Lo stupro è “cosa nostra”. Quando la responsabilità è anche italiana

I dati smentiscono il qualunquismo razzista ed evidenziano i nostri "panni sporchi".

Contro la violenza sulle donne, l'arte
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Lo stupro e gli italiani. I “panni sporchi si lavano in famiglia” diceva un vecchio detto. Purtroppo, funziona anche per il nostro Bel Paese che si trova a fronteggiare una piaga sempre più preoccupante e all’ordine delle cronache giornaliere.

Secondo i dati del Ministero dell’Interno, risulterebbero in aumento gli stupri commessi dai nostri connazionali rispetto a quelli commessi dagli stranieri presenti nel nostro Paese (fonte ADN Kronos).

Contro la violenza sulle donne, l’arte

Gli italiani denunciati o arrestati per stupro “sono 1534 nei primi sette mesi di quest’anno contro i 1474 dello stesso periodo del 2016″ (fonte ADN Kronos).

Le violenze per mano straniera, seppur calcolate su una percentuale minore di popolazione, sono “904 da gennaio a luglio di quest’anno contro le 909 dello stesso periodo dell’anno scorso” (fonte ADN Kronos).

Cala, quindi, la responsabilità del forestiero, a discapito di tutto l’odio razzista di cui l’immigrazione diventa capro espiatorio. L’odio che sta ponendo un velo sugli occhi degli italiani, brava gente.

 

Guardiamoci l’un l’altro perché il problema è innanzitutto tra noi, tra quella che riteniamo la nostra gente. E’ ipocrita affidare unicamente agli altri le responsabilità più gravi, solo per il fatto di sentirsi migliori.

Il problema più grande, che non solleva le coscienze e non lo farà mai, è la crisi sociale, culturale, autodistruttiva che sta investendo il nostro Paese.

Perché le donne, di qualsiasi nazionalità siano i loro aggressori, rimangono sempre donne mutilate, ferite nell’anima, ridotte allo specchio di sé, vittime.

E sono vittime stuprate da persone di ogni nazionalità, ma anche dai nostri connazionali. Non dimentichiamolo.

C’è la necessità di aprire gli occhi, sia davanti ad un problema intestino che va al di là della demonizzazione dello straniero, sia ponendosi di fronte ad un fallimento sociale.

Il fallimento parte dalla famiglia, che stenta a riconoscersi nel ruolo di educatore.

Il fallimento parte da istituzioni come la scuola, soggetto chiave nell’indirizzare al rispetto di ogni genere, etnia, provenienza, multi-culturalità.

Servono davvero dati per capire a chi va la responsabilità maggiore?

Oppure serve una lotta unanime a questa forma di barbarie?

Elisa Pirino

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