata una repressione da parte delle forze di sicurezza, la tensione rischia di aumentare, poiché i gruppi politici principali si rifiutano di indire nuove elezioni e tra questi il partito sciita Hezbollah. Gli stessi sostenitori del gruppo sciita sono scesi in piazza e si sono resi protagonisti di atti violenti contro i manifestanti ostili al governo.

 

Michele Nicoletti

Leave A Reply

Your email address will not be published.

Cliccando su Accetta, acconsenti all'utilizzo dei cookie e di eventuali dati sensibili da parte nostra; secondo le normative vigenti GDPR. More Info

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi