L’influenza della letteratura nel cantautorato italiano anni Settanta

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Il cantautorato italiano e la letteratura non sono poi così distanti tra loro. Al contrario, a partire dal periodo degli anni Settanta hanno vissuto in un rapporto molto stretto, in cui è ben visibile l’influenza dei poeti stessi e della letteratura nel cantautorato «impegnato», sia nei temi che nel linguaggio usato.

La nuova generazione di cantautori negli anni Settanta

A cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta prende avvio una stagione irripetibile per la scena musicale e culturale italiana, in cui viene scelta la musica come linguaggio universale. La formula che si lega meglio alla stagione dell’impegno è sicuramente quella del cantautorato, non solo in Italia ma anche in altri paesi (come ad esempio l’engagement in Francia, il commitment nel Regno Unito e la música de intervenção nel Portogallo di Salazar)

I nuovi protagonisti della canzone d’autore sono Guccini, De Gregori, De Andrè, Battisti, Bennato, Dalla, Venditti e sono una nuova versione della prima generazione dei cantautori, ma rispetto alla scuola genovese presentano specificità che scaturiscono direttamente dallo spirito di quegli anni, che li porta a rappresentare perfettamente il loro pubblico giovanile.

Le novità riguardano diversi aspetti: dai temi trattati al linguaggio dei testi, fino ad un cambio nel rapporto con la discografia e con l’immagine dell’artista.

Le tematiche riguardano il sociale: ciò che accade nel mondo viene inserito in storie personali e vicende individuali. In questi temi si inseriscono anche riferimenti letterari che si declinano all’interno dello sfondo sociale narrato.

Il linguaggio poetico traslato nella canzone d’autore

I cantautori introducono un carattere letterario che prima i testi delle canzoni italiane non avevano. Essi, infatti, erano di estrazione sociale borghese e dotati di un buon bagaglio scolastico, in quanto nati dopo la massiccia diffusione dell’istruzione avviata nel dopoguerra. 

I cantautori sono dotati di un “capitale culturale” supplementare, che consente loro di introdurre un nuovo modo di raccontare, basato sostanzialmente su due pilastri. 

Il primo è l’utilizzo di metafore e costrutti sintattici fuori dal quotidiano, talvolta ermetici perché non sempre facili alla comprensione e portatori di segreto (proprio come la poesia), per lasciare all’ascoltatore spazi inespressi che può colmare con la sua soggettività. 

Il secondo è un uso piano e regolare della lingua al posto delle forzature (non si usano più parole come “cuor” o “amor”) cui erano ricorsi i parolieri fino a quel momento per sopperire ad un vocabolario povero di tronche come il nostro. Dunque, l’elisione e il troncamento non vengono più adoperati.




Alcuni esempi di letteratura nel cantautorato

I testi si avvicinano in maggior misura al linguaggio poetico, anche nei contenuti più politici, come ad esempio in “Saigon“, Francesco De Gregori è capace di addensare tramite figure retoriche sia il paesaggio che il lavoro nelle risaie del Vietnam del Sud. La canzone narra della vicenda di una giovane madre in un contesto di guerra e speranze di liberazione di un intero popolo. 

I cantautori, in questo periodo, usano la letteratura ed i poeti stessi come ispirazione per la loro produzione. De Gregori, ad esempio, in “Alice” racconta la delusione vissuta dal Cesare Pavese diciassettenne, mentre attendeva il suo «amore ballerina» conosciuto al liceo.

Francesco Guccini scrisse molte canzoni ricche di riferimenti letterari. Tra queste vi sono “Cirano”, “Gulliver”, “Don Chisciotte” e “Signora Bovary” (la quale dà il nome anche all’album pubblicato nel 1987). La Bovary di Guccini è molto diversa da quella di Flaubert, ma il riferimento letterario rimane saldo.

Il gatto e la volpe” di Edoardo Bennato parla dei personaggi presenti nella storia di Pinocchio, scritta da Collodi. Il concept album “Burattino senza fili” del1977, Bennato lo ha dedicato proprio alla storia del burattino che prende vita.

Un ulteriore celebre esempio è l’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters scritta nel 1915 e tradotta in italiano da Fernanda Pivano nel 1943. Fabrizio De Andrè usa questo materiale poetico come base per il suo progetto “Non al denaro, non all’amore né al cielo”, album pubblicato nel 1971, in cui dà prova ancora una volta della complessa varietà linguistica e metaforica che sceglie.

 

Valentina Volpi

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