Libia, perché è giusto che Tripoli blocchi la cooperazione con Parigi

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Il ministero dell’Interno della Libia, riconosciuto a livello internazionale, ha accusato la Francia di fomentare la guerra perché supporta il comandante Khalifa Haftar e ha annunciato quindi l’interruzione della cooperazione con Parigi.

Era nell’aria da giorni, ma ora è ufficiale.  Il Ministero dell’Interno dell’esecutivo guidato da Al-Sarraj ha accusato pubblicamente il Governo di Parigi di aver fomentato e star fomentando la guerra in Libia sostenendo il comandante Khalifa Haftar. 

Al-Sarraj ha definito il generale un “criminale di guerra” per i bombardamenti contro i civili in diversi quartieri periferici di Tripoli: stando agli ultimi bilanci, il numero delle vittime è di circa 205 morti, 900 feriti e 25.000 sfollati. 

La Libia ha davanti a se la prospettiva di una guerra civile, divisa tra il generale Khalifa Haftar che controlla buona parte del paese e anche il 90% delle risorse energetiche libiche e Fayez al-Sarraj alla guida del governo di Tripoli, legittimamente riconosciuto dall’Onu.  La posta in gioco rimangono le ricchezze del suo sottosuolo, il petrolio in primis ma anche il gas. Andando maggiormente nei particolari, la causa di Haftar è appoggiata dalla Francia, così come dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti . La causa di Serraj invece, è sostenuta ufficialmente dall’ONU così come dall’Italia.

La verità è che la Francia, da sempre, segue un unica regola in Libia: perseguire l’interesse nazionale (anche a costo di staccarsi dai suoi alleati europei).  Parigi punta su Haftar perché è consapevole che si tratta dell’unica figura in grado di avere dalla sua parte le milizie armate spontanee oltre che il controllo logistico in aree ricche di pozzi di petrolio. Oltretutto, ne ha anche favorito anche le azioni nel Fezzan.

Haftar in termini di padronanza delle risorse energetiche ha posto sotto il suo controllo gran parte dell’industria petrolifera libica. Nelle scorse settimane l’LNA ha preso il controllo non solo delle cittadine strategiche del Fezzan, la grande regione desertica centro meridionale, ma anche dei suoi pozzi petroliferi.  Haftar ha sotto controllo il Sharara, il giacimento più grande di tutta la Libia, gestito dalla NOC  (la compagnia petrolifera nazionale della Libia) in collaborazione con la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Equinor che produce 315 mila barili al giorno; e di el-Feel, il giacimento Elephant dove opera invece Eni che estrae 80mila barili al giorno.

Insieme, i due siti raggiungono quasi la metà della produzione nazionale. Inutile girarci intorno, gli affari della Libia sono affari mondiali e tutti gli stati sono responsabili delle innumerevoli vittime della guerra dal 2011.

Cosa resta allora al Governo di Tripoli? I giacimenti offshore di Bouri (per il 50% di Eni) e di al-Jurf (per il 27% in mano a Total), capaci di produrre poco più 100 mila barili al giorno. Cosa vuole davvero Parigi? Tutto il petrolio libico e se necessario, la continuità di quest’intramontabile guerra civile. 

                                                                                                                                                                       Sarah Sautariello

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