Lo stato d’eccezione ai tempi del lei non sa chi sono io

"La disgrazia ci fa conoscere strani compagni di letto." W. Shakespeare, La Tempesta, atto II, scena II.

edoardobaraldi.wordpress.com
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Lo stato d’eccezione ai tempi del lei non sa chi sono io

 

Niente di ciò che accade non può, in un modo o nell’altro, che essere lo specchio dei nostri tempi. Dal modo di agire e interagire a quello di amare o semplicemente di relazionarci, dall’interpretare un accadimento al realizzare qualcosa, anche un atto terroristico.

Quello che riteniamo estraneo, foriero al nostro modo di vivere “liberale”, come ha detto la Merkel  in un’intervista  (si badi bene liberale e non democratico; dunque la cancelliera si è svelata non poco nella scelta dei termini; nonostante tutto la bizantina regina d’Europa è abitata da una profonda e teutonica onestà di fondo), nasce e agisce proprio dove la società liberale ha raggiunto il suo culmine.

Tutto questo non è una novità, anzi ce lo sentiamo ripetere dall’attentato a Charlie Hebdo che L’Isis recluta autoctoni socialmente e culturalmente emarginati per le sue azioni in occidente. Insomma noi li esasperiamo e loro ce li lanciano letteralmente contro, anche se la versione ufficiale è: noi gli diamo pane e opportunità “democratiche” e loro ci sputano sopra aderendo a un sedicente e autoproclamatosi stato islamico che semina terrore ovunque.

Anche qui niente di nuovo, sino al XVI secolo tantissimi “servi della gleba” decisero di emanciparsi da un’ eterna e generazionale condanna convertendosi all’Islam dell’impero Ottomano: la disperazione, l’assoluta mancanza di alternative producono sempre pericolosi e profondi attriti. Se l’Isis ha adepti in occidente chiediamoci il perché senza sbrigare la faccenda con la troppo semplicistica scusa dell’invasione islamica in Europa. La commistione tra il mondo arabo e il nostro è non solo antica ma consolidata e profonda, la nostra stessa cultura non sarebbe quella che conosciamo oggi senza il mondo islamico, lo stesso Salvini che sembra un giannizzero andato a male se ne faccia una ragione.

Al di là di ogni congettura è abbastanza evidente che il fondamentalismo arranchi seppur tragicamente: nessuna capacità organizzativa,   si affida a disgraziati con evidenti e gravi problematiche psichiche pronti a farsi ammazzare per ammazzare alla cieca. Ma va detto che presa del fondamentalismo è tanto feroce e disperata quanto paradossalmente mirata . In questa fase non può fare altro che rendersi imprevedibile, colpire a caso e fare più danni possibili. Con queste premesse appare evidente che le istituzioni non possono fare altro che tutelare innanzitutto se stesse rendendosi lontane garanti dei principi democratici: la società civile, il vivere quotidiano – per quanto in perenne stato d’eccezione – restano in qualche modo inevitabilmente esposti a gesti disperati mentre le singole istituzioni possono tranquillamente arroccarsi in una necessaria e doverosa blindatura.

Gli unici ad esser davvero protetti da tutto sono i simboli di quel mondo autoproclamatosi “liberale” che vive un altro inevitabile decadimento, totalmente diverso da quello del terrorismo fondamentalista, ma che lo rende funzionale alla propria sopravvivenza.

La minaccia del terrorismo – prima di mollare la presa – può ancora colpire disperatamente il viver il quotidiano come e quando vuole, ma gli è preclusa quasi ogni possibilità nelle “alte sfere” rendendole ancora più lontane e diverse da noi. I casi di Roma e Milano sono emblematici: la celebrazione dei Trattati di Roma (ampiamente traditi negli anni) e la visita del Papa avvenivano in luoghi “divenuti altri”; isole blindate, precluse a chiunque.

Lo spazio comune non è più condiviso ma diviene un altrove inaccessibile. Ogni protezione e sicurezza si concentrano in singoli luoghi lasciando fuori ed esposto tutto il resto. Gli spazi transennati e armati fino ai denti diventano i veri simboli della distanza, dell’estraneità tra il vivere comune e le istituzioni. Tutto questo non è affatto normale, soprattutto se “dall’altra parte” ci sono proprio quelle persone che si riempiono la bocca con frasi del tipo: “vogliono attaccare il nostro modo di vivere.” Ebbene, il mio modo di vivere e quello di chiunque altro come me non è affatto quello di chi mi rappresenta blindato da tutto il resto del mondo.

Questa necessità dettata da misure di sicurezza non la dovremo mai interpretare come “inevitabile”, non dovrà mai sembrarci “normale” e comprensibile, altrimenti correremo il rischio di rendere l’eccezione quotidianità, accettandola contribuiremmo ad ampliare la distanza assolutamente arbitraria tra noi e altro che è stata decisa per noi.  Tutto è specchio dei nostri tempi e, purtroppo, stiamo passando un brutto e interminabile quarto d’ora”.

fonte immagine: Edoardo Baraldi, L’Espresso

 

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