Love is Love: perché va superato

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Il diffusissimo motto “Love is Love” non è necessariamente rappresentativo delle odierne battaglie del Pride. Perché?

Giugno è il Pride Month, cioè il mese dell’orgoglio LGBTQ+.
In occasione di ciò moltissime persone, enti ed associazioni lanciano iniziative di natura politica, ricreativa e mirate a dare voce e visibilità alla comunità.
Uno degli slogan che più spesso si sente, e largamente diffuso sui social come hashtag, è “Love is Love“, cioè “l’amore è amore“.
L’intento di questo motto è sottolineare come non abbia senso discriminare qualcuno in base a chi ama, perché tutte le persone dovrebbero avere pari dignità indipendentemente da ciò. Purtroppo, però, questa frase inflazionata rischia di diventare quasi controproducente, perché non include alcune delle principali battaglie della comunità LGBTQ+.

Love is love: cosa manca

Se è vero che l’amore è amore e chi si ama non dovrebbe essere ragione o causa di discriminazioni, la battaglia per i diritti più dura si gioca su altri campi e piani.
Le persone trans e le persone non binarie, ancora oggi, godono di minore visibilità e meno diritti, rispetto alle persone etero, gay o bi/pan. Già solo per quanto riguarda le tempistiche dal punto di vista legale e medico, ed i costi annessi, sono due situazioni assolutamente lontane, a sfavore della T nella comunità LGBTQ+.
L’Italia si è spesso riconfermata il Paese più transfobico d’Europa, con una sensibilità sulla tematica decisamente meno sviluppata rispetto al resto del continente.
Alcune delle difficoltà che moltissime persone trans* devono spesso affrontare sono: tassi più elevati di discriminazione in casa, scuola e posto di lavoro. Le persone trans* vengono più frequentemente cacciate di case e non tutte le strutture di accoglienza LGBTQ+ sono preparate ad accoglierle. Tempi e costi biblici e non sempre imparzialità per portare a termine eventuali trafile legali o mediche. In tempi recenti anche il semplice utilizzo del Green Pass ha creato difficoltà. Per coloro che non avevano un aspetto in linea con l’idea del genere sul proprio documento o per coloro in attesa della rettifica dei documenti, ad esempio.
Le università e le scuole ancora non hanno attivato all’unanimità la carriera alias, per permettere alle persone trans* di vedersi chiamate con i giusti pronomi e nome d’elezione. Tutti questi elementi sommati insieme possono creare disagi e sofferenze emotive e psicologiche rilevanti.
Per una persona trans*, con questi presupposti, vedere come a ridosso del Pride si parli solo di amore può essere frustrante.
Le origini del Pride, inoltre, sono trettamente connesse ai Moti di Stonewall e all’attivismo di donne trans* nere e di colore. Vedere come ancora la comunità trans* non sia al centro del dibattito quanto altre lettere della comunità può essere molto avvilente.

La comunità ACE/ARO

La comunità ACE/ARO , cioè asessuale e/ o aromantica, è un’altra che viene completamente oscurata, se non cancellata, dal discorso portato avanti da “Love is Love”.
All’interno stesso della comunità LGBTQ+ c’è ancora molta ignoranza riguardo innanzitutto l’esistenza delle persone asessuali e aromantiche e poi su cosa davvero ciò significhi.
Come può sentirsi qualcuno che costantemente vede la propria identità sminuita o non riconosciuta ad essere travolta o travolto da un’ondata esclusiva di “Love is Love”?
Ovviamente nessuno e nessuna è contraria al messaggio di fondo di questo slogan. Però non è (più solo) quello il punto focale del Pride.
Per qualcuno appartenente allo spettro ACE/ARO, vedere i propri spazi queer non tenere conto della sua esistenza anche durante un mese così importante è assolutamente doloroso.
Inoltre può risultare grottesco, per una persona aromantica discriminata proprio per il proprio orientamento, ritrovarsi circondata di persone che inneggiano all’amore come unico punto focale della battaglia.
Come se non bastasse, moltissimi brand o enti si sono appropriati di questa stessa frase, ampliandone la visibilità senza però inserirvi alcuna riflessione.

Superare “Love is Love”

Per quanto condivisibile, il messaggio “l’amore è amore” è ormai sempre più parziale  perché privo di una chiave di lettura di un fenomeno molto più complesso dell’innamorarsi di qualcuno.
L’ignoranza generale, intensa come il non conoscere, ha contribuito a rendere questa frase un inno.
L’ideale sarebbe unirlo a qualcosa che desse maggiore visibilità alle situazioni sopra presentate, senza nulla togliere al concetto di amore.
Se tutte le persone o aziende che sfruttano questa frase si prendessero cinque minuti per approfondire la tematica, la differenza sarebbe già palpabile.
Per questo Pride Month sarebbe bello cominciare a dire e dare diritti a chi ne ha meno, anche se sempre con amore.

Flavia Mancini

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