L’insostenibile importanza delle parole: quando i numeri fanno la differenza

Ogni giorno veniamo bombardati da allarmismi sull’impoverimento della nostra lingua, in particolare sul numero di parole che conosciamo. Si fa quasi sempre riferimento alle nuove generazioni, che si vedono accusate di non sapere padroneggiare la propria lingua, al punto di avere difficoltà nell’esprimere concetti e comprendere testi scritti.

Un’affermazione piuttosto forte, che in parte non tiene conto del fatto che una lingua cambia ed evolve nel tempo. Se è vero che si perdono molte parole, è altrettanto vero che se ne acquisiscono molte altre.

Tra neologismi, calchi e prestiti linguistici, le parole nuove sono tante. Basti pensare a tutti i termini che hanno a che vedere con l’avanzamento della tecnologia ed i cambiamenti della società liquida nella quale viviamo. Una società che cambia rapidamente, di giorno in giorno. Inoltre, non si può ignorare la rivoluzione linguistica apportata dall’accettazione delle questioni di gender.

L’importanza delle parole e di un lessico il più possibile vasto è una questione che sta particolarmente a cuore a Galimberti, che nel suo La parola ai giovani: dialogo con la generazione del nichilismo attivo, si concentra su quanto sia importante la parola nell’elaborazione del pensiero e nella comunicazione di quest’ultimo. Nel web spadroneggia questa sua affermazione:

Ricordo che nel 1976 il linguista Tullio De Mauro, di recente scomparso, aveva fatto una RICERCA per vedere quante parole conosceva un ginnasiale: il risultato fu circa 1600. Ripetuto il sondaggio 20 anni dopo, il risultato fu che i ginnasiali nel 1996 conoscevano dalle 600 alle 700 parole. Oggi io penso se la cavino con 300 parole, SE NON DI MENO (…).

Citando poi Heidegger, dichiara che non riusciamo ad avere pensieri a cui non corrisponda una parola, e afferma che le parole non sono uno strumento per esprimere il pensiero, ma la condizione per poter pensare. Questa affermazione rivela una certa superficialità nei confronti di una disciplina scientifica come la linguistica, e sembra piuttosto un tentativo di dare una credibilità alle sue proprie idee.

Uno studio linguistico non deve e non può essere approssimativo, poiché si basa su dei metodi ben precisi e su dei parametri che lo rendano il più possibile affidabile e credibile, veritiero appunto. Per altro, nel citare uno studio di terzi, è opportuno, corretto e necessario, citare con precisione a quale studio ci si riferisce. Qualcosa che viene insegnato ai tempi del liceo, quando si scrive la tesina della maturità (e anche prima).




Prima di scendere in dettagli: soffermiamoci su quanto affermato da Galimberti seguendo le banali leggi del buonsenso. A voi, sembra credibile che un ginnasiale (quindi non una persona qualsiasi, ma una persona che sta intraprendendo una formazione classica) conosca 700 parole?

Veniamo dunque con i nodi al pettine, e facciamo una ricerca. Cercando su internet gli studi di Tullio De Mauro, incappiamo ben presto nel dizionario italiano De Mauro. Si tratta in pratica di un vocabolario di base dell’italiano, che rappresenterebbe il minimo di conoscenze lessicali da acquisire durante la scuola dell’obbligo necessario a comprendere ed esprimersi in maniera elementare. (Per approfondire, potete cliccare qui). L’aspetto interessante è che secondo il linguista, il lessico fondamentale sarebbe composto da 2000 vocaboli, il lessico alto 3000, le parole di alta disponibilità sarebbero 2500, per un totale di 7500 parole.

Questo, per garantire una conversazione pressoché elementare.

Alla luce di questo riscontro, sembra davvero poco verosimile che la stessa persona possa aver detto che un ginnasiale, nel 1996, padroneggi solo 700 parole. De Mauro sostiene anche che all’età di tre anni, dopo il boom dello sviluppo del linguaggio nel bambino che avviene tra i due e i tre anni, un essere umano conosce 1000 parole. La “ricerca” citata da Galimberti, comunque, ad oggi, non è ancora stata trovata.

Veniamo dunque al concetto di fondo: le parole sono importanti per il pensiero. Chi potrebbe essere in disaccordo con una simile affermazione? Chi potrebbe negare il fatto che avere un lessico vasto aiuta ad esprimersi, e saper dare un nome ad un fenomeno, ad un sentimento, ad un pensiero, ne aiuta la comprensione, la condivisione, oltre allo sviluppo di un pensiero analitico?

La teoria di Galimberti però qui inciampa nuovamente. Le parole sarebbero la conditio sine qua non per il pensiero? Quindi un gatto non sarebbe in grado di elaborare un pensiero? Oppure, nonostante per gli animali sia impossibile produrre suoni squisitamente linguistici come quelli umani per via della loro conformazione fisica (per approfondire, potete cliccare qui) possono comunque elaborare dei pensieri – fossero  anche solo estremamente banali e correlati ai bisogni o alla sopravvivenza? I nostri antenati non pensavano perché non parlavano? E se si, come è possibile che l’umanità sia così progredita, nel tempo?

Per concludere, certo, le parole sono importanti.

Certo, sono correlate all’attività del pensiero e del pensiero articolato. Certo, se le persone conoscono pochi vocaboli (ipotesi che deve comunque essere dimostrata con criteri scientifici) andremo incontro ad un impoverimento della lingua, che avrà delle conseguenze importanti. Senza parole è difficile comunicare. E’ difficile ragionare, e capire. Perché definire le cose con un nome semplifica le cose. Ma tante cose si comunicano altri canali comunicativi che non si possono e non si devono ignorare. E spesso, purtroppo o per fortuna, non è possibile etichettare tutto con una parola. Non è il pensiero, che si sviluppa anche per immagini, a non essere all’altezza della parola, forse è vero piuttosto il contrario.

Sofia Dora Chilleri

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