Libro VS e-book: la tradizione che resiste all’innovazione

Libri e lettura – inizialmente un lusso per pochi – si sono diffusi nel tempo e ad oggi leggere è un’attività accessibile sia per studio che per intrattenimento. I libri sono divenuti un oggetto potenzialmente ubiquo: collezioni private, biblioteche pubbliche e scolastiche, librerie e cyberspazio. L’ambiente digitale è, infatti, il “nuovo” spazio del testo scritto, digitalizzato e reso immateriale.

Il libro cartaceo o tradizionale è un oggetto il cui design è quasi immutato dalla sua nascita. Con la digitalizzazione, anche l’editoria ha abbracciato – in parte, almeno – la dematerializzazione dei prodotti, rendendo i testi fruibili come e-book, attraverso app e dispositivi.

Un libro immateriale – più facile da distribuire, più economico, più facile da reperire – presenta molti vantaggi rispetto all’antenato cartaceo, che sembrerebbe destinato a sparire. Ma, allora, perché ancora resiste il formato tradizionale?

Grandi aspirazioni incontrano importanti limitazioni

Si pensò addirittura ad una “biblioteca universale” resa possibile dalla digitalizzazione: questa fu l’iniziativa di Google Books Search, lanciato nel 2005. Ma l’ambizione di raccogliere tutti i libri in un unico luogo digitale si arenò molto presto, di fronte al copyright e al rischio di monopolizzare la cultura, costringendo il progetto a ridimensionarsi nell’attuale Google Libri.

Un ulteriore problema per gli e-book è la presenza non trascurabile del digital divide. Si tratta dello scarto tra chi ha un buon accesso ad Internet e chi non può averlo, per ragioni sia economiche che geografiche, problema messo  in luce attraverso anche dalla D.A.D. causata dal Covid-19.

Inoltre, nonostante la digitalizzazione sembri una conseguenza naturale dell’evoluzione sia della tecnologia di lettura che dei lettori stessi, è stato osservato che i “nativi digitali” – termine che indica chi è nato dopo il 1985 e cresciuto tra le nuove tecnologie digitali – non sono, in realtà, più inclini al multitasking rispetto ai predecessori.

I nativi digitali sono, infatti, immersi in un ambiente che li spinge a frammentare la propria attenzione, ma ciò non comporta un aumento delle prestazioni. L’essere umano è, infatti, un “elaboratore a capacità limitata”; per qesto più che di multitasking si parla di “switch attentivo”, un continuo interrompere un’attività per riprenderne un’altra.

Libro digitale: innovativo ma non necessario

La digitalizzazione non è, quindi, una necessità legata a nuove capacità o bisogni cognitivi dei “nativi digitali”. È invece una circostanza a cui essi si adattano, muovendosi in ambienti digitali inadatti alla lettura perché iperstimolanti e ricchi di distrazioni, come il web. Non si soddisfa quindi alcuna nuova esigenza cognitiva – né ad un nuovo pubblico: pare che chi usufruisce dei libri digitali sia già fruitore di libri cartacei – e le esigenze pratiche a cui l’e-book risponde sono insufficienti a portare alla morte del libro tradizionale.

Il libro cartaceo resiste al digitale, in parte, proprio per la sua staticità, che consente più concentrazione, evitando distrazioni interne. Inoltre, è proprio la fisicità del libro a stimolarne la fruizione: forma, spessore e peso sono informazioni tattili che possono stimolare alla lettura o meno.

Il libro stampato resta infine – e soprattutto – simbolo di cultura e oggetto di collezione, un elemento difficile da sostituire con il formato digitale anche grazie al sistema di valori di cui fa parte, legati ad un immaginario di studio e conoscenza difficile da modificare.

 

Angelica Frigo

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