La Lega Nord di Umberto Bossi non aveva previsto Matteo Salvini

Qualche giorno fa si è chiuso il tesseramento della Lega. O, meglio, della “Lega per Salvini Premier”. Secondo molti, si tratta del definitivo colpo di spugna con cui il Matteo nazionale cerca di lavar via la nostalgia per il leghismo celodurista di Umberto Bossi. Colpo di spugna solo di fatto, notare bene: formalmente, infatti, la Lega non può essere sciolta per quella storia dei 49 milioni di euro che il partito deve allo Stato, a causa della vicenda dei rimborsi illeciti.




Anche alle persone più lontane dalla Lega, non può essere sfuggito il cambiamento nella fisionomia che il partito ha subito nel corso degli anni. La vecchia guardia antimeridionale e federalista, infatti, continua a essere nel cuore di alcuni militanti e dirigenti storici. A questi, proprio, il modus operandi nazionalista di Salvini non va giù. La domanda che anche i vecchi leghisti si fanno, quando il partito trionfa in Calabria, allude a una sorta di tradimento: come può la Lega avere l’ambizione di conquistare i voti al Sud? E’ proprio Repubblica, in questi giorni, a sostenere che il 30 per cento dei militanti della Lega Nord non avrebbe rinnovato il tesseramento.




Alle origini della Lega Nord di Umberto Bossi

Ma ripercorriamo insieme la folgorante storia della Lega. Alla fine degli anni Ottanta, nell’Italia del Nord, c’erano vari movimenti autonomisti suddivisi per regione. Nel 1982, ad esempio, un quarantunenne di Varese, che risponde al nome di Umberto Bossi, fonda la Lega Lombarda. Ha un successo folgorante e già nel 1987 viene eletto al Senato. Da lì in poi, sarà conosciuto come il Senatùr per antonomasia.




Tra celodurismi e devolution

La Lega Nord nasce come una formazione sopra le righe, estremamente riconoscibile per l’uso che fa dei simboli, degli slogan e della storia. La canottiera di Umberto Bossi, un millantato machismo vichingo all’elegante grido del ce l’abbiamo duro e del vilipendio alla bandiera. E ancora: le statuette di Alberto da Giussano, gli adesivi con il Sole delle Alpi, Calderoli con l’elmo, i poster sui muri delle città con le immagini degli indiani nelle riserve, contro il cous cous e contro le moschee. Le feste della Lega in provincia, in cui si eleggeva Miss Padania. Radio Padania Libera. Il giornale La Padania. I graffiti sui muri in periferia con scritto W BOSSI. I momenti alla Asterix e Obelix, con il rito dell’ampolla, o il raduno di Pontida.

L’assist di Tangentopoli

C’è da dire che la Lega Nord viene presa sul serio, per una serie di congiunture astrali. Debutta praticamente sulla scena politica italiana durante Tangentopoli. Il partito assume l’immagine candida di innocente neonato in mezzo agli squali assetati di soldi della Prima Repubblica. Gli slogan, da Roma Ladrona in giù, sono quelli che puntano a raccogliere i voti di protesta. In aprile, alle elezioni la Lega Nord sbanca con l’8%. E’ un successo travolgente: basta considerare che è una formazione esistente solo al Nord. Negli anni, continua a crescere: nel 1996 supera il10%. 

La trasformazione con Maroni

E se per molti il limite è l’orizzonte, per i leghisti di fine anni Novanta il limite continua a essere il fiume Po. Fa capolino Roberto Maroni, che diventa addirittura Ministro dell’Interno, e si capisce che c’è il potenziale per arrivare a ben altre percentuali. Ma se il bacino di elettori è sempre quello, come si fa a rivolgersi altrove? Come si fa, insomma, a farsi votare dai terùn senza tradire le proprie ambizioni indipendentiste? Nei sogni di Maroni c’è un governo a traino Lega, impossibile da realizzare finché ci si confina in Pianura Padana. 

Il divorzio

Servono forse leader più moderati? Nel partito c’è una vera e propria spaccatura tra il 2012 e il 2013. Emergono le prime inchieste sulle Lega. Bossi, con una salute già piuttosto compromessa, è costretto alle dimissioni. Per lui, a mo’ di contentino, ma anche per riconoscergli l’effettiva paternità del progetto, viene creata ad hoc la carica di Presidente a vita della federazione. Però, intanto, si fa da parte. Con lui, tante teste saltano, sia in Piemonte, sia in Veneto, e il 7 dicembre del 2013 vince le primarie del partito un certo Matteo Salvini, appoggiato da Roberto Maroni, contro Umberto Bossi.

L’esordio di Salvini

Il delfino di Maroni, però, è già pronto ad affrancarsi anche dal suo protettore: Salvini diventa segretario federale della Lega Nord. O meglio: della Lega e basta. Inizia, infatti, a essere omessa volutamente la parola Nord dal nome del partito. Già questa è una dichiarazione di intenti, sposata anche dall’allora sindaco di Verona, Flavio Tosi.

Intanto, bisogna considerare che tutta la scena politica a destra è in grande subbuglio: nel 2010 Fini ha rivolto a Silvio Berlusconi il celebre “Che fai, mi cacci?” e Alleanza Nazionale è andata scomparendo. Quello spazio, quindi, a destra di Forza Italia andava occupato. Intanto, gli scandali che coinvolgono la famiglia Bossi (con la celebre laurea in Albania del figlio Renzo) spianano la strada a Salvini, che apre il capitolo nazionale della “Lega per Salvini premier”.

Da Prima il Nord a Prima gli Italiani

L’indipendentismo di trent’anni fa è praticamente scomparso. L’identità nordista è stata sostituita da un cattolicesimo di facciata, dal “Prima gli Italiani” e dall’amicizia con i movimenti di estrema destra, in Italia e all’estero. E’ stata tutta colpa dei 49 milioni? No, ma hanno incredibilmente fatto comodo. Così Salvini ha potuto silurare Bossi e tenere in piedi solo formalmente la vecchia Lega Nord, nella forma di un ente a cui il  Tribunale di Genova ha imposto il pagamento di rate di 600 mila euro per i debiti nei confronti dello Stato.

Il dissenso della vecchia guardia

E’ sempre Repubblica a riportare che nel febbraio di quest’anno si sono iscritte alla Lega per Salvini circa 50 mila persone. Per incentivare l’iscrizione dei militanti bossiani e maroniani, la loro vecchia tessera sarebbe stata mantenuta gratuitamente, ma niente da fare. Almeno il 30% ha preferito lasciar cadere l’iscrizione. All’interno del partito, ci sarebbero dissapori sulla gestione stessa di quello che si è rivelato un doppio tesseramento: Salvini, da parte sua, non commenta. Dice solo che punta alle 200 mila tessere, di cui la metà è già stata raggiunta.

Un’arma a doppio taglio

La mancanza della parola Nord, però, non è una questione da poco. Anzi, può essere un’arma a doppio taglio. La militanza finanziatrice del partito (per intenderci: coloro che versano il 2 per mille alla Lega) risiede in Lombardia, Veneto e Piemonte. Dal Sud, quindi, arrivano voti, ma non arrivano soldi: per quanto ancora a Salvini farà comodo giocare al Paladino del Sud, prima di fare cortocircuito? A pesare come un macigno, poi, sempre a proposito di Veneto e Lombardia, è la questione sulla gestione della pandemia: la Lega di Fontana, vicina a Salvini, è travolta dai polveroni, mentre ha recuperato grande credibilità la gestione di Zaia in Veneto, lontana dalla linea del segretario. Il Veneto, quindi, è un successo leghista di cui però Salvini non si può vantare. 

L’incognita Meloni

Oltre al Sud, alla pandemia e al Veneto, ci sono poi elezioni regionali e teoriche elezioni nazionali anticipate che Salvini conta di vincere, a botte di engagement social. Intanto, però, Salvini ha anche un altro problema: la crescita di Fratelli d’Italia, che potrebbe cannibalizzare i voti della Lega e conquistare quelli degli insofferenti alla leadership di Salvini.

Elisa Ghidini

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