L’estrema destra israeliana al governo

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Il nuovo governo di Israele è ritenuto da molti analisti quello più a destra della storia. Dopo meno di un mese dall’insediamento del sesto governo guidato da Benjamin Netanyahu, l’opposizione è già scesa in piazza in difesa della democrazia del paese a rischio.

La riforma giudiziaria incriminata

A portare 80 mila persone in piazza a Tel Aviv sono stati i partiti di centro e centro sinistra, a causa di una proposta di legge del nuovo governo mirata a diminuire i poteri della Corte Suprema.

La Corte Suprema israeliana è il principale contrappeso al potere dell’esecutivo. La corte può giudicare la costituzionalità delle leggi che passano alla Knesset, il parlamento israeliano, e in caso siano incostituzionali, bloccarle. Il rispetto di leggi e diritti fondamentali in un paese che non ha una costituzione scritta passa soprattutto da questa corte.

È questo il motivo che ha portato nel 1992 il parlamento israeliano, compresi i membri del Likud di Netanyahu, ad affidarle i poteri che ha oggi.

I detrattori della corte fanno notare come essa possa bloccare la volontà di un parlamento eletto dal popolo, pur non essendo l’espressione di alcun voto popolare.

La legge proposta dal governo prevede che la maggioranza della commissione che nomina i giudici della Corte, sia diretta espressione del governo. Inoltre, per giudicare incostituzionale una legge passata alla Knesset, la Corte avrebbe bisogno del consenso unanime di tutti i membri.

L’opposizione ha denunciato la politicizzazione della Corte, e il rischio per il sistema di pesi e contrappesi alla base della democrazia di Israele. L’ex Ministro della Difesa Gantz ha gridato alla guerra civile nel caso passasse questa legge.

Non lasceremo che accada

Sono state invece le parole di Ehud Barak, primo ministro dal ’99 al 2001.

I problemi con la legge dell’estrema destra israeliana

Al governo viene anche mossa l’accusa di voler strumentalizzare questa legge per fini personali, in particolare del suo capo di governo.

Netanyahu è ancora sotto processo per corruzione, con diversi capi d’accusa a suo carico. L’accusa principale è quella di aver fatto favori a degli uomini d’affari in cambio di “regali”. Le investigazioni sono cominciate nel 2016, e il processo è cominciato nel maggio del 2020. Complici diversi ritardi per svariate ragioni, in parte riconducibili alla pandemia, il processo non si è ancora concluso. Il primo ministro rischia svariati anni di carcere.

Non è l’unico membro del governo ad avere problemi con la legge.

Il 18 dicembre, la Corte Suprema, con 10 voti favorevoli su 11, ha bocciato la nomina di Aryeh Deri come ministro dell’Interno. Il leader di Shas, partito religioso e conservatore che ha preso l’8% alle ultime elezioni, era stato condannato in passato per reati fiscali.

Per Netanyahu la presenza di Shas all’interno della compagine di governo è fondamentale.

Per riuscire a formare questo governo, il primo ministro ha dovuto fare molte concessioni, questo ministero era una di queste.

Il ministro dell’ insicurezza nazionale

Il simbolo dell’esecutivo che ha portato l’estrema destra israeliana al governo è Itamar Ben Gvir.

Il leader di Otzma Yehudit era in una coalizione che alle elezioni ha preso il 5% dei voti e che rappresenta gli interessi degli israeliani più conservatori e ultraortodossi, oltre che dei sostenitori degli insediamenti nei territori occupati.

A dire il vero, anche Ben Gvir ha avuto problemi con la legge, ma possiamo dire che i suoi fanno parte del “personaggio”. È stato accusato di incitamento all’odio nei confronti degli arabi.

Durante la campagna elettorale, si è fatto forte di una retorica populista e a tratti bellicosa nei confronti di chi ritiene diverso, e soprattutto nei confronti dei palestinesi. Per assicurarsi il supporto della destra ultraconservatrice, Netanyahu ha acconsentito a mettere Ben Gvir a capo del Ministero della Sicurezza Nazionale.

Svolge molti compiti normalmente svolti dal ministro dell’Interno, ed è a capo della polizia. È un ruolo particolarmente delicato che Ben Gvir ha assunto senza curarsi di tentare di mantenere un delicato equilibrio che caratterizza molte situazioni e aree nel paese e nelle zone occupate.

Il delicato rapporto con i palestinesi

Nell’accordo per la formazione del governo è stato messo un punto che enuncia il “diritto del popolo ebraico alla terra di Israele” e l’obiettivo di annettere i territori palestinesi occupati.

In una delle prime uscite da ministro Ben Gvir è andato nella Spianata delle moschee, un luogo sacro per cristiani, musulmani ed ebrei, scortato da decine di agenti, e lì ha affermato l’importanza per il popolo ebraico di quello che chiamano Monte del tempio.

Questo ha portato alla reazione delle autorità palestinesi e di quelle giordane, che amministrano la zona, per la violazione di quel flebile equilibrio che domina il luogo sacro e di una regola non scritta che il governo non avrebbe dovuto violare.

Il 9 gennaio, cinque giorni dopo la camminata scortata a Gerusalemme, il neoministro ha poi ordinato all’esercito di confiscare le bandiere palestinesi mostrate in pubblico poiché considerato un atto di “terrorismo”.

In meno di un mese l’estrema destra israeliana è riuscita a inimicarsi l’opposizione e una fetta dell’opinione pubblica, a deteriorare i rapporti con gli stati vicini e a far gridare al rischio per la democrazia.

Mohamed Charjane

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