La libertà religiosa non è un diritto in (quasi) un terzo dei Paesi del mondo

Il rapporto sulla libertà religiosa del 2021 mostra che 62 Paesi su 192 sono teatro di gravi persecuzioni ai danni delle minoranze religiose. Tra questi Paesi, nei luoghi più a rischio, ovvero in categoria rossa, spiccano la Cina e il Myanmar, dove sono in corso indagini per genocidio. Nonostante ciò, la principale minaccia per la libertà di culto restano le reti jihadiste che si diffondono lungo l’Equatore.

La violazione della libertà religiosa, secondo quanto riporta l’ultimo rapporto dell’ACS (Aiuto alla Chiesa che Soffre – Onlus), interessa quasi un terzo dei Paesi del mondo, nello specifico il 31,6%. Si tratta di un’area del globo che comprende più di 5 miliardi di persone di tutte le fedi religiose. Anche se le reti jihadiste sono protagoniste nelle azioni persecutorie, altri fattori devono essere considerati altrettanto d’impatto. In particolare, le persecuzioni sistemiche da parte di governi autoritari, come quello cinese e le stesse persecuzioni in Myanmar, che pure, prima del golpe da parte della giunta militare, stava transitando verso la democrazia in quanto Repubblica parlamentare.

Il rapporto dell’ACS

Il rapporto sulla libertà religiosa dell’ACS non può essere considerato imparziale: è una premessa fondamentale. Si tratta infatti di un rapporto che parte dall’iniziativa cristiana e cattolica ed è quindi da leggersi in quanto tale. All’interno della sintesi del rapporto i dati percentuali si riferiscono per lo più alla popolazione per intero delle nazioni. Scarseggiano dati precisi in percentuale sulle persecuzioni verso uno o più specifici gruppi religiosi.

In più si fa riferimento anche a quella che viene chiamata dall’attuale pontefice, Francesco, “persecuzione educata” o ancora “persecuzione travestita da progresso”. Quest’ultima indicherebbe la presunta persecuzione ai danni dei credenti e interesserebbe la violazione della libertà di coscienza. Un’affermazione molto controversa se, per esempio, si guarda alla quantità di obiettori di coscienza nell’ambito dell’interruzione volontaria di gravidanza in Italia (7 ginecologi su 10). Per esemplificare, nel caso peggiore, ovvero quello del Molise, il rapporto dell’associazione Laiga 194 indica che il 92,3% dei ginecologi sono obiettori.

Una volta chiarite le problematiche, si potrà, però, notare qualche dato. Nel mondo, secondo il rapporto, la categoria rossa, quella della persecuzione sistemica nei confronti dei fedeli, interessa 26 Stati. I cittadini in questo caso si aggirano intorno ai 3,9 miliardi di persone. Mentre la categoria arancione, che identifica la discriminazione religiosa, comprende 36 Stati, in cui vivono 1,24 miliardi di persone.

Le cause principali delle persecuzioni e discriminazioni della libertà di culto sono: le reti jihadiste lungo l’Equatore, il reclutamento e la radicalizzazione in Occidente da parte delle reti stesse tramite il Web, le minoranze perseguitate principalmente a scopi politici da parte di governi autoritari e non. I Paesi dove la situazioni risulta più grave sono quelli dell’Africa orientale e occidentale (Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Eritrea, Somalia, Repubblica Democratica del Congo e Mozambico). Questi, insieme alla Cina, all’India e ad alcune nazioni del sud-est asiatico, tra i quali spicca il Myanmar.




La violazione delle libertà religiose in Cina e Myanmar

All’interno del rapporto si legge:

In Cina e in Myanmar 30,4 milioni di musulmani (inclusi uiguri e rohingya) subiscono gravi persecuzioni, e la comunità internazionale ha appena iniziato ad applicare il diritto internazionale per fermarle.

In Myanmar, dove la fede prevalente è quella buddhista e, nello specifico, quella theravāda, nel 2017 cominciò la durissima repressione della minoranza rohingya, a maggioranza musulmana. Più di 900mila persone dovettero lasciare il Paese. Quasi 600mila cittadini rohingya sono ancor oggi oggetto di continue violenze. Nel settembre 2017 il Tribunale Internazionale Permanente dei Popoli sentenziò il genocidio. Tutt’oggi è, però, in corso un’indagine da parte della Corte internazionale di giustizia per verificare che si stiano attuando misure per porre fine alla repressione.

In Cina, invece, la libertà religiosa è “inesistente” (cit. dal rapporto, p. 11). Le mire governative si rivolgono per larga parte agli uiguri, abitanti musulmani della regione autonoma dello Xinjiang. Il governo di Pechino, infatti, costringe moltissimi uiguri a veri e propri campi di concentramento e “rieducazione”, definiti Centri di istruzione e formazione professionale. Inoltre, le donne uigure sono oggetto da parte del governo cinese di sterilizzazioni forzate e altre gravi violenze. Per questo motivo, si parla di genocidio demografico e culturale. Accusa che, a marzo scorso, è arrivata anche dal dipartimento di Stato statunitense.

In tutto il mondo continuano a verificarsi gravissime violazioni della libertà religiosa. Queste colpiscono tutte le religioni perché gli scopi restano prevalentemente politici. Motivo per il quale le reti jihadiste dovrebbero in primo luogo essere considerate reti terroristiche. Movimenti che sfruttano il pretesto religioso per il potere. E lo stesso accade in Cina e in Myanmar, dove la repressione delle minoranze è politica e viene usata, soprattutto in Cina, a fini propagandistici per mantenere l’unità nazionale. La libertà religiosa resta perciò ancora un miraggio lontano.

Antonia Ferri

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