Ecco come l’Inglese conquistò lo stivale

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L’incontro tra le lingue non può che essere facilitato e promosso dal contatto tra i popoli  e dal desiderio di espansione mercantile che agevola il superamento dei propri confini sin dai tempi del Medioevo.  La politica economica italiana favoriva l’espansione del commercio nel continente e di grande interesse erano i mercanti stranieri, in particolare quello inglese. Le relazioni economiche  che si instaurarono tra Italia e Inghilterra  attestano al XIII secolo, gli anglicismi “sterlini” e “stanforte” (tessuto di Standford), sintomo di un’ inaspettata sensibilità linguistica. Con il proposito di tutelare gli interessi della Repubblica di Venezia venne istituita un’ambasciata a Londra che permise di coltivare i contatti diplomatici tra i due Paesi e agli ambasciatori di creare un bagaglio linguistico ricco di voci che riproducevano i vari aspetti dell’organizzazione politica e amministrativa del paese ospitante. Si trattava di sostantivi riguardanti la giurisdizione, la politica e il commercio come per esempio “apprenditio”, “atto di parlamento”, e “dazio”. Siccome la costituzione della Chiesa Anglicana  è l’evento che rende  l’Inghilterra protagonista della politica europea intorno alla metà del Cinquecento, Pollini ricostruì la narrazione storica dei fatti definendo eretici gli Anglicani. Necessariamente la Regina Elisabetta, in due lettere una in latino e l’altra in italiano, richiese il divieto di circolazione dell’ “Historia ecclesiastica della rivoluzione d’Inghilterra” di Gerolamo Pollini che per primo attribuì al termine mi lordi, quel senso di inflazione di onorificenze sviluppatosi in conseguenza all’allargamento del baronaggio europeo.

L’interesse per il mondo inglese e in particolare per la lingua  britannica cresce in Italia quando gli Inglesi del Rinascimento si avvicinano alla letteratura italiana considerandola un mezzo di raffinata cultura . Alessandro Segni, segretario dell’Accademia della Crusca  in veste  di tutore di un marchese, in viaggio d’istruzione nel 1668-69 in Inghilterra si rammaricava di non conoscere la lingua e i suoi anglicismi. Sono relativi a particolarità locali “baronetto”, “steuard” e “mere”.

La rivista “Il Caffè” nata nel giugno del 1764 a opera di Pietro Verri e degli intellettuali dell’Accademia dei Pugni si presenta come il risultato delle discussioni tenute in un caffè. La bottega del caffè è il nuovo spazio reale e simbolico della letteratura: rappresenta un nuovo modo di diffondere la cultura. Questi centri di incontro si sviluppano in Inghilterra nel Settecento in concomitanza con la diffusione della bevanda. Mentre la taverna è il luogo dell’ebbrezza e del disordine, la bottega del caffè è il luogo della riflessione, crocevia di uomini appartenenti a vari ceti sociali. Neppure l’anglofilo “Caffè” si potè  definire anglicizzante nel lessico.

La conoscenza dell’inglese divenne  così requisito della “persona di qualità” e si iniziarono ad utilizzare parole inglesi di età precedenti per arricchire la lingua d’origine.  Nonostante  alcune parole fossero già conosciuto entrarono in uso grazie alla spinta inglese, assumendo un significato aggiuntivo. Ad esempio furono trasmesse  “maggioranza”, “petizione”, “ultimatum”, “potere esecutivo” e “legislativo”, “club” e “bill”.

Nell’Ottocento i  generi popolari di lettura quali il romanzo storico e la stampa periodica favorirono l’affermazione degli anglicismi all’interno della lingua quotidiana. Spesso derivarono da versioni francesi come nel caso dei romanzi di Walter Scott (1821). Furono catalogati più di trecento anglicismi  tra adattamenti quali “rosbiffe” o  “elfo”, “baronessa” e “ubiquità”, calchi semantici “stella” e “antidiluviani” e  anglicismi non adattati come “foot-ball”, “golf”, “scoop”, “whiski”,” pony”, “bull-dog”.

Gli Anni  Trenta del Novecento sono il momento di stabilizzazione degli anglicismi. Gli eventi maturati in Inghilterra influenzarono l’evoluzione storica ottocentesca del continente. Tract, trade unions, meeting, dissenters, trust, imperialismo sono voci relative all’industrializzazione.Tra le ultime decadi dell’Ottocento e le prime del Novecento si percepì un legame con il mondo inglese e come avvenne per tutte le culture si codificarono tratti che con il tempo divennero identificativi; gli Inglesi erano considerati i viaggiatori per antonomasia e si  iniziava a coltivare un sentimento di ammirazione  in riferimento ad abitudini sociali quali “il poker” o “lo sport” e a oggetti, “le case arredate all’inglese”  o “il cocktail”. Il regime fascista manifestava una xenofobia linguistica: furono gli anni delle campagne di stampa contro le parole straniere. Nel 1931  a Firenze si inaugurò la rubrica “Difendiamo la lingua italiana” mentre nel 1932 il quotidiano romano  <<La  Tribuna>> celebra un concorso tra  i lettori per trovare le sostituzioni  a 50 parole straniere. Nello stesso periodo <<La Gazzetta  del Popolo di Torino>> diede vita alla rubrica “Una parola al giorno” in modo da “ripulire la lingua dalla gramigna delle parole straniere che hanno invaso ogni campo”. Paolo Monelli nel 1932, raccolse  cinquecento  parole esotiche nella raccolta Barbaro dominio e operò a ripulire e rendere splendente la lingua italiana. Raramente  ne accolse alcuni come  nel caso di “bar” poiché in uso da più di una generazione e “girl” ma soltanto per gli usi teatrali. Affermava che   fossero i popoli forti ad imporre  il loro linguaggio, i loro modi di dire, non raccattando “parolotte forestiere” con premura.

Sara Trinchero

 

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