Longevità, una proteina come elisir di lunga vita

Da sempre l'uomo si confronta con la durata della propria esistenza. Per secoli, eminenti studiosi hanno tentato di estrapolarci un senso. Oggi, grazie al lavoro della scienza, possiamo stabilire una correlazione interessante. Una proteina legata all'attivazione dei neuroni potrebbe essere l'indicatore biochimico della longevità. La proteina REST.

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Longevità – Da sempre l’uomo ha dovuto confrontarsi con la finitudine della sua esperienza. Ogni essere vivente sulla terra ha imparato a fare i conti e ad agire nell’ineluttabile attesa che è la vita. Tra il primo battito del cuore e l’ultimo. Ognuno di noi sa quando ha iniziato il lento rintocco delle sue ore, ma non quando e dove questo cesserà. Migliaia di filosofi e profani si sono succeduti nei secoli per risolvere il bandolo della matassa esistenziale. Altrettanti fanfaroni smargiassi hanno appeso il dubbio al chiodo e tentato di produrre l’elisir di lunga vita.

Pur tuttavia ammettendo le diverse modalità di studio, entrambi – filosofi e ciarlatani – si sono inalberati nella selva di una domanda, punti dal roseto di un dubbio eterno.

Sebbene qualcuno tenti di fuggire maldestramente dalle novità – tecnologiche – l’evoluzione della tecnica permette all’uomo di districare la grumosa matassa di affaccendati dilemmi gnoseologici.

longevità
La peculiarità dell’essere umano è la conoscenza del tempo. La consapevolezza dello scolìo del tempo può generare timori e ansie.
Uno studio getta luce sulle cause biologiche della longevità

Con la pazienza di un monaco amanuense e le virtù laboriose di un frate benedettino, la scienza partorisce a piccole schegge una risposta onnicomprensiva. Il primo frammento ha visto la luce lo scorso 16 ottobre, quando un team di ricercatori guidati dal genetista Bruce Yankner ha pubblicato i risultati di un esperimento sulla longevità.




Lo studio, pubblicato su Nature, diventa il testimone di un’inattesa correlazione: l’eccessiva attivazione dei neuroni può indurre una ridotta longevità. Yankner e colleghi sono alle prese da anni con i fattori fisiologici collegati a una minore durata di vita.

In questa ricerca, gli studiosi hanno approfondito i meccanismi di attivazione e inibizione dei geni, nei tessuti neuronali donati post-mortem da centinaia di persone decedute tra i 60 e i 100 anni d’età.

Il filo di risposta emerso collega i soggetti più longevi a una ridotta attivazione dei geni legati all’eccitazione neuronale e alle funzioni sinaptiche. In soldoni, il grado di eccitazione dei neuroni era più basso nei soggetti che avevano vissuto a lungo.

Sospinti sempre dal vento dubbioso della conoscenza, gli autori dello studio hanno poi tentato di trovare una nuova conferma in altri campioni. Sia utilizzando tessuti cerebrali di persone vissute oltre il secolo, sia in esperimenti su topi geneticamente modificati e vermi nematodi Caenorhabditis elegans.

Ciò che gli ulteriori sviluppi hanno rivelato è conforme proprio a quanto suggeriva il primo studio sui tessuti cerebrali di persone vissute tra i 60 e i 100 anni. Infatti, se si altera in maniera controllata l’eccitazione neurale di topi e vermi, la durata della loro vita ne viene influenzata.

Scoperta la proteina della longevità

A livello neurofisiologico, la responsabile di questi meccanismi è la proteina REST, presente in tutti i mammiferi e che agisce da interruttore biochimico. Se l’attività della proteina REST viene bloccata, l’attività neurale dei topi e dei vermi aumenta fino ad accompagnarli alla morte relativamente giovani. Al contrario, se la proteina REST non subisce limitazioni tende ad aumentare, diminuendo l’attività dei neuroni di topi che si scopriranno incredibilmente longevi.

La minore eccitazione neurale infatti attiva a cascata un gruppo di proteine adibite alla regolazione della longevità. Le stesse che si possono attivare con una dieta ipocalorica.

Sguardi di fantascienza sulla longevità

Nonostante negli esseri umani il ruolo di questo meccanismo biochimico sia ancora in parte oscurato, la possibilità è quella di manipolare l’attivazione della proteina REST per ridurre l’attività neurale, rallentando così il processo di invecchiamento.

Questo intervento al limite dell’eugenetica sarà prima sperimentato sugli animali, ma in futuro non è da escludere si possa estendere anche agli esseri umani. Per la gioia di futuri millantatori dall’elisir di lunga vita. E per il palato raffinato dei filosofi della scienza, che potrebbero così venire stimolati a lunghe cogitazioni epistemologiche.

Il limite ancora una volta nella scienza è l’etica. La conoscenza di noi stessi potrebbe uscirne brillantata. Se, invece di occultare la testa sotto un metro di terra come lo struzzo, riuscisse all’uomo di utilizzare il dono del cervello con responsabilità e coscienza critica. Allo scopo di migliorare altre vite senza danneggiarne nessuna.

A costo di riscaldare troppo i neuroni, quindi di accorciarsi la vita.

Axel Sintoni

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