L’Età del rancore, l’eternità dell’inganno

“Siamo ignoti a noi medesimi, noi uomini della conoscenza, noi stessi a noi stessi: è questo un fatto che ha le sue buone ragioni. Non abbiamo mai cercato noi stessi - come potrebbe mai accadere, un bel giorno, di trovarsi?” Friedrich Nietzsche, Genealogia della Morale, prefazione.

Caino, di Henri Vidal, Giardino delle Tuileries, Parigi
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L’Età del rancore, l’eternità dell’inganno

Da un po’ di tempo molti intellettuali convengono nel ritenere che viviamo nell’era del rancore, ossia in un periodo storico nel quale – mancando strutture collettive che ci rappresentino: partiti, visioni ideologiche o comunità legate da principi condivisi – ognuno cova in sé e manifesta, in modo tanto indiscriminato quanto infruttuoso, forme di odio represso verso il potere, le istituzioni e le “diversità”, fino ad arrivare al nostro vicino di casa. Insomma, più ci sentiamo soli, non rappresentati, e più manifestiamo rancore e rabbia verso tutto ciò che ci fa sentire esclusi e che – più o meno colpevolmente – decide per noi. Però non credo sia così semplice.

Tale “circolo odioso” vale anche se introiettato; non è necessario provare rancore verso gli altri affinché funzioni, anche quando biasimiamo noi stessi per i nostri errori creiamo “ad hoc” un “io” altro da noi da disprezzare, un insopprimibile “cattivo” col nostro nome sempre pronto a rappresentare la causa dei nostri mali. Dal sadismo si passa al masochismo ma la solfa è la stessa: “che sia colpa degli altri sono obbligato rispettivamente a “punire” o ad “espiare”, a vendicarmi o a martoriarmi. Cambia solo l’oggetto del nostro supplizio ma non il sentimento che lo genera è lo stesso. Quindi chi si lacera l’anima da solo non pensasse di essere diverso di chi stermina il parentame in un raptus odio. Rompe solo meno le palle!

In fondo non siamo speciali, né originali … è dai tempi del Menedèmo di Terenzio che siamo prevedibili e senza fantasia, anche se ormai orfani dell’agnizione. Siamo troppo evoluti per  riconoscere qualcosa oltre noi stessi.

Va’ comunque specificato che il rancore non è certo un sentire primario, cioè non nasce dal nulla; qualcosa lo deve far scattare: un’invidia, un torto, un’ingiustizia,  qualunque cosa ci appaia come “subita” ingiustamente offre il destro al rancore, e se non dovessimo trovarla ce la andremo a cercare. Tanto dobbiamo ravanare nei meandri intestini delle nostre scontentezze da trovare qualcosa che “non va bene”, una stortura, una parola, un comportamento, qualunque cosa! Fondamentale è trovare l’appiglio per difenderci, persino da noi stessi.

Giriamo e rigiriamo, che lo guardiamo dalla testa o dalla coda questo mostro che ci spinge a additare o additarci sembra quasi connaturato, inespugnabile, anzi vitale nella sua negatività, essenziale.

E’ un retaggio antico come l’uomo che ci fa sentire tutti degli indignati figli di Caino che a furia di voler negare tale paternità non fanno altro che cercare dei nuovi Abele da assassinare.

Siamo arrivati alle origini senza aver trovato la benché minima riposta, se non alla spiacevole consapevolezza che l’odio esiste e ci appartiene come la vita, e che a furia di volerlo nascondere a noi stessi – perché dobbiamo dimostrare di essere migliori – non facciamo altro che trovargli nuove espressioni e nuovi usi. “Senza crudeltà non v’è festa: così insegna la più antica, la più lunga storia dell’uomo”, scriveva Nietzsche.

Dunque il rancore non è una causa, bensì un risultato, un’evidenza, ma non certo una ragione; dunque dire che siamo nell’era del rancore ci serve a poco, anzi ci fa sentire – nei più coscienziosi dei casi – solo più in colpa, ma niente di più. Nessuna rivelazione, nessuna risposta.

Non troviamo ancora l’ignizione, ciò che una volta riconosciuto muta il nostro modo di vedere, ci mordiamo ancora la coda tra un inevitabile – ma giusto – martirio e un necessario – ma sottilmente gradito – supplizio.

L’uomo esiste, e come ama così odia. Così come è capace di grandezza è in grado di compiere mostruosità, ma neanche l’ineluttabile accettazione dell’ aorgico dell’umano ci è utile, anzi, quasi senza comprometterci, può diventare un’ottima giustificazione, qualcosa che potrebbe persino farci arrivare a dire che tutto è permesso e che per questo siamo “autorizzati” a dire: “eh… la vita è così!” mentre sterminiamo di tutto, il motto millenario della mediocrità arresa insomma.

L’unica reale percezione è che si prova una profonda e scomoda solitudine quando si è davanti alla propria coscienza, ed è in quel non luogo che – volenti o nolenti – meditiamo di tutto: amore, odio, nefandezze, perversioni, tradimenti, crudeltà, dolori, indifferenze, e se siamo terribilmente ipocriti anche lì c’è ben poco da fare. Se per ciò che ci imponiamo come “giusto” o “buono” non siamo abbastanza onesti nell’ammettere che siamo in grado di provare ogni sorta di sentimento, anche quello più abominevole che può tranquillamente riposare accanto a quello più nobile, forse non riusciremo mai a trovare una risposta che sia quantomeno “onesta”.

Allora è meglio tenere tutto sotto il tappeto, è molto più facile essere sicuri di agire per il “giusto” – parola che dovrebbe terrorizzarci, perché in suo nome è stato commesso di tutto -, è meglio non fare i conti con noi stessi e dire in modo precostituito che si agisce per il bene per non intaccare le nostre certezze.

No, esercitare il dubbio ci disarma in modo vergognoso, ci denuda all’improvviso e di una nudità insopportabile persino a noi stessi. Ingannarci ci offre l’illusione della salvazione , forse non aiuta il mondo nella sua interezza ma ci accontentiamo di noi stessi.  

Sarà pure l’età del rancore, ma è da sempre che non si affaccia quella della consapevolezza a causa dell’eternità dell’inganno.  

Immagine: Henri Vidal, Caino, Giardino delle Tuileries, Parigi

2 Comments
  1. Marco P. says

    Interessante!
    Mi sorge un dubbio però: come mai avete scelto di citare la genealogia della morale, testo in cui l’aforisma “non esistono fatti ma solo, interpretazioni” viene compiutamente spiegato? Voglio dire: curioso che in un pezzo in cui si sostiene che non serve ricercare cause eteroriferite bensì l’autenticità ultima di un presunto “sé”, si usi come riferimento proprio il testo (e probabilmente il pensatore) che più si è opposto a quelle stesse tesi.

    Grazie in anticipo per l’eventuale risposta (:

    1. Franco Giordano says

      Innanzitutto la ringrazio per il puntuale commento. Lei si riferisce al testo di Nietzsche “Su verità e menzogna in senso extramorale”, nel quale però l’autore tiene a precisare che l’affermazione: “non esistono fatti, ma solo interpretazioni” non comprende la questione morale, anzi è l’unico testo brevissimo di filosofia del linguaggio dell’autore, nel quale la verità (in termini di semplice distinzione tra vero-falso) è definita come “un esercito mobile di metafore”. Il dibattito è ancora accesissimo e non mi dilungo. La Genealogia della morale poi è un testo estremamente affascinante quanto complicato e bisogna metter da parte la prima istanza e passarci una vita sulla seconda e non basterebbe, ma di certo si può affermare che la morale è per l’autore un limite, non per il realizzarsi di un fantomatico e dozzinale “”Übermensch” dipinto in modo grezzo da virilismi politici del primo novecento, bensì in senso più legato a Schopenhauer, per la liberazione della Volontà (qualunque cosa possa contenere), in fondo il primo vero testo in questa direzione è proprio La Nascita della Tragedia. Dire che si parli di un sé lo riterrei meno improprio rispetto ad un io, bensì restando nel Nietzschano, direi più un riconoscimento, una consapevolezza, che l’uomo – nonostante cerchi di mettere ordine nel caos ( “Che cosa significa nichilismo? Significa che i valori supremi si svalutano. Manca lo
      scopo. Manca la risposta al: perché?” Frammenti Postumi)- con un’etica, resta comunque un essere “in potenza” capace di tutto e che questa consapevolezza possa tradursi in una gnoseologia intima che riconosce la volontà delle proprie azioni nonostante l’estrema variabilità delle intenzioni che si possono “sentire”. Quindi non è l’autenticità del sé la questione, ma, più semplicemente, la assoluta – quanto scomoda moralmente – varietà dei nostro essere, come scrive in Ecce Homo: “Quanta verità può sopportare, quanta verità può osare un uomo? Questa è diventata la mia vera unità di misura.”
      Dire che Nietzsche non fosse un soggettivista è più che corretto, ma altrettanto non lo si può ritenere un “oppositore” soprattutto in termini etici, in quanto proprio lì si gioca l’umano stesso. E’ sicuramente un autore complesso, ma non ascrivibile, già nell’affermare che “non esistono fatti, ma interpretazioni” al sé “come creatore di linguaggio” offre campo libero, facendo irritare tutta la filosofia analitica.. ma se questo sé è il soggetto, beh lì sbaglieremmo strada… forse.
      Grazie Ancora

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