L’importanza della presunzione di innocenza nella politica dell’inquisizione

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Innocenza

La presunzione di innocenza, o di non colpevolezza, è nel diritto, ma in particolare nella procedura penale quel fondamentale principio secondo cui l’imputato è da considerarsi innocente fino a prova contraria.

La Costituzione, poi, rispetto all’ innocenza, aggiunge al comma secondo dell’articolo 27 che l’imputato, fino alla condanna definitiva, non è da considerarsi colpevole.

La presunzione di innocenza è tutelata all’interno di un corpo di norme che guarda alla civiltà di uno stato e che, a dispetto di quanto si dica, garantisce una divisione e indipendenza degli organi giurisdizionali che salvaguarda il cittadino.

A livello comparativo, le garanzie prodotte in termini di divisione, indipendenza e controllo, il sistema giudiziario italiano si qualifica quale migliore.

Diverso discorso vale per la sua performance, ove troviamo una Commissione Europea che incita al miglioramento in termini di tempistiche, talvolta però determinate da esposizioni a dinamiche socio – politiche lesive per il sistema giurisdizionale.

Media, politica ed inquisizione

Divisione, indipendenza e controllo sono caratteristiche e funzioni date dal fatto che la nostra è una Costituzione politica, orientata pertanto, data da due vettori scatenanti: il fascismo e la guerra.

Che l’Italia ripudi la guerra e, in un medesimo articolo, subordini il suo potere statale alle organizzazioni internazionali, non è un caso. Si tratta di uno dei tanti esempi di articoli in cui si palesa la natura orientata.

Ma questa subordinazione di potere, con riferimento alla magistratura, ha dato luogo alla creazione, in particolare dopo i grandi casi italiani – Maxiprocesso, Tangentoli, etc. – al riconoscimento popolare in una sorta di potere contrapposto. Un’accountability portata all’estreme conseguenze, che la produzione giornalistica ha quasi inconsciamente ribattezzato quale organo inquisitore.

Un’esposizione mediatica “di grande imprinting”, lesiva però rispetto alla presunzione d’innocenza da un lato, alla credibilità dell’istituzione dall’altro.

“La sacralità del giudizio costituisce una parte consustanziale dell’istituzione giudiziaria e della funzione del rendere giustizia. Lo vediamo nei riti, nei gesti, negli abiti, nelle procedure. Quella sacralità è necessaria alla legittimità della decisione presa in ogni singolo caso giudiziario. Ne abbiamo bisogno, il cittadino la chiede. E quel sacro deriva dal fatto che un’impresa del tutto umana come quella di leggere, ricostruire, studiare e valutare un caso di conflitto abbia anche una dimensione che ambisce, tende in modo difficile, ma inevitabile, a restare nel tempo.

La sovraesposizione mediatica della magistratura lede profondamente tutto questo. Il sacro è silente, da sempre. La posizione che stiamo sostenendo non è quella – affatto ragionevole – della necessaria a-culturalità della magistratura. Non si sta affermando che non deve esistere un’Associazione Nazionale Magistrati. Ben venga, se essa costituisce un laboratorio di idee e, quindi, di pluralismo. Ma riteniamo che la regola della rigida parsimonia dovrebbe accompagnare, invece, l’interazione dei singoli magistrati con i media, locali e nazionali. Questo non perché vi sia un’oggettiva ed inficiante lesione dell’imparzialità, ma perché vi è una deminutio della sacralità della funzione. E, di quella sacralità, il magistrato ha bisogno ogni giorno in cui entra in aula di giudizio. Quella sacralità è la protezione più alta e sicura del magistrato.”

L’importanza dell’errore

La presunzione di innocenza è il più alto diritto garantito probabilmente in Italia. Il segno di civiltà per cui la nostra Costituzione riconosce persino all’accusato di “apologia del fascismo”, il reato nei confronti del quale il nostro sistema soffre di timore cronico, pari difesa e pari trattamento.

“Innocente fino a prova contraria”, anche in questo caso.

La garanzia dell’innocenza assume rilievo ove vige la cultura del sospetto, in particolare di quello politico, ma non solo.

La natura inquisitoria che sta assumendo la popolazione lede profondamente alla qualità della democrazia e non considera il valore aggiunto della presunzione d’innocenza. La natura inquisitoria è un sistema fascista, un sistema riconosciuto dal Codice Rocco del 1930, un sistema tipico di chi fa il “giustizionalista”, l’onesto, ma la giustizia non la ama.

I farisei, nell’antica Palestina, venivano dal basso, predicavano l’onestà, ma quella cultura malata della colpevolezza, fece loro uccidere Gesù Cristo.

Pannella forse l’aveva capito, nonostante il suo ampio senso della giustizia sociale, in una fase critica, quale l’anno di Tangentopoli, delle stragi per mafia, della transizione verso la Seconda Repubblica: è l’importanza della presunzione di innocenza.

“Adesso sono di moda i giusti. Loro sono sempre in buona fede. Hanno sempre bisogno di indicare alla plebe chi bisogna impiccare. Non conoscono una delle più belle massime di Pascal: ‘Chi vuol essere angelo è bestia…’. Ma non dimentico che i santi peccano sette volte al giorno, e che la democrazia ha un bisogno insopprimibile di umiltà. Credo che ogni politico serio dovrebbe ammettere almeno sette errori al giorno. E non scagliare esclusivamente pietre contro gli altri. In politica coloro che scagliano sempre la prima pietra appartengono alla razza dei giustizieri che divorano la giustizia invece di amarla.”

Ilaria Piromalli

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