L’osservazione dei corvi e il legame tra apprendimento e insegnante

Insegnare è una delle arti più impegnative.
Freud sosteneva che i mestieri più difficili fossero, nell’ordine, quello del genitore, dell’insegnante e dello psicologo.
La ragione è evidente: educare significa contribuire a far crescere un’altra personalità, cogliendone peculiarità e rispettandone le diversità.
Vuol dire prendere per mano, condurre e far vedere dapprima con gli occhi della mente e poi con quelli del cuore, consapevoli che ciò che si assorbe costituirà la base dei pensieri e delle azioni dell’allievo.

L’atteggiamento dell’insegnante è fondamentale e molti psicologi hanno spiegato che l’apprendimento è influenzato dalla considerazione degli altri e dal loro modo di porsi.
Se il maestro ha fiducia nelle capacità dello studente, trasmetterà a livello conscio e inconscio messaggi che lo stimoleranno a “realizzare” l’opinione incoraggiandolo e spronandolo.
Allo stesso modo avviene quando il giudizio è negativo: la sfiducia degli altri farà sì che l’apprendista si convinca di non essere dotato, portandolo a risultati mediocri.

Per far crescere una pianta servono cure e attenzioni costanti, prolungate nel tempo e nelle diverse stagioni, ma anche la convinzione che l’albero si svilupperà rigoglioso.
Dunque un buon rapporto tra alunno e insegnante, come tra genitori e figli, è alla base di un positivo sviluppo della personalità.

Ce lo dimostrano anche i corvi: un articolo letto su Le Scienze di luglio lo conferma.
Studiosi dell’Università di Princeton e Vienna hanno effettuato ricerche su un gruppo di corvi: alcuni avevano un legame stretto tra loro, altri di conflitto e altri ancora intermedio.
I ricercatori hanno isolato un membro di ciascuna categoria insegnando un compito nuovo, come estrarre del cibo da una scatola, poi l’hanno rimesso con gli altri.
I volatili hanno mostrato l’esercizio ai compagni e si è notato che la velocità di apprendimento dipendeva dalla tipologia del vincolo sociale esistente: più era stretto, prima imparavano il compito.

Questo valeva soprattutto per gli esemplari giovani che assorbivano l’autorità del corvo insegnante a cui stavano vicini fisicamente prestando attenzione, a dimostrazione che l’assimilazione dei concetti viene facilitata dalla stima e dall’atteggiamento ricevuto.
I corvi non in buoni rapporti col maestro, al contrario, non seguivano bene, rimanendo lontani dall’azione: non imparavano o lo facevano con lentezza, non perché incapaci ma solo in quanto “frenati” dal legame negativo che li teneva distanti.

Una convalida di quanto avviene tra gli umani, non solo nell’ambito scolastico.
Spesso nello sport si vedono grandi allenatori che sanno motivare e trasmettere al proprio atleta a tal punto che, pur dotato di mezzi inferiori rispetto al fuoriclasse, riesce a batterlo nelle occasioni importanti. Oppure creano coesione e sinergia in una squadra costituita da individui che singolarmente non primeggiano ma che in gruppo danno il meglio, amplificandone la forza.

Mohammed Alì raccontava che “i campioni non si creano in palestra. Si costruiscono dall’interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno o una visione. Devono avere l’abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità“.

La mente ha un potere enorme, in grado di superare i limiti fisici, ma allo stesso tempo è capace di involversi se non supportata dal giusto atteggiamento.

Paola Iotti

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