Luna Rossa è tornata: dal 6 marzo parte la rincorsa alla America’s Cup, un sogno lungo vent’anni

Luna Rossa, vent’anni fa…

Nel febbraio del 2000 in Italia si era insediato da non molto il governo D’Alema II, frutto di un rimpasto rispetto al D’Alema I, a sua volta in carica dopo la “pugnalata alle spalle” di Rifondazione Comunista che fece cadere in Parlamento il primo governo Prodi. Il ministro della difesa del governo D’Alema II altri non era che l’attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Il mondo era piuttosto diverso da come lo vediamo intorno a noi oggi: un mondo pre-smartphone, pre-undici settembre, pre-social. Circolavano ancora le lire, per dire. Su televisori ancora in gran parte con tubo catodico e schermo bombato, lampeggiavano nelle notti invernali degli italiani le immagini delle acque scintillanti del golfo di Auckland, solcate dalla sagoma argentata di una imbarcazione che i neozelandesi avevano soprannominato con simpatia silver bullet: proiettile d’argento. Quello scafo apparteneva a Luna Rossa.

La prima volta alla America’s Cup

Luna Rossa vinse la Louis Vitton Cup battendo in finale gli statunitensi di American One. Fu un trionfo entusiasmante, al termine di una serie di regate – al meglio delle 9 – combattutissima. Si risolse solo all’ultimo, con l’imbarcazione italiana che mette 49” tra sé e l’equipaggio avversario, guidato dal temutissimo Paul Cayard. Per la seconda volta un’imbarcazione italiana arriva a sfidare i detenitori della America’s Cup. Diciotto anni dopo Il Moro di Venezia, toccherà a Luna Rossa. È anche la prima, storica volta, in cui uno skipper non anglosassone, Francesco De Angelis, conquista la Louis Vitton Cup.

(La vittoria su America One, nella regata decisiva della Louis Vitton Cup del 2000)

L’America’s Cup resterà in mano ai neozelandesi di Black Magic, che non lasceranno all’imbarcazione italiana nemmeno la soddisfazione di vincere una regata. Nonostante la netta sconfitta, Luna Rossa rilancerà la sfida immediatamente per l’edizione successiva.

Le edizioni successive

Nel 2002 andrà meno bene. Luna Rossa uscirà in semifinale, contro l’imbarcazione statunitense One World Challenge. Il 2007 sarà invece l’anno di Valencia, sede scelta dai detenitori, gli svizzeri di Alinghi. Una grande Louis Vitton Cup per Luna Rossa, primo scafo italiano a qualificarsi due volte alla finale della competizione. Uno spettacolo che gli appassionati si poterono godere senza trascorrere notti in bianco, vista la sede – per la prima volta – europea.

In finale però, gli avversari, i neozelandesi di Team New Zealand, si dimostreranno superiori e conquisteranno il diritto di sfidare i detentori dell’America’s Cup. “Si è chiuso un ciclo” dichiarerà il patron Patrizio Bertelli, annunciando che Luna Rossa non avrebbe partecipato all’edizione successiva. Ci ripenserà, invece; ma – di fatto – è l’America’s Cup che perde appeal nei confronti del grande pubblico, sprofondando in una competizione giocata più tra aule di tribunale a colpi di regolamento, che in acqua a colpi di vento.

Max Sirena e Luna Rossa: ancora insieme vent’anni dopo

Sono passati ben ventuno anni dalla prima partecipazione di Luna Rossa all’America’s Cup. Anni in cui il mondo è cambiato completamente. Ma, come Sergio Mattarella già faceva parte della vita politica italiana allora, anche Max Sirena era a bordo della prima Luna Rossa. Aveva ventinove anni e faceva l’aiuto prodiere. Fu anche vittima di un’incidente. Nella seconda regata un oggetto imprecisato si impiglia alla chiglia di Luna Rossa e il giovane aiuto prodiere, nel tentativo di liberare il bulbo, rimarrà ferito alla testa e dovrà essere sbarcato. Max Sirena sarà a bordo anche nelle edizioni successive.

Vincerà l’America’s Cup nel 2010 a bordo di BMW Oracle, assumerà il ruolo di skipper di nuovo su Luna Rossa nel 2013 e, infine, sarà il team manager di Team New Zealand, che riporterà il trofeo nella terra dei kiwi nel 2017. In quell’occasione fu profetico: disse che se avesserò vinto i neozelandesi, Luna Rossa avrebbe avuto l’occasione per risorgere. Così andò e così è stato. E Massimiliano Sirena è tornato agli ordini di Bertelli, conquistando qualche giorno fa la Prada Cup – nuovo nome per la competizione che designa gli sfidanti dell’America’s Cup.

Il sogno di una vita

Patrizio Bertelli è – definizione proprio di Sirena – un “malato di vela”. Velista professionista negli anni settanta, attualmente è amministratore delegato del gruppo Prada. È responsabile della parte commerciale, mentre la moglie, Miuccia Prada, si occupa della progettazione dell’abbigliamento e dei beni di lusso. Dal primo negozio aperto a New York nel 1986 alla quotazione in borsa del 2011, di strada ne ha fatta parecchia. Senza mai abbandonare la sua passione per la vela. Anche negli anni in cui ci sono stati dei passaggi a vuoto e delle rinunce, Bertelli non ha mai affermato di aver mandato in soffitta il sogno di portare Luna Rossa a conquistare l’America’s Cup.

Un sogno che nasce alla fine degli anni novanta. La “storia ufficiale” racconta di come il nome dell’imbarcazione sia stato scelto durante una cena, sulle colline alle spalle di Punta Ala, in Toscana. Era una sera d’estate, trascorsa parlando di barche, e Bertelli vide sorgere una grande luna rossa piena, che illuminava le acque del Tirreno. Il nome piacque subito anche alla moglie, perché sembrava il nome perfetto da contrapporre ai defender dell’America’s Cup, Black Magic.

Luna Rossa e le altre barche…volanti!

Certo, a rivedere le immagini di quella Louis Vitton Cup del 2000 e a paragonarle alla Prada Cup appena conclusa, viene da chiedersi: come siamo arrivati a far volare le barche? Perché anche all’occhio meno attento balza subito all’attenzione il fatto che gli scafi non sfiorino quasi mai la superficie delle acque del golfo di Auckland. Il fatto è che – come spiega lo stesso Bertelli – la Coppa America è prima innovazione e poi competizione.

Dopo anni dedicati ai catamarani, durante i colloqui intercorsi tra Team New Zealand e gli sfidanti, si è deciso di non tornare agli scafi tradizionali. Perché, sostanzialmente, il regolamento dell’America’s Cup funziona così: chi ha vinto, decide tutto. Ma i neozelandesi, anche per rilanciare la competizione, si sono dimostrati più aperti al confronto dei loro predecessori. Dunque la decisione che ha messo tutti d’accordo è stata sì il ritorno ai monoscafi, ma sempre “volanti”. Non è un termine eccessivo, perché il principio che sta alla base del funzionamento dei foil – il nome tecnico delle propaggini che spuntano dallo scafo e permettono all’imbarcazione di sollevarsi – è quello della portanza. Cioè lo stesso principio che, applicato alle ali, permette agli aerei di volare.

Sollevare lo scafo fuori dall’acqua significa ridurre l’attrito e permette alle imbarcazioni di raggiungere velocità mai toccate in precedenza. A dicembre, ad esempio, la barca neozelandese detentrice del trofeo, ha raggiunto la velocità record di 56 nodi, circa 103 km/h.

La vittoria della Prada Cup

Per Luna Rossa non è stata un’edizione semplice quella della Prada Cup appena conclusa. Non lo è stata sportivamente e non lo è stata per la situazione che condiziona la vita di tutti da un anno a questa parte.

La gara non è iniziata benissimo per Luna Rossa. Nel girone eliminatorio ha vinto tre volte nettamente contro l’equipaggio di American Magic, ma ha perso tre volte di misura contro i britannici di Ineos UK Team. Lo spareggio è stato agevole – 4 a 0 agli statunitensi – ma la finale, ancora contro gli inglesi, non si presentava affatto semplice. Luna Rossa però è cresciuta di regata in regata; i due timonieri – James Spithill e Francesco Bruni – hanno dimostrato di saper sfruttare al meglio le caratteristiche dell’imbarcazione, imbattibile per gli americani con condizioni di vento moderato. L’equipaggio della barca italiana si è portato subito in vantaggio, sul 4 a 0; poi: uno stop imprevisto.

(Luna Rossa si porta sul 4-0 nella finale della Prada Cup)

Il governo ha alzato il livello di allerta coronavirus a livello 3, imponendo un breve lockdown alla città di Auckland, a causa di 3 nuovi contagi rilevati nella zona. Per gli standard europei può sembrare un’esagerazione, ma va detto che la Nuova Zelanda è stata uno dei pochi paesi al mondo che, con interventi duri e tempestivi, ha mantenuto bassissimi i livelli di contagi e di vittime (solo 25). Le disposizioni delle autorità – era possibile uscire solo per necessità, i luoghi pubblici erano chiusi e gli assembramenti vietati – hanno imposto il rinvio delle regate in programma. Alla ripresa, sabato 20, Luna Rossa ha ripreso da dove aveva lasciato e ha chiuso la finale sul 7 a 1. Ma, nel mentre, non sono mancate le polemiche.

Le polemiche

“Meschini” e “cinici” sono solo alcune delle offese che sono state rivolte al team di Bertelli, colpevole di aver chiesto di riprendere le regate non appena il livello di allerta fosse sceso a 2. Nel rispetto dei protocolli, ovviamente; esattamente come da regolamento stilato insieme agli altri challenger e ai detenitori. “Insensibili”, secondo i neozelandesi, perché il livello 2 prevede che le regate si tengano in mare aperto, senza possibilità di presenza di pubblico. L’accusa, sostanzialmente, sostiene che Luna Rossa pensasse solo alla competizione, con poca sensibilità nei confronti del paese ospitante. Un’accusa evidentemente infondata, considerato che – sempre regolamento alla mano – se le regate si fossero protratte oltre il 24 febbraio, il team in vantaggio (quindi proprio Luna Rossa) avrebbe vinto la Prada Cup.

L’impressione è che sia Ineos UK Team che Team New Zealand volessero prendere tempo per, rispettivamente, preparare meglio le restanti regate e tentare la rimonta e ultimare la preparazione per le regate di America’s Cup. O, quantomeno, volessero spezzare il ritmo ad un equipaggio che stava volando – letteralmente – sull’acqua e sulle ali dell’entusiasmo. Propositi falliti, con il team di Bertelli colpevole solo di aver voluto che il regolamento venisse rispettato. Forse, a più di vent’anni di distanza dalla prima apparizione di silver bullet l’imbarcazione italiana appare più competitiva, magari in grado di strappare il trofeo dalle mani dei neozelandesi. E per questo, rispetto ad allora, suscita un po’ meno simpatie nei competitor.

Luna Rossa all’America’s Cup, il sogno si rinnova

(si festeggia al rientro dalla regata decisiva vinta contro i britannici di Ineos UK)

Non manca molto per scoprirlo. Appena il tempo di festeggiare – a bordo e durante la premiazione ufficiale, con tanto di tradizionale Haka – e di riposarsi dalle fatiche della Prada Cup, e sarà già il momento di tornare in acqua. Il 6 marzo inizieranno le regate per la America’s Cup. Per la terza volta una barca italiana potrà dare l’assalto al trofeo più antico del mondo della vela, dopo il tentativo del Moro di Venezia nel 1992 e quello della stessa Luna Rossa di ventuno anni fa. Si va al meglio delle 13 regate, con due round al giorno, fino all’eventuale, decisivo, spareggio con un’unica regata il 15 marzo. Ovviamente, salvo rinvii dovuti al meteo o alle condizioni sanitarie.

Tra Bertelli e un traguardo storico, ancora una volta ci sarà Team New Zealand, che finora ha sempre impartito severe lezioni e brucianti sconfitte a Max Sirena e compagni di bordo. Ma ogni America’s Cup riparte dallo 0 a 0. E allora perché, vent’anni dopo, non continuare a sognare?

Si preparano altre emozioni per nottambuli, appassionati di vela e non. Sperando che l’equipaggio italiano possa dare del filo da torcere ai neozelandesi e chissà: magari sul Golfo di Hauraki, nelle acque antistanti alla città di Auckland, una di queste notti potremmo vedere sorgere una Luna Rossa…

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